Categoria: Interviste dal Web



Mediterraneo e dintorni - S.A.C.A.L. Aeroporto di Lamezia Terme - 2002
http://www.sacal.it/rivista11/sommario11.htm


Le parole come cose

di Luca Doninelli

Intervista esclusiva. Giorgio Gaber
 

NEI MONOLOGHI, LA PASSIONE PER LA REALTÀ E LA SUA IRRIDUCIBILITÀ
Il tema di questo mio incontro con Giorgio Gaber è semplice e decisivo. La parola – lei, sempre lei – cos’è?, è soltanto uno strumento dei poteri (tutti i poteri), un incantesimo fatto per distrarci, una specie di proiettile che ci bersaglia ogni giorno, ora e minuto?, o è l’espressione e la comunicazione di un’esperienza – e come tale può essere amata?
Giorgio Gaber è uno degli ultimi intellettuali italiani a credere in questa verità profonda della parola. Nelle sue canzoni, nei suoi monologhi ritroviamo quella passione per la realtà e per la sua irriducibilità, che costringe le parole alla precisione e al rispetto. Ascoltiamolo.

L’USO DELLE PAROLE
"Tutto è successo intorno agli anni ‘70. Prima facevo questo mestiere in modo per così dire tradizionale: partecipavo ai festival, incidevo dischi, facevo insomma tutto quello che fanno i cantanti. Poi, un giorno, ho capito che il mio posto era a teatro, perché il teatro dava alla parola la possibilità di essere ascoltata. Scrivere una canzone per il consumo e scriverla per il teatro sono due cose diverse: il teatro rende possibile la comunicazione di un senso, di una profondità, di un’emozione importante. Mi spiace che non ci sia qui con me Luporini, che scrive con me i testi dei miei spettacoli: avrebbe detto cose molto interessanti.
Stando insieme d’estate e discutendo sulle nostre rispettive esperienze, su quello che abbiamo visto e incontrato, e che ci ha colpito, noi facciamo delle vere e proprie piccole scoperte alcune delle quali ci sembrano così decisive che ci viene una gran voglia di comunicarle al pubblico. La comunicazione diventa perciò la ragione delle nostre indagini, delle nostre scoperte; ed è attraverso la parola che si comunica. Quello che ci colpisce, noi cerchiamo di restituirlo al pubblico con la maggior precisione possibile, senza nessuna pretesa, ma soltanto – magari – con la speranza che a qualcuno possa servire.
Lo studio, la fatica che mi costa scegliere una parola piuttosto che un’altra (nessuna parola è mai uguale a un’altra, non esistono sinonimi) esprime la necessità della precisione affinché la comunicazione abbia luogo. Se no, c’è solo l’equivoco, o la distrazione. La parola non serve per distrarsi, ma per mettere a fuoco la nostra esperienza".

UN PRIVILEGIATO
"Io mi considero un privilegiato, nel senso che o scrivo cose per cui vale la pena mettere in scena uno spettacolo, oppure non lo faccio. Ho avuto la possibilità di fare così. Non capita a tutti. In questo modo credo di riuscire a cautelarmi rispetto a molti rischi.
Venti, trent’anni fa il pubblico dei miei spettacoli era molto diverso da quello di oggi. Allora mi sembrava di conoscere tutti, ci si sentiva solidali – anche se alla fine dello spettacolo erano discussioni a non finire.
Ora il mio pubblico è molto diverso. Non so bene perché venga a vedermi e non lo conosco; è molto disomogeneo anche nel modo di venire a teatro, nei motivi che lo spingono lì (sono cose che, stando sul palco, si avvertono immediatamente); invece alla fine scatta un consenso abbastanza generale, sono tutti d’accordo. L’eterogeneità di prima e scomparsa. Questo non so se sia un bene o sia un male. Però è un fatto. E io ho la sensazione che la comunicazione sia avvenuta, che le parole abbiano in qualche modo toccato – non dico inciso, ma toccato sì – un terreno nuovo, che si siano aperti degli spiragli diversi rispetto quando, due ore prima, la gente era entrata in teatro.
Il successo e gli applausi fanno piacere non solo per se stessi, ma anche perché a quel punto sembra davvero che la comunicazione sia avvenuta, e che perciò le parole dette avessero davvero un senso.
Una sera, una ragazzina è entrata nel mio camerino dopo lo spettacolo e mi ha detto: Signor Gaber, le sue parole sono come cose. È il complimento più bello che abbia mai ricevuto".

IL MIO RISCHIO QUOTIDIANO
"Voi, che scrivete libri e articoli di giornale, scrivete ma non ci siete. Siete molto malridotti. La gente non vi conosce, e se vi accetta lo fa solo per quello che avete scritto, ma non vi accetta come persone, per cui in realtà siete accettati a metà, forse anche meno. Il teatro, viceversa, è una forma di comunicazione molto più totale: le prime volte che mi ci avventuravo avevo la sensazione fortissima che il pubblico accettasse tutto di me: la mia andatura un po’ claudicante, il mio fisico, la mia voce, il mio naso... e non è poco.
Non è poco sentirsi accettati così totalmente. Questa è la prima cosa. Solo a questo punto entra in gioco quello che dici e come lo dici, se sei capace o meno di dirlo. Ma è molto difficile (spesso ne parlo anche con Luporini) stabilire in che misura il successo sia dovuto al mio rapporto fisico col pubblico.
Voi scrittori il fisico non l’avete, noi sì: quanto contano, per esempio, il mio fisico, la mia voce nel trasmettere con esattezza un certo discorso, un certo ragionamento? Moltissimo. Non so se qualcuno di voi sia mai salito su un palcoscenico con giù della gente: appena uno sale sul palco e comincia a camminare, subito si sente osservato, si accorge di avere le scarpe sporche, di essere vestito male – si accorge insomma di tutta una serie di cose, come nella vita non capita affatto. È come una specie di esame fisico accurato. A quel punto, la mia reazione rispetto alla gente che sta in platea è decisiva: guai anche solo a provare a nascondere uno solo dei propri difetti! Tanto non serve, perché ti scoprono lo stesso. Meglio, quindi, giocarsi a tutto campo con grande sincerità che non cercare di nascondersi".

LA CANZONE DELL’APPARTENENZA
"Questa canzone è piaciuta molto a parecchi, per esempio a quelli di CL. Io non ho fatto nulla perché piacesse a CL, è stata una coincidenza curiosa, sono stato anche citato – mi pare – da don Giussani, e questo naturalmente mi ha lusingato, ci mancherebbe altro. Quello, però, che vorrei capire bene è se il mio modo di parlare di appartenenza sia lo stesso di quelli che mi lodano oppure no.
Per quanto mi riguarda, ritengo che non esista nucleo sociale, piccolo o grande che sia, che possa stare insieme se non c’è questo senso dell’appartenenza, del far parte cioè di una stessa realtà. Ebbene, non solo io credo che questa appartenenza sia necessaria per così dire socialmente, ma che sia un bisogno naturale dell’individuo.
Ognuno dentro di noi ha bisogno dell’altro, perciò il poter dire “noi” cambia la dimensione del rapporto con la vita. È come il bisogno di mangiare e di bere, di vivere.
C’è anche un altro modo di intendere l’appartenenza, lo so: un modo bieco, se vogliamo: l’appartenenza etnica, tribale, xenofoba – un’appartenenza ricattatoria, certo: eppure, fa sempre parte dei bisogni dell’uomo. È I'espressione negativa di un bisogno sacrosanto.
Le origini di una canzone o di un monologo possono essere le più diverse: lo spunto può venirti da una persona con cui parli, da un libro che leggi, da una situazione in cui ti imbatti.
Queste piccole scoperte si trovano dunque per strada, si trovano nella gente, o, meglio: si trovano, me le ritrovo nel cammino che sto facendo. Spesso non si tratta immediatamente di una scoperta vera e propria. Magari è solo un piccolo allarme.
Vedi in televisione, senti alla radio, vedi intorno a te qualcosa che non va. Allora, ti viene da chiederti: questo che centra? C’è qualcosa che non torna, è necessario ragionarci sopra e chiarire il punto.
Queste cose si fanno sempre insieme col pubblico. Chi fa il mio mestiere riceve dalla gente; non vive da solo, ma riceve dei segnali dall’esterno e poi cerca di tradurli e di restituirli al pubblico.
Non si parte mai dal nulla! Si parte sempre da situazioni concrete! Sono molte le parole che sono dette, siamo invasi dalle parole però sono parole dette senza scopo, senza bisogno di comunicare nulla.
Mentre le parole che io cerco di dire sono parole che hanno sotto il desiderio di una comunicazione, di trasmettere una conoscenza in più!"