Sei in: Archivio » Biografia » Anni settanta

Anni settanta

« Esistono due modi di far spettacolo: o vai sul palcoscenico per farti vedere (e quindi affermi te stesso), o ci vai perché cerchi una comunicazione col pubblico. Non dico che con noi in teatro si formi un'appartenenza, ma certo nasce qualcosa che ne fa parte. Sa perché alla fine io grido, faccio queste smorfie, ho queste reazioni? Perché mi vergogno, e mi vergogno perché sono stupito di questo riconoscimento che avviene tutte le sere su cose che io e Luporini abbiamo in qualche modo scoperto per noi stessi. È questo che rende il mio mestiere uno dei più belli che si possano fare. Cosa volere di più, per 120 sere all'anno?

Giorgio Gaber

 

Nel biennio 1969-'70 è protagonista di una tournée teatrale con Mina.
 È l'inizio della svolta artistica: l'impegno teatrale, la rinuncia cosciente oltre che alla televisione anche all'attività discografica, e la scelta del teatro, appunto, come luogo di espressione diretta senza condizionamenti e filtri tra l'artista e il suo pubblico. Il percorso artistico di Gaber diventa lineare e conseguente: fare della canzone non più un fine, ma un mezzo da adattare alla forma di comunicazione teatrale.

– Va beh, ero molto più popolare di ora, c'era il danaro, la gente che ti riconosceva. Ma non ho approfittato di quel momento perché mi interessava altro. Dopo un tour di due anni con Mina ho scoperto il teatro, la gente che ti viene a sentire e guardare. Ho capito che volevo fare quello. Mi piaceva Dario Fo, ma volevo essere diverso da lui. E poi il mio maestro, sa anch'io ho dei maestri..., è stato Jacques Brel. Però devo dire che non c'erano solo queste cose, si sentiva l'aria dell'impegno. [Fabio Poletti, "Giorgio Gaber: i miei cattivi pensieri", Specchio 21/4/2001]

 

L'originale percorso artistico della "canzone a teatro" prende il via dallo spettacolo "Il signor G" che debutta il 22 ottobre 1970 al Teatro San Rocco di Seregno, nell'ambito del decentramento regionale del Piccolo Teatro di Milano, con la regia di Giuseppe Recchia e la direzione musicale di Giorgio Casellato (amico di Gaber fin dai tempi delle prime esibizioni nei dancing di Milano e dintorni e arrangiatore musicale di tutti i suoi primi spettacoli teatrali).

– Nei primi anni '70 decisi, quasi spontaneamente, di abbandonare la tv. Ebbi due occasioni che mi fecero decidere: una proposta di un recital al Piccolo Teatro di Milano nel quale mi potevo esibire come Jacques Brel (uno dei miei grandi maestri e idoli) e poi una tournée di circa un anno con Mina. Non fu né un sacrificio, né una scelta ideologica: semplicemente avevo il godimento di potere andare su un palcoscenico ed esprimere il mio pensiero. [Stefano Salis, "Una generazione di sconfitti che sbanca le classifiche", www.affaritaliani.it 2001]

– La tournée con Mina ebbe la sua importanza. Io facevo il primo tempo e lei il secondo: lei era una grandissima diva, io solo lo sparring partner. (...) L'attività più congeniale alle mie aspirazioni ed al mio modo di essere (...) era proprio il teatro: lì si sarebbe potuto manifestare il mio eclettismo. Così, decidemmo con Luporini di far nascere "Il signor G" e di provare una piccola tournée teatrale. Capii che potevo vivere così e che quella era la mia strada. Vivevo meglio. Per questo ho abbandonato la televisione. All'inizio ebbi un po' di paura, perché dopo i "pienoni" con Mina nessuno veniva più a vedermi. Però, nonostante lo shock, dentro di me sentivo che era giusto farlo. [Andrea Scanzi, "Anche per oggi non si vola" Mucchio Selvaggio marzo 1999]

 

Il successo del "Signor G" è qualitativo ma non quantitativo. Evidentemente il pubblico del Gaber televisivo non è lo stesso che frequenta i teatri, ma alla fine delle rappresentazioni gli applausi sono calorosi e il pubblico presente si passa la voce. Con "Dialogo tra un impegnato e un non so" (1972-'73) inizia la lunga stagione del "tutto esaurito" che durerà, senza eccezioni, fino all'ultimo spettacolo. (Con "Il signor G.", ebbe 18.000 spettatori; con "Dialogo tra un impegnato e un non so" toccò le 166 recite con 130.000 presenze; "Far finta di essere sani" in 182 recite raggiunse i 186.000 spettatori).

– Quando partimmo con "Il signor G" gli aspetti economici e organizzativi della faccenda erano tutti da inventare. A quei tempi il cosiddetto "decentramento" non si sapeva nemmeno cosa fosse: i teatri erano pochi, abituati a una programmazione di solida routine e per niente inclini alla sperimentazione. A parte Dario Fo, che aveva intuito e favorito la nascita di un pubblico nuovo e diverso, il circuito teatrale era quanto di più ufficiale e istituzionale si possa immaginare. [Michele Serra, "Giorgio Gaber. La canzone a teatro", il Saggiatore, Milano 1982]

– Era tale la gioia, l'entusiasmo che mi procuravano questi nuovi incontri in teatro, economicamente tutt'altro che soddisfacenti! Perché questo va detto: quando smisi con la TV i teatri me li trovai vuoti, non pieni! Azzerata la mia immagine televisiva, mi ritrovavo senza alcun aiuto da parte della stampa, affidato al solo passaparola del pubblico, che allora era allucinante. Rifiutare la TV era un privilegio che potevo permettermi, avendo da parte qualche soldino, ma ricordo d'essere andato un anno in certi teatri e di aver fatto 100 persone, salvo poi tornarvi l'anno dopo e farne 2.000! C'era veramente un bisogno di qualcosa che non fosse la televisione, grande dominatrice invece degli anni Sessanta, e la mia è stata una conquista graduale, persona per persona, di un nuovo pubblico! [Guido Harari, "Giorgio Gaber", Rockstar - gennaio 1993]

– Era un'idea nuova: "Il signor G" era uno spettacolo a tema, con canzoni che sviluppavano il tema, con monologhi, racconti, situazioni. Erano canovacci ricchissimi di spunti e provocazioni sulla situazione reale e di collegamenti con le questioni "eterne" del vivere. La gente si è vista arrivare addosso una forma ed un materiale di spettacolo "strano" a cui ha reagito come pubblico teatrale. Poi è arrivata la produzione discografica che era semplice registrazione degli spettacoli. Insomma abbiamo aperto un nuovo canale di comunicazione. [Walter Gatti, "Parlo in grigio", Il Sabato 20/7/1991]

 

Dalla lettera-presentazione di Davide Lajolo nel libretto dello spettacolo "Far finta di essere sani" del 1973.

Caro Gaber,
avrei detto di no al tuo invito se ai tuoi spettacoli non mi fosse sempre accaduto di divertirmi ed emozionarmi. Emozionato e talvolta anche spinto alla polemica perché tu sei diverso, sei un uomo e la discussione è d'obbligo. Questa è anzi la tua cosa più pregnante: quella di aprire sempre un dialogo con le tue canzoni e di obbligare a delle risposte con i tuoi monologhi. Ma c'è di più: la tua invenzione che tutto si può difendere, la libertà, la dignità dell'uomo, l'amore, la felicità con la partecipazione. Questa grossa scoperta che tu canti convincendo di più che attraverso tanti discorsi e prediche, è nata in te dal tuo modo di voler bene e di esprimerti. Sei rimasto l'operaio che cesella il suo capolavoro in una fabbrica che ha aperto le porte sulle piazze delle città e dei paesi e sei divertente proprio perché non cerchi l'evasione o la finale a lieto fine, ma anche quando canti l'amore di Maria e ti ostini a parlare di Maria hai tanta umanità che, chi t'ascolta, si sente preso dalla tua semplicità e anche, lasciamela dire la parola grossa, dalla tua filosofia. Caro Gaber, lo so che a dirtelo tu abbassi il viso perché sei modesto dentro, ma tu sei un uomo di cultura anche se l'unico motivo fosse questo: che ti chiedi costantemente perché stai al mondo. (...)

 

D'ora in avanti, ogni spettacolo di Gaber rappresenta una tappa del suo processo evolutivo individuale di presa di coscienza e di approfondimento della realtà, personale e sociale. Un processo di progressivo approfondimento del mezzo e delle possibilità espressive che vengono strutturalmente supportate da percorsi di scrittura sempre più articolati e complessi: macro-canzoni e interventi recitativi, dove anche il momento della composizione musicale si adatta, con uno stile eclettico difficilmente catalogabile, ai diversi registri interpretativi richiesti dall'attore-cantante: dall'ironico al tragico, dal sentimentale all'elegìaco, dall'introspezione all'invettiva.

– (...) In teatro ogni canzone è, musicalmente, un'avventura inedita. (...) Il problema fondamentale è che devi fare colpo subito, devi importi a tutti i costi all'attenzione della platea, altrimenti è un guaio. E devi ottenere questi risultati con un prodotto che il pubblico non ha mai ascoltato in precedenza, che gli giunge completamente nuovo. Così alcuni lussi che ti puoi permettere sul disco, dove confidi in una maggiore possibilità di "comprensione" da parte di chi ti può ascoltare più di una volta, in teatro te li devi scordare. Hai bisogno di una musica che sia insieme semplice, immediata e molto suggestiva, che catturi l'attenzione del pubblico e non la lasci più fuggire. Così, piano piano, impari a usare un linguaggio nuovo, diverso, a misura di teatro. Una delle regole fondamentali, per esempio, è la necessità di usare diversi "archi" espressivi anche all'interno di una canzone breve: per questo il "crescendo" è una pratica ricorrente nel mio teatro, mentre è rarissimo che io mantenga per tre o quattro minuti consecutivi un clima teso, fermo, immobile. Ecco, direi che il teatro ti costringe a "muoverti", e a permeare di questo movimento anche la musica. E ti accorgi che il nuovo linguaggio, mano a mano che te ne impossessi, ti offre, come interprete, infinite possibilità in più, proprio perché mette alla prova la tua capacità di adattarti a una gamma di toni molto più ampia, a sbalzi improvvisi, a rovesciamenti di fronte. [Michele Serra, "Giorgio Gaber. La canzone a teatro", il Saggiatore, Milano 1982]

 

Dal signor G in poi (tranne alcune rarissime eccezioni) tutti i dischi incisi da Gaber hanno soprattutto un valore di documentazione del lavoro teatrale, fino all'auto-produzione (dal 1996 in poi, le registrazioni degli spettacoli sono in vendita esclusivamente nel teatri delle rappresentazioni), a conferma del fatto che il suo interesse è soprattutto volto alla verifica diretta con il pubblico. E il pubblico ricambia con un numero di presenze agli spettacoli senza precedenti nella storia del teatro italiano, pur non essendo sollecitato dalla pubblicità attraverso i canali consueti di promozione, di cui Gaber non fa uso. Alcuni dati solo indicativi: dal 1972 al 1982, accumula la vertiginosa cifra di due milioni di biglietti venduti; nel 1991, in una stagione de "Il Grigio", arriva a 170.000 spettatori in 150 spettacoli; riceve il riconoscimento "Biglietto d'Oro Agis-Minerva 1994-95" per il consistente rapporto col pubblico in quella stagione teatrale. 
La voglia di dire e di dare potenzialità alle idee, l'autonomia del linguaggio e il rigore della rappresentazione sono la garanzia di serietà e coraggio che il pubblico gli riconosce. Ma oltre la bravura dell'interprete e l'importanza dei testi, nel teatro di Gaber è il "fatto" che risulta interessante: accade che l'intensità del coinvolgimento è tale che il flusso di energia si fa "materia": cambia la qualità del clima, sul palco e in sala, durante e dopo lo spettacolo... per questo il rapporto tra il pubblico di Gaber e ciò che avviene sul palcoscenico va molto oltre la "piacevole" serata a teatro.

– Il mio personaggio è un me stesso che tende all'oggettivazione di me stesso: non è un me stesso reale, con i miei tic ed i miei nei. È proprio un personaggio che io proseguo: è questo 'Signor G' che cito all'inizio, che è nato negli anni Settanta e che, quindi, in qualche modo, ha molto a che vedere con me, anche se, naturalmente, può essere un me stesso in situazioni diverse. In quello che dico, credo di attingere molto, anche dal punto di vista della recitazione, dai miei modi della vita. Quando recito non mi dico: in questo personaggio devo entrare gobbo e faccio Riccardo III: no, entro normale. È come se il mio teatro non avesse soltanto la barriera di quello che accade sul palcoscenico e della gente che lo vede, ma tenesse conto che c'è un uomo che esce dal camerino, che va sul palcoscenico e dice: siamo qua, parliamone e vediamo un po' cosa succede. Siamo soltanto questa gente che si ritrova in un teatro: a me sembra di avere delle cose da dire e le dico; è un meccanismo molto semplice. [Cristina Canovi e Francesca Azzali, " Giorgio Gaber", Centro di Poesia e Cultura di Reggio Emilia - 1994]

– Esistono due modi di far spettacolo: o vai sul palcoscenico per farti vedere (e quindi affermi te stesso), o ci vai perché cerchi una comunicazione col pubblico. Non dico che con noi in teatro si formi un'appartenenza, ma certo nasce qualcosa che ne fa parte. Sa perché alla fine io grido, faccio queste smorfie, ho queste reazioni? Perché mi vergogno, e mi vergogno perché sono stupito di questo riconoscimento che avviene tutte le sere su cose che io e Luporini abbiamo in qualche modo scoperto per noi stessi. È questo che rende il mio mestiere uno dei più belli che si possano fare. Cosa volere di più, per 120 sere all'anno? [Massimo Bernardini, "Gaber. Alla ricerca dell'Io", Tracce maggio 1999]

– Una volta finito lo spettacolo c'è una specie di rilassamento in tutti, una specie di abbandono della concentrazione che bene o male ti è imposta, per cui c'è questo lasciarsi andare, che anche per me è molto piacevole fisicamente, e credo che si avverta; diventa uno stare insieme, si supera lo spettacolo e si sta insieme. Quest'anno, poi, succede in maniera particolare, in questo spettacolo dove io ripropongo il vecchio repertorio del teatro-canzone. Pezzi come "Barbera e champagne", che io canto qualche volta nei bis, oppure "La ballata dei Cerutti", una volta non li avrei fatti, ero un po' più selettivo, c'è una specie di rigore anche nei bis. Questo è uno spettacolo che a parte qualche segnale preciso messo qua e là, fondamentalmente si risolve in una festa, in un ripercorrere il mio passato musicale, che poi è anche quello di molti spettatori che hanno sentito e risentito quelle canzoni nel corso degli anni. Alla fine mi verrebbe da chiedere "come siete stati?" più che "vi è piaciuto?". È un atteggiamento un po' diverso: è lo stare insieme che diventa prevalente. Non credo, anzi escludo, che sarebbe lo stesso se facessi uno spettacolo solo di bis: è proprio perché c'è prima uno sforzo da parte di chi ascolta e di chi esegue, una specie di compressione a favore di un approfondimento di certi temi, di certi discorsi, di certe emozioni, che alla fine il rilassamento diventa piacevole per tutti, e credo che il senso dei miei bis sia proprio questo. [Luciano Ceri, "Il sogno di Giorgio Gaber", Mucchio Selvaggio n. 188, settembre 1993]

– Il Signor G rappresentava, e rappresenta ancora, dopo ventisei anni, la sincerità. Io venivo da un mondo tutto diverso basato sulla logica dell'intrattenimento. Scegliendo il teatro ridussi ulteriormente il mio nome e creai una sintesi fra me e il personaggio. Il Signor G – dove quella G voleva anche dire "gente" – era un signore un po' anonimo, un signore come tutti che però mi assomigliava, in bilico fra un desiderio di reale cambiamento e un inserimento nella società perché aveva già una sua vita adulta un po' lontana da quella dei Sessantottini. Con "Il Signor G" mi sono acquistato il grande privilegio di dire, di cantare in teatro quello che sono e quello che penso, al di là dei condizionamenti del mestiere dei quali prima risentivo. Lo spettacolo "Il Signor G" ha portato un grande cambiamento nel mio lavoro. Facevo televisione, incidevo dischi, partecipavo al Festival, ma era un ambiente pesante, difficile, dove eri costretto a dire cose che non ti appartenevano. Ero come sdoppiato. L'idea di pormi con Luporini di fronte a una pagina bianca da riempire liberamente per poi andare a raccontare ciò che scrivevamo in un teatro, in assoluta libertà, è stata una grande conquista. [Maria Grazia Gregori, "Storie del signor G", L'Unità - Cabaret n.4 1996]

– (...) Sicuramente l'idea del disco in sé non mi interessa, proprio perché non è il mio mezzo, il mio mezzo è la canzone-teatro, la prosa che poi è diventato il mio linguaggio. Forse l'unico disco vero che ho fatto era "Non arrossire" che era del '60, perché già il Cerutti possedeva un'altra valenza. [Giuseppe De Grassi, "Dialogo tra l'arte e il non so...", Blu 1992]

– (...) Direi che dal Signor G in avanti esiste un percorso molto conseguente. Poi, "Libertà obbligatoria", ti ripropone la tua responsabilità individuale, si scaglia contro le finte aggregazioni – questo fasullo desiderio di una falsa coscienza – e ti ributta in faccia una tua responsabilità individuale, perché oggi che la produzione ti divora e ti entra nei polmoni, è diventata una battaglia da fare nelle piccole cose, nei propri gesti. [Claudio Bernieri, "Non sparate sul cantautore", Mazzotta editore, Torino 1978]

 

Rievoca Nanni Ricordi nel libro di M. Straniero "Il signor Gaber" [Gammalibri, Milano 1979]:

«Secondo me in Gaber c'è una capacità magnetica di comunicazione: lo vedi sul palco... Io l'ho vissuta anno per anno, riincontrandolo: cioè lui ha anche la capacità magnetica che passi due ore a chiacchierare con lui e scopri che è un bel parlare, perché è un parlare del sé, veramente, e questo lui lo trasmette... Poi ci ha 'sta capacità magnetica di captare e la capacità fisica di trasmettere anche fisicamente... c'è una coscienza in lui, che ha coscienza di essere divisa, perciò è matura (...) pensando a Giorgio, così, quando l'ho conosciuto io, nel '58, suonatore di chitarra rock, poi cantante rock, era effettivamente un'altra persona, ma come lo ero io, come lo eravamo tutti. Io l'ho ritrovato dopo un po' di anni, ho ritrovato lui con la stessa carica del far musica come fatto fisico, e lui con un cervello, con un 'tutto' suo – voglio dire – che è cresciuto in un modo straordinario».

 

– Ci si potrebbe addentrare in una definizione di cultura... Per me cultura è un "modo di interrogazione". (...) Posso dire che in ciò che serve a me, esistenzialmente, l'interrogazione è centrale, per capire di più di sé, del mondo. Il fascino di questo mestiere d'artista è proprio avere dentro questa... cosa, questa interrogazione. [Walter Gatti, "Parlo in grigio", Il Sabato 20/7/1991]

– Saccheggiamo moltissimi autori: da Adorno a Céline, da Pessoa a Cioran, da McEwan a Grandes, da Laing a Cooper; prendiamo un po' da tutti perché il nostro scopo non è quello di scrivere per il teatro, ma quello di scrivere per Gaber. Non ci arroghiamo il ruolo di autori, ci piace soltanto sviluppare insieme dei ragionamenti partendo da alcuni spunti. [Carlo Pino, "Amico treno" - 'Da Goganga al Dio bambino', Baldini & Castoldi 1997]

 

Si delinea una strada, un genere di rappresentazione composito, l'inizio di un progetto e di un lungo discorso: un "teatro d'intervento" sull'oggi, dove ogni spettacolo contiene temi diversi e in qualche modo ricorrenti per tutto il ciclo teatrale; la scelta del linguaggio autonomo della canzone a teatro. 
Il "Teatro Canzone" è il genere originale più rappresentativo nel percorso artistico di Giorgio Gaber: la canzone – così intesa – è in realtà l'unione tra un testo un testo che ha in sé un suo racconto preciso e una musica che ne amplifica il fatto emotivo. Il teatro è un ulteriore mezzo per aumentare la resa emotiva del concetto: il testo, la musica, le luci, il palcoscenico, tutto è per Gaber in funzione di un allargamento emotivo.

– Dario Fo è stato un maestro con i suoi preamboli, quelle lunghe chiacchierate poste all'inizio dei suoi spettacoli. Jacques Brel è stato un maestro per via di quel suo canto interpretato più da attore che da vocalist. Anche Eduardo, con la sua geniale lentezza, è stato un maestro. E forse certi cantanti come Bécaud, come Aznavour. Rispetto alla canzone francese però, Luporini ed io abbiamo avuto un'audacia in più: vi abbiamo talmente creduto da trasformarla in un mezzo di comunicazione immediata. Non quindi la canzone che si ascolta ripetutamente come testimonianza di costume di una certa epoca e che proprio attraverso il ripetuto ascolto provoca in te tutta una serie di ricordi e di emozioni. [Maria Grazia Gregori, "Storie del signor G", L'Unità - Cabaret n.4 1996]

 

Negli spettacoli dei primi anni '70, i monologhi erano ancora solamente dei raccordi recitati tra le canzoni. La crescita e l'affinamento del mezzo espressivo modifica la scrittura dei pezzi in prosa, che assumono nel tempo una dignità autonoma parallela alle canzoni, dando vita ad una forma di recital che, attraverso il corpo scenico di Gaber, dà ancora maggiori possibilità espressive della commedia o del grande monologo. 
Mediante questa formula di spettacolo, di cui, come si diceva, Gaber ha la paternità, i monologhi e le canzoni, sono come tanti spunti collegati emotivamente tra loro che affrontano le tematiche più rilevanti, i problemi sociali più 'urgenti' di un certo periodo: Gaber analizza di volta in volta le istanze più sensibili, propone degli interrogativi, smaschera le contraddizioni, denuncia i disagi dell'individuo facendosene carico e raccontando (da diverse angolazioni e spesso attraverso la chiave dell'ironia) quello che accade, dentro e fuori di noi, nel sociale e nel politico.

– Un recital per me è una specie di panoramica delle cose che mi hanno colpito o stimolato di più nell'anno: una trasfigurazione a livello musicale di uno sfogo che uno ha dentro e che fa esplodere in una serie di canzoni, in una situazione che poi diventa teatrale. [Fabrizio Zampa, "Individuo, vieni fuori", Il Messaggero 29/10/1983]

– Guardo molto dentro me stesso: non è rabbia. È autoanalisi. Serve a farmi capire gli altri, ma anche serve a me per resistere all'omologazione imperante. [Si. Ro., "Gaber: ora sono un laureato del teatro", La Stampa 1/6/1989]

– Quando canto c'è un po' più di energia e quindi è più una festa; quando recito c'è un po' più di concentrazione e quindi più profondità. (...) Quando non lavoro mi annoio molto. Cerco di distrarmi continuando a pensare al lavoro: lo stacco totale in un certo senso mi deprime. Per fortuna la tipicità del mio mestiere "obbliga" a raccogliere informazioni, esperienze in tutti i momenti e in tutte le situazioni che si creano durante le giornate di riposo. [Carlo Pino, "Amico treno" - 'Da Goganga al Dio bambino', Baldini & Castoldi 1997]

– Porto avanti da otto anni un mio lungo "recital" e oggi avrei bisogno forse di esperienze diverse. Non dico che ho concluso un periodo, ma sicuramente il mio ultimo spettacolo è stato un punto d'arrivo. Ho incominciato accennando a un tic, poi ho visto che era una peste, e ho finito parlando di un cancro. (...) E poi anche il linguaggio e le parole si modificano, devi sempre aggiustare il tiro. Ho bisogno di una specie di testo mobile che segua da vicino una realtà che cambia. In questo senso io faccio, non ho paura di dirlo, un esperimento pressoché unico di canzone che ora è sempre più vicina al teatro che alla musica. [Maurizio Porro, "Gaber: sono un filosofo ignorante", Corriere della Sera 4/6/1978]

 

(segue) Gli anni ottanta »


A cura di Micaela Bonavia.

Riferimenti bibliografici: le fonti da cui sono tratte le citazioni sono in gran parte presenti nelle sezioni "Rassegna stampa" e "Bibliografia" del sito. Cfr. anche «Giorgio Gaber. Frammenti di un discorso...» (a cura di Micaela Bonavia).

Segui il sito su: Facebook