Categoria: Opuscoli (allegati)



ed. Ricordi S.p.A. - Profili Musicali - 1982


Autori e interpreti della canzone italiana. GABER

di Michele Serra

PARLIAMONE INSIEME A… MICHELE SERRA
 

Il 22 ottobre del 1982 Giorgio Gaber ha debuttato a Parma come autore e interprete di un dramma teatrale, assecondato, come sempre, dalla penna dell’amico Sandro Luporini e, per la prima volta, da una partner artistica, Mariangela Melato. Così uno dei cantanti più acclamati e seguiti dal pubblico italiano ha deciso di divorziare dalla canzone.
Solo gli spettatori meno attenti possono stupirsi di questa sua decisione. Da quando, nell’ormai lontano 1970, Gaber decise di lasciarsi alle spalle la facile popolarità televisiva per tentare la fortuna in un “genere” – il recital – riservato a pochi grandi, il suo itinerario artistico è stato lineare e conseguente: fare della canzone non più un fine (come per chi “fa i dischi”), ma un mezzo, uno strumento da spremere fino all’ultima goccia di significato, da adattare a una forma di comunicazione così particolare e “drammatica” come quella che avviene in teatro, dove tra chi recita e chi ascolta e osserva non ci sono le barriere e le deformazioni della riproducibilità tecnica.
E tanto l’ha spremuta, sfruttata, cambiata, rigirata, maltrattata, esaltata, da considerarne esaurita la funzione: nel teatro di Gaber, per adesso, non c’è più posto per la canzone. Un ex cantante? È ancora presto per dirlo. Constatiamo, per adesso, che all’unicità della sua esperienza artistica ha corrisposto, oggi, una scelta altrettanto unica nel panorama dei cosiddetti “cantautori”.
Scrivere canzoni per il teatro è tutt’altra cosa che scriverle pensando ai tre-quattro minuti di un disco a 45 giri o ai dieci-dodici brani di un 33 giri.
Il teatro consente tempi più lunghi, pause, crescendo, interruzioni brusche, bruschi cambiamenti di tono; il teatro non si accontenta di uno spartito e di una voce, richiede anche la presenza, in tutta la sua fisicità, di un attore.
Così tutti i dischi incisi da Gaber negli anni Settanta (da quando, cioè, la sua scelta di campo in favore del teatro fu irreversibile) hanno, soprattutto, un valore di documentazione di un lavoro nato lontano dalle sale d’incisione.
Ascoltarli avendo già visto – almeno una volta – Gaber dal vivo è un grande vantaggio, perché chi ha potuto vivere di persona la forte emozione del teatro di Gaber sa quanta importanza abbiano la sua presenza, la sua mimica, la sua maschera pallida e intensa.
Ma anche prescindendo dal teatro, ascoltare un disco di Gaber non è mai tempo sprecato.
Le doti di interprete, la grande varietà dei temi musicali (al punto che qualcuno, a torto, sostiene che Gaber musicalmente ha poca personalità, manca di un “marchio” inconfondibile), la cura degli arrangiamenti (hanno lavorato con lui, tra gli altri, Franco Battiato e Sergio Farina) fanno delle canzoni di Gaber anche fuori dal loro contesto naturale, un’espressione artistica compiuta e coinvolgente.
A patto, però, che si conceda alle canzoni di Gaber – a volte veri e propri recitativi – un ascolto molto diverso da quello, frettoloso e distratto, che siamo ormai abituati a riservare ai dischi.
Gaber va ascoltato con quella particolare disponibilità – di tempo e di spirito – che destiniamo, di solito, a uno spettacolo dal vivo.
Quando Giorgio Gaber iniziò a cantare, verso la fine degli anni Cinquanta, Milano era in una fase di rapida e originale crescita culturale.
Aveva gli uomini giusti (i Fo, i Grassi, gli Strehler, i Parenti); aveva, soprattutto, le energie imprenditoriali necessarie.
Il disco a 45 giri italiano nasce proprio – come fenomeno di massa – a Milano, tradizionale capitale della discografia. L’impulso decisivo viene da Nanni Ricordi, allora giovane rampollo di una prestigiosa dinastia di editori musicali, che decide di mettere su vinile quasi tutte le bislaccherie dell’epoca.
Dalla Ricordi, in quegli anni, passarono Paoli, Tenco, Endrigo, Bindi, Jannacci. E Gaber. Alla Ricordi, in sostanza, nacquero i cantautori.
Giorgio Gaberscik faceva il rock. Demenziale, come si dirà più tardi.
Era un ottimo chitarrista, nonostante una menomazione alla mano sinistra. E aveva, già allora, molto senso del ridicolo, poiché rifiutò di accettare i “nomi d’arte” propostigli da Giulio Rapetti-Mogol: Rod Corda, Joe Cavallo e Jimmy Nuvola. Scelse, più semplicemente, di chiamarsi Gaber.
Da solo o in coppia con Enzo Jannacci (si chiamavano “i due corsari”) ebbe successo da subito.
All’epoca si facevano cinque o sei 45 giri l’anno, costavano poco e bastava venderne qualche decina di migliaia per guadagnarci bene.
I testi – alcuni dei quali dello scrittore Umberto Simonetta: allora le canzonette portavano firme prestigiose (Fo, Carpi, Calvino, Eco) – erano quasi privi di senso, a meno che si voglia considerare sensata una lunga teoria di filastrocche sconclusionate a base di invettive contro le “racchie” e quelle che non ci stanno. La vena surreale di Jannacci, già stretto collaboratore di Dario Fo, permea di sé la Milano canterina dell’epoca.
“Una fetta di limone”, “Il cane con i capelli”, “Il cane e la stella” sono le cult-song della gioventù anticonformista, stanca della levigata melodia all’italiana e delle melensaggini di Sanremo.
Rock vuol dire “rompere le righe”, e all’appuntamento Milano è in prima fila, con i suoi Ghigo, Ricky Gianco, Celentano, Gaber e Jannacci.
Dopo gli inizi brucianti, Gaber, la cui naturale inclinazione di interprete eclettico, dai timbri variati, gli impedisce di fossilizzarsi in un “genere” solo, amplia i suoi interessi artistici.
Interpreta ballate pseudo-popolari (“Porta Romana”, il “Cerutti”), canzoni d’amore (“Non arrossire”), canzonette ironiche (“Torpedo blu”).
Diventa molto popolare, fa parecchia televisione: il pubblico comincia ad abituarsi al modo sinuoso, accattivante di cantare e di parlare, al profilo caratteristico, alla forte presenza scenica. Più del repertorio, resta impresso l’interprete. E già questa viva impronta fisica comincia a segnare il futuro di Giorgio Gaber: si sente sempre più attore, capisce che per esprimersi e indispensabile la sua presenza fisica, si interessa sempre di meno al lavoro discografico.
Quando decide di “buttarsi” nel teatro, nel ‘70, Gaber è all’apice del suo successo televisivo. Capisce benissimo che si lascia alle spalle una attività (e una pagnotta) sicura in cambio di un salto nel buio. Ma è un attore nato: ha bisogno del palcoscenico, della presenza del pubblico. Già durante le serate nelle balere e nei dancing si è reso conto che il suo “rendimento” raggiunge il massimo quando se ne sta sotto i riflettori.
Il suo primo spettacolo, “Il signor G”, è un recital in senso classico: una serie di canzoni, alcune già di successo, altre scritte ad hoc, presentate in rapida successione.
Ma c’è già una novità sostanziale: anziché legare i brani uno all’altro con le solite quattro battute, Gaber, insieme all’amico e inseparabile partner artistico Sandro Luporini, scrive una serie di brevissimi monologhi.
Sono i primi passi di quello che – sfuggendo ad ogni classificazione – verrà chiamato in futuro appunto “il teatro di Gaber”: parti cantate e parti recitate che si integrano a vicenda. Il successo è clamoroso, senza precedenti nella storia del teatro italiano. In dieci anni di lavoro, Gaber accumula la vertiginosa cifra di due milioni di biglietti venduti. Per un “one man show” è un record incredibile.
Dopo “Il signor G”, vanno in scena “Storie vecchie e nuove del signor G”, “Dialogo tra un impegnato e un non so”, “Far finta di essere sani”, “Anche per oggi non si vola”, “Libertà obbligatoria”, “Polli d’allevamento” e “Anni affollati”, che concluderà, nella stagione 81-82, la lunga e fortunata serie degli spettacoli-monologo.
A conferma di quanto detto prima, non deve stupire il fatto che a fronte dello straordinario numero di presenze teatrali, Gaber non ha venduto, negli anni Settanta, molti dischi. Venti-trentamila copie ciascuno, poca cosa a paragone delle centinaia di migliaia di copie vendute ogni anno dai cantautori di grande fama. Il fatto è che Gaber non ha fatto canzoni: ha fatto "canzoni a teatro”. Diverse come struttura, come composizione. Diverse, conseguentemente, anche come destinazione e “consumo”.
Chissà, però, che quei dischi, adesso che Gaber ha impresso alla sua vicenda professionale una nuova svolta, non acquistino un nuovo interesse, documentando una stagione artistica straordinaria e irripetibile, ancora pieni della tensione e della passione che Gaber ha portato, per dieci anni, nei teatri di tutta Italia.
Giorgio Gaber non ama le interviste. Ne concede pochissime, e se ne pente subito dopo. “Non mi riconosco nelle cose che mi mettono in bocca”.
Molti giornalisti, per questa sua originale idiosincrasia, lo considerano uno snob; eppure la spiegazione di questa misantropia, dopotutto, sta proprio nella sua scelta di campo in favore del teatro.
Ossessionato dalla “falsa coscienza” diffusa dai mezzi di comunicazione di massa (tema privilegiato di molti suoi spettacoli), Gaber si è rifugiato in teatro proprio per essere solo con se stesso, unico responsabile di quello che dice. Televisione, giornali, cinema, gli sembrano filtri troppo compromettenti. Un artista solitario. Nemico delle conferenze stampa e delle pubbliche relazioni proprio nell’epoca in cui “merchandising” e “marketing” affratellano dentifrici e cantanti nella categoria universale del prodotto. “Sputa nel piatto in cui mangia”, mi disse una volta un collega indignato perché Gaber non voleva nemmeno rispondergli al telefono. Il fatto è che Gaber mangia in un altro piatto, che non ha niente a che vedere con la musica leggera tradizionale. (Sia detto, tutto questo, senza nulla togliere ai cantautori “veri”, tra i quali ci sono diversi artisti di grosso calibro).
E una questione di linguaggio artistico. Quello di Gaber ha come condizione indispensabile la non-riproducibilità fuori dal teatro. È un linguaggio che vuole vivere e morire sopra il palcoscenico, e tutto il resto sembra a Gaber un’interferenza dannosa e inutile. Anzi, il silenzio quasi maniacale sulla sua vita privata, l’abbandono totale della televisione (se non per riproporvi, appunto, i suoi spettacoli teatrali), la sua scarsa simpatia per i giornalisti fanno parte più dell’artista che dell’uomo. Che è socievole e disponibile, a patto che non si tocchi il suo lavoro, che si parli d’altro. Magari di calcio. Un altro degli aspetti che fanno più discutere (e che lo differenziano maggiormente dai cantautori “classici”) nel lavoro di Gaber, è la “doppia firma” dei suoi spettacoli. Gaber-Luporini. Ma che cosa è di Gaber, e che cosa di Luporini?
Impossibile saperlo da loro: “Tutto quello che scriviamo – dicono – è di entrambi, perché nasce dopo interminabili discussioni, scambi di idee. Al punto che, rileggendo i testi di certe canzoni, non riusciamo a ricordarci se l’idea di scriverle era stata dell’uno o dell’altro”.
In effetti l’intesa tra i due è perfetta. Lavorano d’estate, quando Gaber, stanco di girare per tutta l’Italia (le sue tournées durano, di solito, da novembre a maggio) va in vacanza in Versilia. Vacanza tra virgolette, perché Sandro Luporini, che fa il pittore a Viareggio, lo va a trovare quotidianamente: e da interminabili conversazioni notturne nascono i primi abbozzi del nuovo spettacolo. Testi e musica (a volte prima i testi, a volte – ma assai più raramente – prima la musica) prendono forma sole quando i due autori, a furia di masticare e rimasticare l’argomento prescelto, sono sicuri di quello che vogliono dire.
La perfetta intesa tra Gaber e Luporini nasce, tra l’altro, dalla conoscenza minuziosa delle possibilità espressive di Gaber-attore. Al punto che è difficile dire se, in questi anni, Gaber è cresciuto e sì e adattato come interprete ai due autori Gaber-Luporini, o se viceversa i due autori hanno imparato a sfruttare appieno il grande potenziale artistico dell’interprete. Certo che un affiatamento così collaudato è un caso raro, e assai fortunato. “In due – dicono loro – si lavora meglio, perché ognuno può verificare sull’altro se quello che sta progettando è interessante o noioso, verosimile o esagerato; e, d’altro canto, ognuno può limare e correggere gli eccessi dell’altro”.
Se a questo si aggiunge che, come spiega Luporini, “Giorgio è più fisico, più passionale, io più intellettuale” è facile capire come i due si compenetrino e si completino a vicenda fino a costituire una “ditta” giustamente premiata e stimata.
Ed è facile capire, anche, come non abbia senso chiedersi che cosa sarebbe Gaber senza Luporini e viceversa: perché il sodalizio tra i due, iniziato nel lontano 1970, non è il frutto di una casuale collaborazione, ma il risultato di un lavoro tenace, costante, sempre più perfezionato. Scegliere il teatro e scegliere Luporini come coautore è stato tutt’uno: non un “paroliere”, non un poeta da musicare, ma un compagno di avventura che fosse in grado di sottoporre lo strumento-Gaber a tutte le sollecitazioni, gli esperimenti, le forzature del caso.
Gaber, quando parla di sé come musicista, è molto modesto. Non di considera niente più di “un buon orecchiante”. E in effetti nelle sue canzoni si possono rintracciare quasi tutte le suggestioni e le atmosfere della migliore musica popolare, dal country alla Dylan alla grande tradizione francese, agli orientalismi “psichedelici”, fino agli elaborati recitativi dell’ultima produzione. Ma questo eclettismo, che forse sarebbe un grave difetto in un cantautore classico (bisognoso di un’“immagine sonora” ben delineata e riconoscibile), è assai funzionale agli spettacoli di Gaber, in cui le canzoni non devono mai sovrastare l’interprete, ma solo assecondarlo, quasi “commentandone” il comportamento in scena. Così ai diversi registri interpretativi richiesti dall’attore-cantante (comico, ironico, tragico, sentimentale) si adattano le musiche, fino a fare di Gaber uno dei più fecondi compositori di musiche anche se non uno dei più originali. Si potrebbe dire, in sostanza, che Gaber compone per se stesso una sorta di “colonna sonora non parte mai dal desiderio di scrivere una canzone”; ma dalla necessità di mettere in musica un momento del suo spettacolo.
A ben vedere, gli spettacoli di Giorgio Gaber, dal “Signor G” ad “Anni affollati”, sono straordinari anche per questo eclettismo musicale.
Nessun “stile”, nessun “genere” prestabilito: tutto, dagli argomenti trattati al modo di trattarli (e di cantarli) deve passare attraverso il corpo dell’attore. L’unico “stile” consentito è proprio la presenza dell’uomo solo in scena, vestito di blu. Così come non ha voluto fare sua nessuna delle decine di mode dei ruggenti anni Settanta (pur assaggiandole tutte), Gaber non ha scelto nessuna musica. Ma ne ha provate tante, adattandole a se stesso come costumi di scena.
Ecco, ascoltando, su disco, le canzoni di Gaber, il modo migliore per capirle e per amarle è proprio questo: immaginarle addosso a lui, mentre le canta sotto i riflettori.
Uno sforzo d’immaginazione che gli è davvero dovuto: lui, per arrivare dov’è adesso, ha saputo rischiare tutto, rivoluzionando il proprio lavoro, le proprie abitudini, la propria pigrizia di cantante di successo. Tocca a noi, adesso, capire che dietro un disco c’è un uomo tutto intero.


Articolo tratto dall'opuscolo "Gaber" della collana "Profili Musicali". Fascicolo con audiocassetta (Porta romana, La ballata del Cerutti, La balilla, La mamma del Gino, Far finta di essere sani, Lo shampoo, Quello che perde i pezzi, Chiedo scusa se parlo di Maria).