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Anni duemila

« Mi sembra che [il mondo] abbia preso la strada all'inverso. La mia speranza è che qualcuno riesca a convincere gli altri che basta, bisognerà cambiare cammino. Che la testa della gente possa cambiare. Ogni volta che vado in scena mi carico per avere fiducia nello spettatore, proprio con la speranza che la testa della gente possa cambiare (...).

Giorgio Gaber


 

"La mia generazione ha perso", nel 2001 segna l'eccezionale ritorno al disco di un artista che negli ultimi trent'anni si è dedicato esclusivamente all'attività teatrale (disco che arriva in testa alle classifiche discografiche). Gaber si produce in una anomala tournée (per quanto non priva di precedenti): tiene conferenze nelle università e nei teatri, canta e parla del suo nuovo lavoro e, retrospettivamente, del suo percorso artistico. Come un richiamo alle origini, partecipa allo show televisivo di Adriano Celentano (insieme a Dario Fo, Enzo Jannacci e Antonio Albanese), che resta la sua ultima apparizione televisiva.

– Io non sono distruttivo, sono stato frainteso molte volte. Penso sia meglio affrontare la realtà, se no non se ne esce più. La mia generazione ha perso. I nostri slanci, i nostri ideali e le passioni, non sono riusciti a cambiare il mondo. Diciamolo. Riconoscerlo vuol dire che non è finito tutto. [Fabio Poletti, "Giorgio Gaber: i miei cattivi pensieri", Specchio 21/4/2001]

– Mi sembra che [il mondo] abbia preso la strada all'inverso. La mia speranza è che qualcuno riesca a convincere gli altri che basta, bisognerà cambiare cammino. Che la testa della gente possa cambiare. Ogni volta che vado in scena mi carico per avere fiducia nello spettatore, proprio con la speranza che la testa della gente possa cambiare (...). [Lorenzo Arruga, "Gaber: le meraviglie di un sognatore", Il Giorno 21/10/1999]

 

Nel 2002 esce il volume "La libertà non è star sopra un albero" insieme a una video cassetta, (Einaudi). Il libro è insieme canzoniere e scelta ragionata dei monologhi teatrali, i testi selezionati nel repertorio artistico di oltre 40 anni.

– Forse per questioni anagrafiche, mi trovo in un momento di riflessione, direi quasi di bilancio. Non a caso il mio ultimo album si intitola La mia generazione ha perso. Direi che oggi prevale un senso di amarezza per le sconfitte della mia generazione. Del resto con Luporini abbiamo sempre cercato di parlare e di riflettere attorno ai nostri slanci e alle nostre utopie ma anche intorno a ciò che ci faceva male, che creava disagio a noi e forse, anzi sicuramente, non soltanto a noi. Cercando di interpretarlo e di capirlo, quel male. Oggi più che a una evoluzione positiva dell'individuo, mi sembra di aver assistito a un suo mutamento direi quasi antropologico. E vedo un uomo sempre più sopraffatto e totalmente in balia della violenza del mercato. E mi chiedo a cosa siano serviti i nostri slanci, le nostre utopie, i nostri ideali, le nostre ribellioni, le nostre trasgressioni. Purtroppo devo rispondere constatando che non siamo stati migliori dei nostri padri e non credo possiamo costituire un esempio attendibile e autorevole per i nostri figli. Siamo scesi in piazza per contestare, anche con violenza, le dittature politiche del mondo, ma abbiamo perso di fronte all'unica dittatura che ha realmente trionfato: quella del mercato. Almeno i nostri padri la Resistenza l'avevano fatta davvero. Noi non siamo stati capaci di resistere alla finta seduzione del consumo, anzi, ne siamo stati complici per quanto inconsapevoli. Credo sia importante riconoscere i propri errori e le proprie sconfitte, perché comunque la consapevolezza e l'onestà intellettuale rimangono valori fondamentali. E in ogni caso ammettere la propria sconfitta è indispensabile per poter ripartire con maggior chiarezza e con nuovi slanci vitali. Sandro e io abbiamo una fiducia illimitata nelle potenziali risorse dell'individuo e questa potrebbe essere la nostra fede. Laica, naturalmente. Milano, marzo 2002 [a cura di Valentina Pattavina, "Giorgio Gaber - La libertà non è star sopra un albero", Einaudi, Torino 2002]

 

1° gennaio 2003: "ultima ricorrenza"... il signor G. muore nella sua casa di Montemagno in Versilia, lasciando, ben oltre l'immediato e condiviso shock emotivo, un enorme senso di vuoto. Gaber non stava bene da tempo: la stagione teatrale "Gaber 1999-2000" era stata sospesa più volte (ultima replica dello spettacolo il 15 febbraio a San Marino). 
Resta la sua avventura esemplare di uomo 'tutto intero' nel mondo della cultura, del teatro e dello spettacolo.

– Ci sono argomenti tabù che si cerca di rimuovere. Penso che se le strade si riempissero di gente malata, forse cambieremmo la nostra testa. Invece nella nostra società, per la vergogna della malattia, vediamo solo gente sana, e questo cerco di dirlo anche nello spettacolo: quando incontriamo qualcuno che sta male abbiamo un turbamento fuori misura, come se non sapessimo che quello è il nostro specchio. Mi sembra che il tabù della nostra epoca sia la mancanza di consapevolezza delle cose importanti e tragiche, essenziali della vita. La spinta dovrebbe essere a parlare di queste cose non in modo macabro o funebre ma come un fatto vitale, perché morte significa vita. [Antonio Priolo, "Il luogo del pensiero. Qui e ora", Re Nudo n.18 - 1/3/1998]

 

Il 24 gennaio esce l'ultimo lavoro: un album dal titolo "Io non mi sento italiano", per il quale Gaber si era impiegato con grande determinazione nella seconda parte dell'anno precedente.

"(...) Questo Gaber (e questo Luporini, coautore di sempre) è quello più devastante e più autenticamente 'politico', perché sposta il ragionamento e la polemica dalla scivolosa dialettica destra/sinistra alla questione davvero essenziale del nostro vivere sociale. Gaber aveva (anche nella vita) una visione quasi agonistica del conflitto tra individuo e massificazione. Il suo silenzio con i giornalisti, la sua vita privata orgogliosa e appartata, la sua stessa scelta artistica di fuggire dalla televisione e apparire in teatro nella più ostinata solitudine scenica, furono le forme ben visibili della sua estrema coerenza umana e professionale. L'io, il corpo solo, l'occhio di bue puntato sul viso, erano al tempo stesso strumento polemico e via di salvezza, indicazione di un solipsismo eroico ma mai narciso: abbiate pazienza, ma o le cose suonano e cantano in me, oppure non cantano e non suonano. È falso tutto ciò che passa intorno, che tange e che sfiora, ma senza penetrare la persona, senza animarla e turbarla: dunque falsa, nei suoi presupposti, è la società di massa, false la dittatura della folla e del mercato, false le parole che non escono direttamente dall'esperienza individuale. A questa ribellione Gaber ha dedicato gran parte dei suoi spettacoli". [Michele Serra, "L'ultima sfida di un uomo libero", Il Venerdì di Repubblica 24/1/2003]


A cura di Micaela Bonavia.

Riferimenti bibliografici: le fonti da cui sono tratte le citazioni sono in gran parte presenti nelle sezioni "Rassegna stampa" e "Bibliografia" del sito. Cfr. anche «Giorgio Gaber. Frammenti di un discorso...» (a cura di Micaela Bonavia).

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