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Anni sessanta

«Conosco Sandro da quando avevo 19 anni. Per me, è stato un maestro di estetica. (...) Eravamo ragazzi, vicini di casa a Milano. Io frequentavo un gruppo di pittori e ci incontravamo per scambiarci idee. Nel gruppo c'era Sandro, più grande di me di sette, otto anni. Abbiamo cominciato a scrivere per gioco, io facevo il cantante televisivo e le canzoni che scrivevamo non erano adatte, ma al primo spettacolo teatrale lui già c'era (...). Per la verità qualche canzone a quattro mani l'avevamo già scritta. Per esempio "Barbera e champagne". (...)

Giorgio Gaber

 

Inizia a comporre, quando è ancora studente.

– (...) Mi accosto alla chitarra come momento di divertimento, di svago, non ancora di professione, anche perché vado ancora a scuola in quel periodo. La mia prima veglia come chitarrista la faccio a quattordici anni, guadagno 1.000 lire, la mia paga di chitarrista per quel Capodanno, e in quel momento non ho nessuna intenzione di cantare, non mi sfiora proprio il dubbio – non è che suono la chitarra perché voglio cantare, no; faccio solo il chitarrista. (...) fino al momento dell'incontro con Celentano, perché io ero proprio il chitarrista di Celentano. (...) Jannacci c'era anche lui, anche lui era studente come me, eravamo tutto un gruppo intorno a questo Celentano, questo strano personaggio che ci chiamava a suonare e ci dava anche i primi soldi che guadagnavamo; lui sceglieva noi anche perché eravamo dei musicisti che conoscevano il jazz, dato che i musicisti delle balere in quel periodo suonavano veramente solo tanghi e valzer; noi eravamo invece un po' più disponibili, vista la nostra formazione jazzistica, a fare delle cose un po' più rockeggianti. (...) In seguito io continuai a suonare in uno di questi locali milanesi come chitarrista, in un gruppo che si chiamava "Rocky Mountains Old Time Stompers" e che faceva musica western (...). Incidevano anche dei dischi, di discreto successo, e tutti li credevano americani – in realtà erano milanesi – ma era solo la moda del momento quella di darsi un nome straniero, non c'era nulla di premeditato in questo (...) in quel momento diventai cantante di rock'n'roll, continuando comunque a suonare, a suonare e a cantare insieme, e via via che incidevo e che mi concentravo più sul canto, mi accorgevo che la chitarra perdeva via via peso, perché poi in effetti era il timbro della voce che contava. [Luciano Ceri e Gianni Martini, "Il signor G suona la chitarra", Chitarre n.51 - giugno 1990]

 

Chitarrista, autore e interprete della prima canzone rock in italiano (1958). L'esordio discografico avviene con "Ciao ti dirò", scritta con Luigi Tenco e incisa dalla casa Ricordi. Legata a questa canzone è la prima apparizione televisiva di Gaber nel programma "Il Musichiere" di Mario Riva, nel 1959.

– (...) "Ciao ti dirò" in realtà l'abbiamo scritta io e Tenco. Lui improvvisava molto ogni sera sui temi rock americani, specialmente su "Jailhouse Rock" di Presley, e da là ci venne l'idea di mettere le parole in italiano su una di queste improvvisazioni, abbiamo cambiato e fissato un po' la musica ed è venuta fuori "Ciao ti dirò", era l'estate del 1958. Io avevo un gruppo con Tenco, ancora precedente ai Cavalieri, a Genova suonavamo in un locale con una sorta di trio alla Nat King Cole, basso, chitarra e pianoforte, e cantavamo un po' tutti, avevamo fatto una stagione estiva insieme, io infatti in quell'anno mi ero appena diplomato. Poi un signore della Ricordi, sul cui biglietto da visita c'era scritto Giulio Rapetti, mi chiamò perché voleva farmi incidere dei dischi, così andai a fare il provino e mi chiesero di cantare qualcosa. (...) Io fui praticamente il primo a fare un rock italiano, ad imitazione di un altro cantante, che faceva un altro genere di musica ma che era sempre in qualche modo rockeggiante, e che era Tony Dallara. [Luciano Ceri, "Gaber 40 anni di carriera", Chitarre n.153 - novembre 1998]

 

1959. In un noto locale milanese, il Santa Tecla, quasi una "cave" parigina, conosce Sandro Luporini che sarà il coautore di tutta la sua produzione discografica e teatrale più significativa.

– Conosco Sandro da quando avevo 19 anni. Per me, è stato un maestro di estetica. (...) Eravamo ragazzi, vicini di casa a Milano. Io frequentavo un gruppo di pittori e ci incontravamo per scambiarci idee. Nel gruppo c'era Sandro, più grande di me di sette, otto anni. Abbiamo cominciato a scrivere per gioco, io facevo il cantante televisivo e le canzoni che scrivevamo non erano adatte, ma al primo spettacolo teatrale lui già c'era (...) anche se allora non firmava, perché non era iscritto alla Siae. Per la verità qualche canzone a quattro mani l'avevamo già scritta. Per esempio "Barbera e champagne". Ma era ancora una collaborazione sporadica. [Brunella Schisa, "Vi presento il pittore che scrive le mie canzoni", Il Venerdì di Repubblica 12/10/2001]

 

Negli anni '60 la stesura di alcuni testi di maggior successo di Gaber è a cura dello scrittore Umberto Simonetta. Si tratta di ballate ispirate al repertorio popolare milanese: "Porta Romana"; "Trani a gogò"; "La ballata del Cerutti"; "Le nostre serate", che piacque molto a Eugenio Montale, come ricorda lo stesso Simonetta nel libro "Il signor Gaber" di Michele L. Straniero del 1979; "Il Riccardo"; "Una fetta di limone", cantata insieme a Jannacci in versione duo "I corsari".

– Ci fu anche un'altra formazione in trio, sempre con Maria Monti, e con me c'era Jannacci ma a quel punto già stavamo facendo del cabaret, "La balilla", "Goganga", queste cose qui. Jannacci suonava il pianoforte, però era sempre molto brillante e spiritoso, e una sera che io non potevo esserci perché dovevo fare una serata coi Rocky Mountains, gli dissi: "Beh, 'La balilla' stasera cantala tu insieme a Maria, perché secondo me è un pezzo che funziona, e va comunque fatto". Così Jannacci cantò "La balilla" e fu molto più divertente di me, ed è praticamente in quell'occasione che comincia la sua carriera di cantante. [Luciano Ceri, "Gaber 40 anni di carriera", Chitarre n.153 - novembre 1998]

 

Quando Gaber inizia a cantare, Milano è in una fase di originale crescita culturale: ci sono Dario Fo, Paolo Grassi, Giorgio Strehler, Franco Parenti. Nasce proprio in questi anni la definizione di 'cantautore' nell'ottica della rivalutazione del testo della canzone, in antagonismo con la musica leggera della tradizione italiana melodica e sull'onda delle risonanze della "chanson" francese.

– (...) Scoprimmo il mondo della canzone francese e non solo il Brel che tanto amava Paoli ma anche ad esempio Henri Salvador, che aveva una splendida canzone, "Dans mon île", a quel punto sentivamo di poter dire delle cose, sulla falsariga di quella chiave espressiva (...) tutti quanti abbiamo fatto un piccolo passo in avanti ed abbiamo cominciato a prendere le cose sul serio, perché prima veramente si scherzava. Nessuno pensava fino a quel momento che quel tipo di divertimento potesse diventare una professione. [Luciano Ceri, "Gaber 40 anni di carriera", Chitarre n.153 - novembre 1998]

– (...) Tutti quanti affrontammo il discorso cantautorale di quegli anni come una soluzione a metà tra le influenze americane subite fino a poco prima e questa canzone francese che via via ci aveva affascinati. Dunque nel '60 cominciano ad esserci "La gatta" di Paoli, la mia "Non arrossire", "Quando" di Tenco, poi Bindi con "Il nostro concerto", "Arrivederci", canzoni che in qualche modo si staccano da una colonizzazione totale da parte dell'America, e cercano di riacquistare un'autonomia e una sincerità, non dico culturale, ma certamente di intenti. [Guido Harari, "Giorgio Gaber", Rockstar - gennaio 1993]

 

Dopo gli inizi brucianti, Gaber amplia i suoi interessi artistici; diventa molto popolare: partecipa a quattro edizioni di Sanremo (1961 "Benzina e cerini"; 1964 "Così felice"; 1966 "Mai, mai, mai Valentina"; 1967 "... e allora dai!"); nell'estate 1966 ottiene il secondo posto al Festival di Napoli con "'A Pizza". Il pubblico televisivo lo scopre e lo apprezza in rubriche musicali e spettacoli di cui è ideatore-cantante-conduttore, come Canzoni di mezza sera (1962); Teatrino all'italiana (1963) Canzoniere minimo (1963), una delle prime trasmissioni dedicate alla musica popolare e d'autore; Milano cantata (1964); Questo e quello (1964); Le nostre serate (1965); Diamoci del tu (1967); Giochiamo agli anni trenta (1968); E noi qui (1970), varietà del sabato sera sulla prima rete, dove propone alcuni pezzi scritti con Sandro Luporini che troveranno poi un ambito più congeniale nel teatro, con "Il signor G".

– (...) Io da parte mia avevo già iniziato un'attività televisiva, al di fuori della semplice partecipazione agli spettacoli: facevo il presentatore, conducevo ed ideavo le trasmissioni, per cui in qualche modo ne risentivo meno di questa empasse, però si tentava comunque un'operazione di resistenza, non perché il beat non ci piacesse, ci mancherebbe altro, ma perché in effetti sentivamo che era un prodotto non nostro e volevamo comunque difendere la nostra identità. [Luciano Ceri, "Gaber 40 anni di carriera", Chitarre n.153 - novembre 1998]

 

Nella vita personale di questi anni: nel 1965 si sposa con Ombretta Colli; nel 1966 nasce la figlia, Dalia.

– C'erano stati i beatnik, il rock'n'roll, i primi dischi che i ragazzi comperavano da soli senza i genitori. E poi sono gli anni in cui mi innamoro. Ombretta studiava cinese e russo alla Statale, io andavo a prenderla con l'auto da cantante, con la Jaguar, e loro per questo non dicevano niente. Di quegli anni mi avevano colpito soprattutto due parole che sentivo ripetere molto spesso: rifiuto ed essenzialità. [Fabio Poletti, "Giorgio Gaber: i miei cattivi pensieri", Specchio 21/4/2001]

 

Nel '68 Gaber è un cantante affermato. Fa centinaia di serate ogni anno, molta televisione, rilascia interviste.

– (...) Io e Luporini siamo stai coinvolti nel '68 perché ha prodotto una grossa svolta nelle scelte della gente. (...) Questo tipo di cambiamento del costume – non vogliamo più la cravatta e la giacca – allora era una risposta. Non vogliamo lavorare come dei pazzi per avere un giorno lo champagne, perché dello champagne non ce ne frega nulla. Adesso si dice: Vogliamo lo champagne senza lavorare. Ma allora questo tipo di movimento giovanile a noi ci colpì moltissimo, pur ideologizzandosi subito. Il rifiuto è stato l'elemento meno sottolineato, immediatamente si è ritornati, ci si è rapportati, a un piano politico di lotta, quindi studenti legati agli operai, scioperi, salari. Sì, salario, ma salario per che cosa? Per comprare che cosa? Per vivere come? Per quale indirizzo culturale? E oggi ci troviamo in queste condizioni. Secondo me questo è l'aspetto interessante del '68, così come da qui derivano gli errori che sono stati fatti, anche del rifiuto iniziale che diceva: "No, io non vivo nella casa di mio padre, bella, ricca, con la moquette". Adesso invece non è più così, vorremmo vivere tutti in una casa con la moquette, con lo stereo, e dato che non abbiamo i soldi, facciamo casino. [Claudio Bernieri, "Non sparate sul cantautore", Mazzotta editore, Torino 1978]

 

(segue) Gli anni settanta »


A cura di Micaela Bonavia.

Riferimenti bibliografici: le fonti da cui sono tratte le citazioni sono in gran parte presenti nelle sezioni "Rassegna stampa" e "Bibliografia" del sito. Cfr. anche «Giorgio Gaber. Frammenti di un discorso...» (a cura di Micaela Bonavia).

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