Categoria: Interviste '90



Il Venerdì - della Repubblica (pag.82) - 16/02/1990


GIORGIO GABER. Aspettando Godot insieme a Jannacci

di Andreina De Tomassi

LE TELEFONATE. Al teatro Giulio Cesare di Roma in scena “Il Grigio”. L’attore milanese è alle prese con un topo che entra nella sua vita fino a sconvolgerla. Chi vincerà?
 

GABER LEI CI RIESCE, OGGI, A FAR FINTA DI ESSERE SANO?
"Credo che il mio mestiere mi aiuti molto: ho un rapporto personale con il pubblico, pulito, schietto, chissà, forse è un’illusione, ma ci credo; nel privato poi, beh, a 51 anni cerco di essere una persona adulta".

PERCHÉ HA SCELTO IL TEATRO?
"Mi sembra che sia rimasto, oltre la conversazione, l’unico mezzo per creare uno stato emotivo. Lontano dalla televisione, lontano dall’appiattimento".

LEI HA ABBANDONATO IL TEATRO POLITICO.
"Ma io non ho mai portato in scena un “manifesto” politico, è una facile etichetta che mi hanno voluto applicare. Ricorda? lo nel ‘73 cantavo “Chiedo scusa se parlo di Maria, Maria la libertà, Maria la rivoluzione... ” ecco, avevo già detto tutto. Con Sandro Luporini abbiamo sempre scritto qualcosa che ci rappresentasse, che fosse, non so, un sentimento comune. Al massimo nei miei spettacoli ho fornito una direzione morale".

E I GIOVANI?
"Anche qui un altro luogo comune. A dir la verità io ho avuto per anni l’ossessione dei giovani, e da anni ho smesso di fare il “pessimo sociologo”. Chi sono i giovani? Quelli della pantera, del fax? Non solo. A teatro vengono moltissimi giovani, anche senza il tam-tam ossessivo della televisione, sanno che ci sono, vengono, per loro io sono una novità. Del resto, non sono mai stato un “venditore per giovani” e loro lo sanno; a modo mio, sono un “resistente”, mi oppongo come posso, con i miei mezzi".

VENIAMO AL TOPO. CHI È IL TOPO?
"Chissà... Un incubo, un sogno, una metafora. Quest’uomo che si è voluto allontanare dalla volgarità del mondo (anche se ci sono degli apparecchi televisivi lì intorno) ingaggia un duello con questa “presenza”. Il topo è un pretesto per entrare dentro se stessi, per guardarsi, per fare un bilancio".

ANCORA CATASTROFI ESISTENZIALI?
"No, assolutamente, quando l’uomo sprofonda nell’osservazione del sé, poi, riemerge, lentamente. È come la calma dopo la tempesta, si accetta. Tutto qui. Accettarsi".

E LEI SI ACCETTA?
"Soprattutto grazie al teatro".

QUAL È IL SUO LIBRO DELLA NOTTE, QUELLO SUL COMODINO?
"È Aspettando Godot, lo sto rileggendo, studiando. Lo porteremo in scena a Venezia, in maggio, in teatro con Jannacci’".

DOPO QUANTO TEMPO TORNA IN PALCOSCENICO CON JANNACCI?
"Dopo trent’anni, ma non diciamolo troppo forte..."