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Dettaglio pubblicazione

Categoria: Libretti degli spettacoli



- 1972


Dialogo tra un impegnato e un non so

di Giorgio Gaber e Sandro Luporini




Stagione teatrale 1972/73 - Spettacolo presentato dal Piccolo Teatro di Milano

Dalla presentazione di Franco Lorenzo Arruga per il programma dello spettacolo:

Ma sì: siete curiosi di saperlo. Chi è lui, nel dialogo di questo spettacolo, l’impegnato o il Non so? State aspettando al varco Giorgio Gaber. Forse si dà per Impegnato, vuole restare giovane, di moda. Forse fa il Non so, sottilmente qualunquista. Invece no: Gaber non è nessuno dei due. Allora vi arrabbiate: dunque, è di un più sottile qualunquismo: quello che riesce a mettersi distante persino dai qualunquisti. E invece no doppiamente. Gaber è nessuno dei due, perché non riuscirà mai, per fortuna, a qualificarsi con un atteggiamento in cui far stare stretta tutta la sua vita: piazzarsi nella pigra casa dove il Non so si sente sicuro di se stesso, convinto che basti guardare quel che fanno gli altri per capire come sia vana la loro affannosa mania di lotta; indossare i panni attentamente trasandati dell’impegnato senza dubbi e senza contraddizioni, quello che passa la vita a progettare la rivoluzione e finisce per credere che la rivoluzione sia un mito astratto da applicare ad ogni azione umana per giudicarla, giustificarla, contestarla, sostituirla, benedirla o mandarla a farsi benedire. Però queste due voci, sottilmente, violentemente, inquietamente, fanno un dialogo di cui non è soltanto spettatore: anzi è il dialogo che si svolge dentro a lui stesso, che cerca, con tensione disperata, o con ironia divertita, di far proprie le idee rinnovatrici. Solo che, come ci dice subito, altro è capir le idee, cambiarle, ritrovarle; altro è invece digerirle: "se potessi mangiare un’idea, avrei fatto la mia rivoluzione”. Parte di qui lo spettacolo, che unisce piccoli dialoghi e monologhi a 16 canzoni, almeno 12 delle quali sono nuove (...) Mi dispiace: lo spettacolo nuovo di Gaber è così: tragico. Certo, si ride spesso, anche se non alla maniera solita d’oggi, cioè forte sopra gli altri. D’altra parte, non si piange nemmeno piano su noi stessi; perché non è affatto una serata deprimente; e per di più può mettere in crisi, ma non aiutare a crogiolarsene. Forse c’è una ragione di questa spinta animante, ed è la concretezza d’impegno, finalmente. Ma anche quella che Gaber, oltre che immerso nella vita attuale, è poeta. Naturalmente, non di quelli che decorano con parole stupende le realtà già note; è poeta perché canta con parole vere le cose vere, e ce le fa scoprire in un modo diverso, ci obbliga a fare subito i conti con quelle. Sono parole a volte dure, a volte buffe, spesso teneramente angosciose: un occhio impietoso che si posa sulla realtà, la prende in giro, la carpisce; uno stomaco che fatica a digerirla; un animo che ne soffre e ne cerca le ragioni; una voce che ce la comunica... Soprattutto però la musica ha una sua forza antica, quella di chiarire il testo nella sua sostanza, come parole che arrivano dal mondo a Gaber e che ci vengono restituite in una luce diversa; un canto, insomma, come si pensa quando si usa la vecchia frase: “gliele ho cantate chiare". E poi c’è Gaber come interprete, a garantire la chiarezza e la suggestione: quella voce immediata, quel timbro popolare, quella nitida ironia, e anche quella faccia irregolare, tanti capelli, parecchio naso, occhi ammiccanti o commossi, e gesti da mimo di classe che non rassomiglia a nessuno. Insomma a modo suo Gaber è poeta attento e fulmineo. Certo, non è Leopardi. Il suo sabato della città, così disincantato e crudo con l’orrore dell’amore fisico percepito attraverso i rumori di tutto il caseggiato, non è il sabato del villaggio miracolosamente raccolto attorno al biancheggiar della recente luna. Però non è neanche una cronaca realistica, una denuncia documentata. Ad esempio, proprio in quella canzone, i borghesi del piano di sopra che sembrano trasformarsi in conigli o maiali, loro così rispettabili, ci indicano che anche nei momenti più veristici Gaber ci suggerisce sempre un piano di fantasia sovrapposto a quello reale, proprio per vedere più acutamente nelle cose. Nel grande gioco delle immagini, altri borghesi sono sempre sul punto di trasformarsi in statue, in scheletri; gli intellettuali ora sono mascherati e nascosti nella sera con grossissimi mastini, ora con una foglia spinta dal vento in un occhio si allarmano ma non pensano a toglierla; gli operai nella detestabile retorica si trasformano in illustrazioni di superuomini muscolosi; la collanina dei bambini che giocano alla politica si trasforma in televisore; la torta che Nixon mangia, nell’Europa; l’uomo vestito d’avanguardia, nudo, ridiventa dell’Ottocento. A volte invece le immagini si staccano nettissime nella semplicità assoluta, quasi quotidiana, del discorso: e possono restare indimenticabili. Come la bambinetta, affidata dal tribunale alla madre, che il padre porta la domenica allo zoo, "sempre ben vestita / le scarpe belle nuove / anch’io colla cravatta / la barba appena fatta “. Per riaccompagnarla nella sua casa, le parole normali prendono una disarmante intensità tragica straordinaria: “Vieni un momento qui / dobbiamo andare a casa / su, cerca d’ubbidire / non far la spiritosa”, e la musica scivola via pudica come se dramma non ci fosse, appunto per questo più assurda e struggente. O come la miniaturina grottesca di quello che si fa lo shampoo in una giornata senza voglie, cantata con buffo e religioso impegno, e timbro sfaticato, dove lo scherzo nasconde una sua elementare mistica mitologia: lo shampoo diventa purificazione, con la mamma e la santa messa sostituite dalla schiuma bianca, disperse dallo sciacquo e dimenticate col phon. O come quella della zia Morina che “ci farà il coniglio / ci darà quel vino che ha soltanto lei“, come Gaber progetta all’amico che invece sta morendo, non so se per una illusione di speranza o per un ultimo sogno insieme. Ecco: Gaber che visita l’amico e non gli parla della lotta di classe, non è che la stia ripudiando. Non è neanche che sia diventando un borghese evasivo. Solo, in quel momento esiste anche l’amicizia, esiste anche la morte. E d’altra parte anche il coniglio e il vino della zia Morina, esistono.

Franco Lorenzo Arruga

Indice dei testi dal libretto dello spettacolo:

- Al bar Casablanca
di Gaber

- Ci sono dei momenti
di Gaber

- È sabato
di Gaber

- Evasione
di Gaber

- Gli intellettuali
di Gaber

- Gli operai
di Gaber

- I borghesi
di Gaber

- Il gioco della collana
di Gaber

- Il mestiere del padre
di Gaber

- Il monte
di Gaber

- Il pelo
di Gaber

- Il signor G e l'amore
di Gaber

- La bombola
di Gaber

- La caccia
di Gaber

- La libertà
di Gaber

- L'amico
di Gaber

- La presa del potere
di Gaber

- Latte 70
di Gaber

- Le cipolle
di Gaber

- L'ingranaggio
di Gaber

- Lo shampoo
di Gaber

- Lui
di Gaber

- L'ultima bestia
di Gaber

- Madonnina dei dolori
di Gaber

- Maria Giovanna
di Gaber

- Nixon
di Gaber

- Noci di cocco
di Gaber

- Ora che non sono più innamorato
di Gaber

- Una macchina
di Gaber

- Un'idea
di Gaber

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I brani che nel libretto originale vengono attribuiti a Gaber come autore sono, in realtà, di Gaber-Luporini anche se Sandro Luporini non firmerà gli spettacoli fino al 1973.


Un sentito ringraziamento a Luciana Fastidio per averci inviato il materiale riportato in questa pagina.

 


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