Categoria: Interviste '80



La Repubblica - Teatro - 06/12/1988


Gaber, solo attore recita con il topo

di Guido Vergani

Il cantautore milanese parla del suo spettacolo “Il grigio”. “Si può vivere anche senza la tv”
 

MILANO — Alla caccia di un topo, il grigio. Giorgio Gaber approda alla sua Milano dopo il debutto in un tour fra l’Emilia, la Toscana e un po’ di Liguria: Modena, Bologna, Prato, La Spezia. Un rodaggio tonificante, tutto a teatri esauriti.
“Qualche volta, l’esaurito mi sorprende” dice “Mi capita di tornare in una città dopo due anni. Per due anni nessuno ha sentito parlare di me, nessuno mi ha visto a Fantastico, nei talk show di Costanzo, in qualsiasi altra trasmissione. Eppure, il teatro si riempie. Segno che si può vivere e non essere dimenticati anche stando lontano da via Teulada, dalle telecamere”.

“HO SCELTO LA RAZZA DEL SESSANTOTTO”
“È una mia lontana scelta. Tanti anni fa, ho preferito un’altra faccia del pubblico, una razza, quella che stava nascendo dai fervori, dal ribellismo del Sessantotto. Non mi ci sono identificato. Anzi, spesso i miei spettacoli sono stati duri proprio con le ricette di vita di quella razza, con i bla-bla rivoluzionari. Non è stata una scelta ideologica, ma un avvicinamento fisico alla gente che mi dava di più. Da qui, la rinuncia alla televisione che per quella razza era squalificante. Da allora, ne sono stato fuori e credo che nessuno, là dentro, mi abbia rimpianto. È stato uno sbaglio voltare le spalle alla televisione che, intanto, andava verso il suo boom? Quando si alza il sipario e vedo l’esaurito, questa mia volontaria solitudine di mestiere, questa mia autarchia da bottega mi danno orgoglio. C’è un pubblico che ti segue anche se non sei una presenza fissa del teleschermo. Insomma, non tutto è perduto”.
Tonificante, il rodaggio, lo è stato anche perché si trattava di un doppio debutto: non solo un nuovo spettacolo, ma uno spettacolo diverso dalla norma di Io se fossi Dio, Io se fossi Gaber e Parlami d’amore Mariù e soprattutto un nuovo Gaber, non più cantante-attore, ma soltanto attore.
Il successo ha dimostrato che questa inversione di marcia ha pagato: fra il pubblico nessun rimpianto del prototipo Gaber, nessuno scombussolamento per questo Gaber che non canta, che non alterna le canzoni ai monologhi, per queste due ore di teatro solo recitato, un lungo soliloquio accompagnato, sottolineato da molta musica ma senza alcun siparietto canoro, senza la tipica vocalità di questo ‘vate dei cani sciolti’.
Quarant’anni dopo è come un rinascere nella Milano che, sul finire degli anni Cinquanta, lo tenne a battesimo come rockettaro nelle profondità del Santa Tecla, una sorta di “cave” parigina, di sacrario del jazz in quella città che si era da poco lasciata alle spalle le macerie. Allora, Gaber faceva coppia con e Enzo Jannacci nel duo I due corsari. Poi, venne, sempre sullo sfondo di Milano, la stagione dei cantautori.
“Il mercato del disco stava esplodendo” racconta “Aveva fame di novità, di proposte che smuovessero il panorama. Era aperto a tutti gli esperimenti, anche i più tragici, tant’è che mi fecero cantare. Eravamo un bel gruppo di stonati, noi cantautori. Lo ricordo come un periodo straordinario per voglia di fare, per creatività. Jannacci, Paoli, Tenco, Bindi, Endrigo ed io eravamo una piccola comunità di lavoro, di verifica, di mutuo soccorso creativo. Spesso anche di mutuo soccorso finanziario. Furono dolori per conquistare un posto al sole. Dai diciotto ai trent’anni, il mio mestiere è stato quello del cantante. Poi, mi sono stufato di accettare qualsiasi cosa, le regole soffocanti del mercato. Ho cambiato il mezzo. Ho scelto la canzone-teatro. Il che mi ha permesso di approfondire il mio discorso di osservatore della realtà e forse di non soccombere a quel che è successo nell’universo della musica leggera. Che fine avrei fatto in quest’epoca di totale colonizzazione, di americanismo un po’ becero che monopolizza le emissioni, che travolge anche i migliori a discapito di qualsiasi idea un po’ più nostra. Invece, sono ancora in piedi e ho il privilegio di fare soltanto le cose che mi piacciono. Anche di cambiare registro. Questa volta, sto in scena senza chitarra. Non canto. Era una scommessa. Pare sia andata. Come attore, sono un po’ anomalo. Ma arrivo al mio pubblico”.

MA L’ESCLUSIONE NON PER SEMPRE
Il cantante Gaber si è autoescluso. Ma non sarà per sempre, né si tratta di una scelta di principio, di un rinnegare le proprie origini artistiche.
“Avevo scritto qualche canzone anche per Il grigio, insieme a Sandro Luporini che da tanti anni è il mio compagno di lavoro, una specie di mia controfaccia. Ma ci siamo accorti che avrebbero allentato la tensione e spezzato il ritmo di questo testo che è stato pensato per essere un recitato su musica: uno spettacolo di prosa in solitario, nel senso che io sto da solo sulla scena. Sono, insieme, il protagonista e il narratore, l’interprete di altri personaggi evocati e anche di quel topo, il grigio, una presenza totalizzante che è ombra, demonio, dio, bene e male, buona e cattiva coscienza. Le canzoni sarebbero state, forse, un riconoscibile marchio di fabbrica. Ma, in questa parabola esistenziale, proprio non ci azzeccavano. Verranno, comunque, buone. Magari, farò un disco”.