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Dettaglio pubblicazione

Categoria: Volumi e testi estratti



ed. Gammalibri - 1979


Guida critica ai cantautori italiani

di Enzo Gentile




Capitolo dedicato a "Giorgio Gaber"

Uno dei più antichi pionieri della canzone d'autore, oggi diventato famoso grazie all'impegno e alla bravura profusa nel guardare e giudicare le magagne e le difficoltà esistenziali della sinistra e dei giovani, è Giorgio Gaber, milanese, conosciuto e applaudito, sia pure da un pubblico ben diverso, fin dai primi anni ‘60. Nella scuderia della Ricordi, organizzata e alimentata da un manager arguto e di ottimo fiuto come Nanni Ricordi, Giorgio Gaber (di cui si rammenta soprattutto la figura allampanata, ossuta, e l'espressione da ragazzone buono) si fece le ossa contemporaneamente ai vari Bindi, Paoli e Tenco, allevati insieme a lui in un clima propizio e di grande disponibilità nell'accettare le proposte.
Uscirono diversi dischi in quegli anni, e di Gaber (che collaborava con Umberto Simonetta, per i testi) il brano che ebbe maggior rilievo tra la gente fu La ballata del Cerutti, uno degli esempi migliori di canzone meneghina dell'epoca. Alle sue spalle Gaber aveva altre esperienze maturate nei localini di avanspettacolo o al fianco di Adriano Celentano, già affermato: lo accompagnava nei locali milanesi, unitamente a Enzo Jannacci, pure lui un ragazzino, suonando la chitarra ("Una bella fortuna" dice ancora oggi Celentano "per loro: capace che se non si facevano vedere insieme a me, nessuno li avrebbe notati").
Altri pezzi documentati da 45 giri ormai scomparsi anche dagli archivi, non furono da considerare molto prestigiosi, ma l'importante era riuscire a emergere sulla concorrenza, dimostrando personalità; per Gaber ci fu già nel '61 la tappa del Festival di Sanremo, dopo aver solcato le scene del Santa Tecla a Milano e di altri centri sotterranei in cui si masticava pure il jazz, ed essersi fatto inserire nel girone degli urlatori da un pubblico e da una critica che seguivano anche il rock 'n' roll tiepido di casa nostra. Spoliticizzato a differenza di alcuni compagni di avventura, Gaber (il cui vero cognome è Gaberscik) produsse anche dischi leggerini e di intenzioni puramente commerciali, a fianco di quadretti ben fatti e sentiti come Trani a go-go e come Porta Romana.
Nella seconda metà degli anni '60 lo si vede spesso sul piccolo schermo, e questo gli tributa una discreta popolarità, accentuata dal carattere piuttosto facile dei suoi pezzi, in cui pur non rinunciando a ritratti simpatici e gustosi (vedi certi frammenti della Torpedo blu, di Goganga, del Riccardo, di Snoopy contro il Barone rosso, di Allora dai) si delinea una marcata propensione per la canzone leggera. Partecipa a diverse edizioni di Canzonissima e del Festival di Sanremo fino al '70, anno in cui gli si devono chiarire parecchie cose, visto che con una virata decisa, devia verso una più concreta e interessante analisi dei costumi e dei comportamenti che solo in parte gli appartengono.
Inizia la parentesi, ancora aperta, degli spettacoli fatti di canzoni e di monologhi, sulle prime sostanzialmente dediti alla battuta, volontariamente divertenti, ma con il passare degli anni sempre più caustici, analitici e rigorosi, intrisi perfino da una dose discreta di moralismo, comunque sostenuta da elegante ironia. Andando per ordine incontriamo Il signor G ('70), che apre la serie degli spettacoli musica-teatro e narra con monologhi e canzoni ora di amara riflessione, ora esilaranti, la quotidianità di un uomo, prototipo di normalità, come il Signor G. Come tutti i dischi tratti dagli spettacoli, anche Il signor G è un doppio, registrato dal vivo, durante una rappresentazione: l'anno seguente è la volta di un album di studio, I borghesi, non particolarmente interessante, se non per il pezzo omonimo spesso ricordato sulla base del ritornello (“I borghesi son tutti dei porci, più sono grassi e più sono lerci, più son lerci e più hanno i milioni, i borghesi son tutti...”).
La parte migliore di Gaber è quella che si incontra su di un palcoscenico, fornito al massimo da un microfono e da un fascio di luce; è un autentico mattatore, “show-man” di prima scelta, intrattenitore abilissimo, astuto e smaliziato nel toccare l’“audience” in profondità, con una smorfia piuttosto che con una chiacchierata. Assolutamente ineguagliabile, e ineguagliato, per la “verve” e la professionalità nel tenere il palco, è anche opinione comune che senza l'eccellente presenza e impatto realizzato con lo spettatore, direttamente, anche i testi ne verrebbero a soffrire, segno che con ogni probabilità Gaber vale più per come dice le cose, piuttosto che per quello che dice, dove pure può vantare meriti rari, e cioè di far discutere a lungo, aprendo divisioni tra le critiche e i plausi indiscriminati.
Nel '72 è la volta del Dialogo tra un impegnato e un non so, con cui cresce il successo e si va affermando definitivamente il personaggio Gaber; presenta in quell'occasione alcuni dei brani più popolari e graditi (La Libertà, È sabato, L'ingranaggio) e inizia a perlustrare le pieghe del personale e del privato, facendo un po' da antesignano, alternando questo all'impegno sul politico. Far finta di essere sani, nel '73, riempie i teatri di mezza Italia, nonostante i “media” radiotelevisivi brillino per la loro assenza e per il loro disinteresse al fenomeno Gaber. Si ricordano, oltre al pezzo omonimo, La marcia dei colitici e Lo shampoo, mentre le parti più riuscite e di maggiore presa sono ancora date dai monologhi, dissertazioni con punte di nonsense e di acido realismo sui malesseri di ciascuno.
Si prosegue l'anno dopo con Anche per oggi non si vola, dove ai soliti frangenti di ilarità si accompagnano parabole puntuali come La nave, Le mani e la ballata di introspezione autocritica Chiedo scusa se parlo di Maria. Due anni di riposo e di tempo per ricaricarsi fino al '76 di Libertà obbligatoria. Nonostante il successo sia grandioso e si registri ovunque il tutto esaurito (e l'album trattone raggiunga un record di vendita per Gaber, circa 40.000 copie), è questo lo spettacolo che lascia più perplessi. Le critiche e le impennate rivolte alla sinistra sembrano troppo drastiche e immotivate, soprattutto non accettate da coloro che rifiutano la benedizione di chi non ha vissuto né A 68, né il “post” ("Troppo comodo mettersi al balcone, assistere e distribuire sentenze" si sentirà nei dibattiti che seguiranno).
Le contestazioni che subirà saranno però attribuibili in gran parte al problema dei prezzi e al ruolo dell'artista sul palcoscenico: in una infuocata serata romana reagirà, rispondendo a caldo, che si ritira "preferendo a questo punto un impiego da ragioniere, piuttosto che quello di cantautore". Naturalmente le minacce rientreranno e trascorreranno altri due anni prima che venga alla luce Polli di allevamento, l'ultimo spettacolo, sempre concepito in tandem con il fedele Sandro Luporini e impreziosito dalle parti musicali affidate a Franco Battiato e a Giusto Pio, musicisti della nuova avanguardia italiana di matrice classica. Sui testi ancora si sono scatenate dispute di fazioni antagoniste: chi ne ha sottolineato l'acume e la precisione nella messa a fuoco delle contraddizioni e delle miserie dell'individuo (con accentuata la figura del militante o simpatizzante di sinistra) e che ne ha attaccato lo spirito di borghese illuminato, in odore di profezia. In effetti il brano che con un poderoso crescendo musicale sigla la chiusura dello spettacolo (Quando è moda è moda) si scaglia pesantemente e senza il filtro del buon gusto contro consuetudini e luoghi comuni del cosiddetto “sinistrese”, tirando in causa tutte le componenti del movimento e i suoi fiancheggiatosi ideali, e dichiarando un “crucifige” collettivo; la cosa può non andare giù, soprattutto a chi ha sempre visto Gaber “dalla nostra parte”, sia pure con dei chiari distinguo; se poi l'applauso viene caloroso e vissuto da una platea in cui si coniugano il “casual” e il “jeans” con pelliccia e la “toelette” delle grandi occasioni, chiaro che possano sorgere dei dubbi sugli effettivi fruitori-destinatari del messaggio.
Ora comunque pare che Gaber, arrivato alla soglia dei 40 anni, abbia riposto per un lungo periodo ogni intenzione di ritorno sulle scene con un nuovo lavoro: ottimo tempismo se ha intuito o avvertito il pericolo dell'aridità. Se finora non ha ancora collezionato tonfi o slittamenti della vena produttiva è perché ha saputo amministrarsi con parsimonia e lucidità.


 


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