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Anni ottanta

« Certe volte mi chiedo perché non me ne resto più tranquillo, perché non mi metto a scrivere cosette rasserenanti, magari gioiose. Poi mi guardo intorno, vedo che ci stiamo tutti abituando al grigiore, alla piattezza, alla rassegnazione, e mi accorgo che il mio compito, il mio lavoro, è quello di dire le cose che gli altri non dicono. Le cose che voi giornalisti non avete più il coraggio di scrivere. (...)

Giorgio Gaber

 

Nel novembre del 1980 Gaber pubblica con una piccola etichetta indipendente e dopo lunghe vicissitudini, "Io se fossi Dio", un 'singolo' di 14 minuti. La canzone, scritta in seguito all'uccisione di Aldo Moro e pubblicata più tardi per ragioni di censura, è concepita come un violento esplicito pamphlet contro il grigiore della scena italiana di quegli anni e va considerata come il momento culminante di un'intera fase del lavoro di Gaber e Luporini. La canzone viene inserita in "Anni affollati" nella stagione teatrale successiva (1981-'82), spettacolo che chiude una prima parabola di intervento sul sociale del "Teatro Canzone". Parole come "morale" e "fede", intesa come tensione, movimento, spinta verso nuove possibilità evolutive, risuonano gravi nell'aspirazione alla verità e nella ricerca di riscatto della dignità dell'uomo. (Nel 1981 prende parte al film di Sergio Citti "Il minestrone").

– Certe volte mi chiedo perché non me ne resto più tranquillo, perché non mi metto a scrivere cosette rasserenanti, magari gioiose. Poi mi guardo intorno, vedo che ci stiamo tutti abituando al grigiore, alla piattezza, alla rassegnazione, e mi accorgo che il mio compito, il mio lavoro, è quello di dire le cose che gli altri non dicono. Le cose che voi giornalisti non avete più il coraggio di scrivere. Vorrei sapere, per esempio, perché fino a qualche anno fa si poteva parlare liberamente di Moro, dicendo che anche lui è responsabile del disastro in cui ci troviamo, mentre oggi non si può più. La retorica ufficiale, la pietà istituzionale, ci impediscono di avere reazioni spontanee, umane. Anche di provare pena, dolore (...). Cercheremo di spiegare che questa voglia di Dio è soprattutto una voglia di avere una spinta, un desiderio morale. Voglia di credere, voglia di esistere. Non ci interessa collocarci al di là del bene e del male, come quei nostri amici che ascoltando "Io se fossi Dio" ci chiedevano: ma chi ve lo fa fare? Perché prendersela tanto? Loro pensano che non sia il caso di indignarsi. Che va bene tutto. E invece no: va bene un cazzo. Se non si lotta per cercare una ragione, per inseguire la chiarezza, tanto vale crepare. Anch'io mi diverto molto a giocare a palla. Ma per due ore al giorno, non per dodici. [Michele Serra, "Giorgio Gaber. La canzone a teatro", il Saggiatore, Milano 1982]

 

Infatti, con gli spettacoli degli ultimi anni '80, Gaber e Luporini cambiano registro, spostano il piano dell'analisi dei malesseri collettivi a quello più intimo dei sentimenti. È un "Teatro d'evocazione" dove l'attore, solo in scena, fa rivivere attraverso il monologo personaggi e situazioni che sono nella sua memoria. 
Attraverso il personaggio solista che riflette e comunica i propri pensieri, il dialogo è sintetizzato all'essenziale, si ricostruisce un percorso più letterario. Non è il monologo del teatro classico: è l'io interiore che parla. 
"Parlami d'amore Mariù" (1986-'88) è un racconto a struttura aperta con brevi atti unici in forma monologica e canzoni che costituiscono un'ampia indagine sulla tematica dello spettacolo; "Il Grigio" (1988-'91), un vero e proprio racconto in prosa (con il quale, nel 1989, vince il premio teatrale Curcio).

– (...) Se vai in piazza e vedi delle bandiere rosse e bianche unite intorno alle Istituzioni per difenderle dalle Brigate Rosse, puoi anche provare un tale disagio che scrivi una canzone come "Io se fossi Dio", ma non per questo fai una azione politica. Così "Parlami d'amore Mariù" non è una finestra sul privato; è una perlustrazione nell'intimo che può svelare come certi sentimenti, anche l'amore, siano solo delle illusioni, delle forme di isteria, curiosi coaguli che vivono dentro di noi ma separati dal nostro cuore, fantasmi che coprono altri fantasmi... Per esempio, si può capire perché, quando viene a mancare una persona cara, subito dopo si potrebbe indifferentemente ammazzarsi o andare al cinema. [Anna Bandettini, "Ed ora vi racconto i sentimenti di un uomo di oggi", La Repubblica 28/10/1986]

– (...) Qui [in "Parlami d'amore Mariù", ndr], io e Luporini, abbiamo avuto minori riferimenti: la scelta del piano teorico è molto ridotto. Sì, se vogliamo, c'è la citazione di Botho Strauss nella "Donna al balcone", un qualche piccolo riferimento a Céline... La differenza col passato, è che lì c'era il desiderio di sostenere un qualche piano teorico. Qui, dato il tema della nostra, attuale, discontinuità dei sentimenti, questo piano teorico ci è sembrato meno utile. [Anna Maria Mori, "Giorgio Gaber. Il piacere dei sentimenti", La Repubblica 6/11/1987]

– Affronto l'oggi con tutti i suoi problemi, gli stessi problemi che appartengono a ognuno di noi, giovane o ex giovane che sia. Rifiuto e combatto questa volgarità dilagante. Racconto il disgusto generale, la difficoltà di dar battaglia al nemico, perché non esiste più un nemico immediatamente identificabile. Il nemico è ormai dovunque, anche dentro di noi. E per meglio individuarlo, bisogna inventarsene uno. Magari un topo. [Alessandra Pieracci, "Signor Gaber, mi manda papà", La Stampa 18/4/1989]

 

Nel 1989-90, una parentesi: "Apettando Godot" con Enzo Jannacci, dopo trent'anni dal duo "I corsari" (rivisitati un po' per gioco nel 1983 come "Ja-Ga Brothers").

– (...) Io sento che Beckett sia sempre stato un mio maestro, per quanto mi riguarda. Sul piano della scrittura teatrale, tutto il teatro contemporaneo non può non tener conto che c'è stato Beckett, ecco. Così, pur non essendo stato molto divulgato, è un classico. L'avvicinamento a Beckett, inoltre, mi dà la possibilità di lavorare con Enzo, quindi di allargare le mie possibilità sul palcoscenico come attore. Mi sembra un bell'arricchimento, per me lo è. [Daniela Cohen, "Gaber-Jannacci 'Aspettiamo Godot'", Chorus giugno 1990]

 

(segue) Gli anni novanta »


A cura di Micaela Bonavia.

Riferimenti bibliografici: le fonti da cui sono tratte le citazioni sono in gran parte presenti nelle sezioni "Rassegna stampa" e "Bibliografia" del sito. Cfr. anche «Giorgio Gaber. Frammenti di un discorso...» (a cura di Micaela Bonavia).

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