Categoria: Interviste 2000



GQ - n.19 - Aprile 2001


Esserci o non esserci (in tv e nei media?)

di Antonio Orlando

LUPI SOLITARI/1 GABER A volte scompaiono. A volte ritornano. Sono scrittori, attori e cantanti che all’improvviso evitano il contatto con il pubblico. Una scelta difficile e affascinante che GQ ha voluto discutere con chi ha deciso di uscire dal coro, come Giorgio Gaber (…)
 

Immagina Eros Ramazzotti, cantante al top della popolarità, che di colpo dice basta alla tv. alle canzoni facili, ai grandi concerti e decide di esibirsi solo nei teatri, inventandosi un repertorio intellettuale, colto e, occhio alla parola, politico. Giorgio Gaber lo ha fatto: 30 anni fa la tv del sabato sera, Sanremo, i dischi in classifica. Poi stop. Solo canzoni d’impegno, fotografie taglienti delle mutazioni della società italiana. E dopo 20 anni di silenzio discografico, finalmente un nuovo cd con un titolo duro: La mia generazione ha perso. Gaber ha scelto GQ per raccontare i motivi delle sue scelte. A partire da...

PERCHÉ UN TITOLO COSÌ?
Un bilancio. Ho 62 anni: tanti progetti e cambiamenti che volevamo sono falliti. Ma non sono pessimista, non invito alla resa, ma a una dolorosa consapevolezza.

COME SI VIVE SENZA ESSERE IN TV?
Benissimo, mai pentito. È stata una scelta di libertà, ho trovato il modo per essere più fedele a me stesso.

COME E QUANDO?
Era la fine degli anni ‘60. Dopo 11 anni di televisione, non solo come cantante ma anche come presentatore, volevo cose nuove, volevo costruire un repertorio differente che non poteva trovare spazio in tv.

CHE NON ERA ANCORA LA GRANDE SORELLA.
Era molto diversa. Due sole reti. Possibilità di scelta, zero. Per un uomo di spettacolo era fondamentale esserci: bastava un’apparizione di 45 secondi, come accadde a me, e il giorno dopo ti riconoscevano per strada. Altro che Grande Fratello.

COME MATURÒ IL GRAN RIFIUTO?
Con una tournée in teatro con Mina. Io aprivo la serata di fronte a un pubblico che pagava il biglietto soprattutto per lei. Un’impresa durissima, ma andò bene. Lì ho capito che ce la potevo fare, che quello era il mio mestiere. Così nacque il Signor G al Piccolo Teatro di Milano.

PRIMA CHE COSA FACEVA?
Un’abile serie di comportamenti che ti portava a essere popolare. Anche il disco tradizionale mi stava stretto: io volevo una canzone teatrale in stile Brel e Brassens, i miei miti giovanili.

E GABER DIVENTÒ UN LUPO SOLITARIO...
Il grande problema per me è sempre stato l’appartenenza. L’essere umano ha bisogno di appartenere a qualcosa. Io non sono riuscito quasi mai a trovare quel qualcosa...

POLITICAMENTE LEI STA A SINISTRA.
Sì, in un certo senso. Anche se non so più bene che cosa voglia dire essere di sinistra. Ma le critiche meno benevole mi sono sempre arrivate proprio dai giornali di sinistra, che non tollerano quelli che non si schierano totalmente. O di qui o di là. Io ho sempre cercato di dire quello che pensavo, senza identificarmi con ideologie imposte. Anche per questo dal ‘75 ho smesso di votare. Purtroppo per ragioni affettive non ho potuto fare a meno di votare per mia moglie Ombretta Colli, ma, a parte questa eccezione, non potrei mai essere di destra. Direi che è un fatto fisico. Però quanto mi fanno incazzare quelli di sinistra!

PERCHÉ NON HA PIÙ VOTATO?
Perché l’unica possibilità di cambiare le cose è occuparsi dell’individuo, cosa che ai politici non interessa. E allora, un po’ come per la televisione, mi sono allontanato da una politica che ho visto solo e sempre come gioco di potere.

PRESTO ANDRÀ ALLO SHOW DI CELENTANO.
Lo conosco da quando avevo 16 anni: geniale e imprevedibile. Mi ha detto che posso fare quello che voglio e penso che sarà divertente. E poi non vado in tv, vado da Celentano.