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Dettaglio pubblicazione

Categoria: Volumi e testi estratti



Feltrinelli - Febbraio 1998


La canzone d’autore italiana 1958-1997

di Paolo Jachia




Avventure della parola cantata

4.2 Il “Teatro Canzone” di Giorgio Gaber e Sandro Luporini

(…)

4.3 La “disperata speranza” di Giorgio Gaber e Sandro Luporini

“Da solo
lunga l’autostrada,
alle prime luci del mattino...
a volte spengo anche la radio
e lascio il mio cuore incollato al finestrino.
Lo so
del mondo e anche del resto, lo so
che tutto va in rovina, ma di mattina...
mi può bastare un mente, forse un piccolo bagliore, un’aria già vissuta...
e sto bene...
proprio ora, proprio qui...
è come un’illogica allegria
di cui non so il motivo,
non so che cosa sia;
è come se improvvisamente
mi fossi preso il diritto di vivere il presente...
proprio ora, proprio qui”
da L’illogica allegria
di Gaber-Luporini, 1980

Il primo tratto forte che dà unità al “Teatro Canzone” di Gaber e Luporini è quello del pensiero critico demistificante, l’irrisione polemica di ogni falsa coscienza, di ogni meschinità ammantata di ideali fasulli: “Si può, siamo liberi come l’aria / si può, siamo noi che facciamo la storia / si può, libertà, libertà, libertà / libertà obbligatoria”; se la libertà è il mito più alto dell’Occidente, la verifica caustica di Gaber-Luporini evidenzia la forte carica d’illusione che ha questo mito: la verità – per usare il titolo di un altro spettacolo di Gaber-Luporini – è che siamo “polli da allevamento”, chiusi in miti e ideali fasulli, appunto gabbie e “libertà obbligatorie”. Possiamo anche credere che “gli uomini sono animali liberati”, la verità però è un’altra: “gli uomini ormai sono proprio devastati: / non riesci più a strapparli alla loro idiozia / ci sono incollati” (da “La festa”). La causa ultima di questa situazione – la radice di questo nostro essere una “razza già finita senza neanche cominciare / razza disossata già in attesa di morire” – sta nel “credere male”: “no, non fa male credere / fa molto male credere male” (da “Non è più il momento”).
Si comprende quindi lo sforzo di Gaber-Luporini di essere uomini di fede – e vedremo poi quale fede sia la loro – e la simmetrica violenza del loro attacco alla mercificazione e alla prostituzione di politici e intellettuali: “È l’impero degli invisibili avvoltoi / dei pescecani che non si sazian mai / sempre più presenti sempre più potenti / sempre più schifosi... è l’impero dei mafiosi. / ... / Io se fossi Dio urlerei / che questi orribili bubboni / ormai sono dentro le nostre istituzioni / e che anzi il marciume che ho citato è maturato / tra i consiglieri, i magistrati, i ministeri / alla Camera e al Senato”. (È proprio quest’intuizione che avvicina Gaber-Luporini al Pasolini “corsaro” e fustigatore dei costumi italiani dei primi anni settanta. Non dovrebbe perciò stupire che, fra i grandi ispiratori del “Teatro Canzone” – accanto a Sartre, Brel, al Céline del “Viaggio al termine della notte”, a Borges, Beckett, Leopardi, Adorno, al Laing de “L’io diviso”, al Fortini della “Verifica dei poteri” – vi sia appunto il lucido visionario Pier Paolo Pasolini, in quanto poeta, regista, saggista, romanziere, ma anche straordinario autore teatrale).
In primo luogo, dunque, l’attacco ai meschini e ai corrotti della politica italiana: “Io se fossi Dio / ... / nel regno dei cieli non vorrei ministri / né gente di partito tra le palle / perché la politica è schifosa e fa male alla pelle, / un gioco così basso, così atroce / per cui il silenzio sarebbe la risposta più efficace”. Al contrario il duo Gaber-Luporini non ha alcuna
paura di dire nomi e cognomi dei responsabili di questa situazione: “io se fossi Dio, quel Dio di cui ho bisogno come di un miraggio / c’avrei il coraggio di dire che Aldo Moro / insieme a tutta la Democrazia Cristiana / è il responsabile maggiore di vent’anni di cancrena italiana”, a fianco del quale vanno ricordati “i compagni socialisti... insinuanti, astuti e tondi... / nuovi di fuori e vecchi di dentro”.
Ma tale rifiuto riguarda anche i terroristi, falsi idealisti politici e veri folli: “però se fossi Dio / griderei senza ritegno / che è una porcheria che i brigatisti militanti / siano arrivati dritti alla follia. / Ecco la differenza tra noi e gli innominabili / di noi / posso parlare perché so chi siamo / e forse facciamo più schifo che spavento, / di fronte al terrorismo / e a chi uccide / c’è solo lo sgomento” (da “Io se fossi Dio”).
In questo quadro non stupisce il livore contro i giornalisti: “Mi fanno male le loro facce presuntuose e spudorate. Mi fa male che possano scrivere liberamente e indisturbati tutte le stronzate che vogliono. Non è la libertà di stampa che mi fa male: è questa stampa che mi fa vomitare!” (da “E pensare che c’era il pensiero”). O l’attacco alla cosiddetta televisione del dolore e agli ipocriti professionisti della lacrima: “cannibali, necrofili, deamicisiani e astuti / compiaciuti... / (del) disastro umano / col gusto della lacrima in primo piano”: “stiam diventando tutti coglioni, / …con Berlusconi e con la Rai / ... / il bel paese sorridente / dove si specula allegramente / sulle disgrazie della gente” (da “Io se fossi Dio” e “La strana famiglia”).
Non vengono certo risparmiati gli illusi-confusi della “sinistra anni settanta” dipinti impietosamente nella canzone dall’emblematico titolo “I reduci”: “e allora ci siamo sentiti insicuri e stravolti, / come reduci laceri e stanchi, / come inutili eroi... già a vent’anni... / siam qui a raccontare ai nipoti che noi... / noi buttavamo tutto in aria / e c’era un senso di vittoria / come se tenesse conto del coraggio / la storia”.
Gaber arriva a colpire senza pietà anche la parte politica cui è stato più vicino – quella comunista – irridendone i tanti limiti culturali e ideologici: “Qualcuno era comunista perché vedeva la Russia come una promessa, la Cina come una poesia, il comunismo come il paradiso terrestre” (da “Qualcuno era comunista”).
Ma l’ipocrisia, l’inganno, la “falsa coscienza” esistono anche sul piano privato, sul piano della coppia, ed è questo l’altro tema più ricorrente in Gaber-Luporini a fianco di quelli d’ispirazione etico-politica: “l’interezza non è il mio forte, / per essere a mio agio ho bisogno di una parte / ... / e se mi viene bene, / se la parte mi funziona, / allora mi sembra di essere una persona / ... / io, invece, ho sempre bisogno di una nuova definizione / e gli altri fanno lo stesso, è una tacita convenzione... / Se un giorno noi cercassimo chi siamo veramente / ho il sospetto che non troveremmo niente” (da “Il comportamento”).
È allora da una rifondazione individuale (“io come persona”), politica ma anche sentimentale, che bisogna ripartire: “Un sentimento / qualche cosa che può sembrare un rito antico. / Per distinguere il falso e il vero basta poco, / un solo sentimento, un vero sentimento, / per trovare il coraggio di ridare un’occhiata al mondo. / Un sentimento / per difendere quel mistero che era l’uomo, / un solo sentimento, un vero sentimento, / per ridare un senso alle cose, / non puoi fare a meno / di un sentimento”.
È dunque facile, pur nell’analisi spietata e lucidissima che contraddistingue il lavoro artistico di Gaber-Luporini, comprendere come il loro non sia mai nichilismo, né individualismo, né cinismo. E altrettanto facile è identificare invece i valori in cui crede il duo: l’onestà, il coraggio intellettuale, la lucidità del pensiero, il rifiuto del compromesso: “sono diverso perché quando è merda è merda / non ha importanza la specificazione” (da “Quando è moda, è moda"). La politica come l’amore, il “pubblico” come il “privato” per Gaber-Luporini sono cose alte, progetti che devono andare sotto il segno della moralità e forse dell’utopia, non un’utopia astratta ma, al contrario, concreta: al Va’ pensiero sull’ali dorate polemicamente Gaber-Luporini rispondono: “Vieni azione coi piedi di piombo”.
Non stupisce quindi sentir dire a un “cantante di cosiddetta musica leggera” che “al di là dei sogni e di tutte le illusioni, il problema oggi è quello di una ristrutturazione dello Stato, della pubblica amministrazione…, e della macchina burocratica”. E si capisce così, a fianco di quest’assoluta e lucida concretezza, il richiamo aperto a un “pensiero caldo”, alla forza vivificante appunto dell’utopia: “una spinta verso qualcosa di nuovo, la necessità di una morale diversa, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita” (da “Qualcuno era comunista”). Possiamo comprendere perché la canzone “La strada” chiuda il suo “Teatro Canzone”: “c’è solo la strada su cui puoi contare / la strada è l’unica salvezza”. È un richiamo forte a vivere la realtà per quella che è, senza inutili ossequi al potere o al conformismo sociale, un invito deciso a vivere la vita senza paura del mistero che ne costituisce parte integrante, senza paura dell’ambiguità che, a sua volta, ne è parte integrante.
Nel richiamo a un agire morale, concreto e responsabile, sta la risposta di Gaber-Luporini ai dilemmi, agli aut aut del presente: libertà o uguaglianza, individuo o masse, vero o falso, destra o sinistra: “la realtà è più avanti... / Noi mangiamo storia, noi analizziamo / siamo militanti..., la realtà è più avanti. / Noi scendiamo in piazza, siamo antifascisti / siamo democratici..., la realtà è più avanti... / siamo sempre indietro…, la realtà è più avanti / siamo sempre indietro..., la realtà è più avanti”; “Destra sinistra, destra sinistra, destr sinistr... BASTA!” (da “La realtà è un uccello” e “Destra sinistra”).
Va notato infine – per non trascurare il tratto di forte comicità e di autentico umorismo che è proprio del “Teatro Canzone” – che Gaber-Luporini rispondono sempre alla tetra serietà del presente con un’”illogica allegria” (“proprio ora, proprio qui”), con una disperata speranza, capace appunto, sulla base di una libera e nuova teologia atea, di fondare una morale differente, che sappia coniugare il riso e il pianto, la serietà e la leggerezza, l’utopia e la concretezza: “Solo che la discussione, oggi, per noi è più rischiosa di una volta (…) rischiamo di passare per moralisti, per sorpassati, per vecchi. (…) Ma ci proviamo: magari giocando sul terreno degli avversari. Borges ad esempio viene molto spesso presentato (…) come un geniale descrittore del caos. Il nostro Borges invece, ci appare come una sorta di grande teologo ateo, di instancabile cercatore di verità. Ecco, nell’incessante interrogarsi di Borges (…) noi troviamo la sua grande moralità”; “Nella canzone Qualcuno era comunista ho detto che dietro la parola comunismo c’era ben altro che la Russia e la Cina uno slancio morale, molto intenso, che oggi non si vede (…) che la spinta utopistica non è mai lamentosa (…). Ci sarebbe bisogno di un appassionato pessimismo, che nulla abbia a che fare con la depressione o con il nichilismo, ma che diventi slancio, denuncia vitale. Qualcuno definisce i miei spettacoli ‘senza speranza’ nonostante l’evidente entusiasmo del pubblico a ogni fine serata. Sul palcoscenico però si è vitali o si è mortiferi... Credo di appartenere alla prima categoria”. (Cfr. Serra 1982, pp. 87-88 e Gregori 1996).--------------


 


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