Categoria: Articoli '70



Supersound - n.22 - Giugno 1974


Giorgio Gaber. Far finta di essere sani

di Aldo Bagli


 

“Sì d’accordo... tutti insieme… tutti sullo stesso treno… ma ognuno col suo biglietto”. Con questa stupenda frase, che evidenzia l’impostazione individualista del lavoro, Giorgio Gaber ha concluso il suo spettacolo “Far finta di essere sani”, che gli sta procurando soddisfazioni e meritatissimi applausi in ogni parte d’Italia e tra i più disparati tipi di pubblico, dalla grassa signora impellicciata al distinto mister, dal ragazzo ante-contestazione a quello pseudo, dalla madre di famiglia alla lady dei Parioli con relativi pargoli magari anche boy scouts, ultimo baluardo perbenistico dei figli di papà che non vogliono accettare il ruolo imposto loro dalla società. Si è avuta tutta questa eterogeneità umana perché la rappresentazione è molto poliedrica. È “ad hoc” per qualsiasi tipo di persona, pur non essendo un prodotto artistico di largo consumo, la solita “bufala”, lacopone docet, che gli itali impresari mettono a disposizione a buona parte delle itale platee, sempre più felici e più prese per i fondelli (presa piuttosto redditizia). Può essere veduta e considerata sotto aspetti differenti tra loro; comico, intimista, strettamente culturale, musicale, politico. È proprio di quest’ultimo che ci vogliamo occupare in primis. Il linguaggio di Gaber che è un uomo di sinistra, non offende nessuno, è pacato e semplice, il più delle volte sfocia in una severa autocritica a se stesso ed ai compagni del partito, che non sembrano (o non vogliono) rendersi conto delle reali esigenze della classe operaia: “Un’idea un concetto un’idea finché resta un’idea è soltanto un astrazione, se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione". Alla luce delle sue composizioni si può capire benissimo che Giorgio non è come un Paolo Pietrangeli, cioè, un fedayn della canzone; non è semplicemente un artista raffìnato ed intelligente, dotato di una coscienza politica ormai matura, che ha aperto gli occhi, che ha capito che la terra, se continua di questo passo, fra non molto smetterà di girare, ed allora ha cercato di analizzare, per capire, I’uomo in tutti i suoi volti, e in tutte le strutture sociali da lui create, in ogni momento della sua esistenza, dall’amore di Maria che vince anche il Vietnam o la Cambogia, all’Italia che gioca a carte, ride scherza, mentre un gruppo, “bellissimo ed hitleriano”, di tecnocrati sta conquistando il potere, anzi siede già in Parlamento. “Far finta di essere sani” (titolo che allude chiaramente al benpensante borghese, quello che crede ai civili e sereni confronti nel nome della democrazia), non è altro che il collage armonico di situazioni, di tematiche abbastanza ricorrenti, che apparentemente possono sembrare sconnesse, data la varietà di temi affrontati, ma che in realtà sono profondamente legate da un vincolo di schiacciante logicità e progressione. I testi sono, alla portata di tutti, a volte paradossali ma costantemente semplici, non semplicistici come qualcuno ha detto, ed hanno il potere di coinvolgere a livello cerebrale la maggior parte degli spettatori, anche se in modo e quantità differente. In un’epoca come la nostra, satura all’eccesso di complesse quanto inutili masturbazioni intellettuali collettive, gli spettacoli di questo tipo hanno la funzione precisa e coraggiosa, di riportare la gente sui binari di una ra-zionalistica semplicità di vita. È molto più facile essere complicati, arzigogolati che spontanei, sinceri e Gaber ce ne offre la dimostrazione lampante.
La struttura di “Far finta di essere sani” è fin troppo chiara ed è stata sfruttata, in precedenza da molti altri show-men: piccolo monologo, spiritoso e pungente, che serve come preludio ad una canzone. È questa l’unica pecca, cioè la non originalità alla base, di uno spettacolo nuovo, ma che soprattutto si discosta notevolmente dai canoni comuni. Musicalmente le composizioni di Gaber non sono certo il non plus ultra anche se sono sempre piacevoli, ben costruite, e mai monotone, e è chiaro che la musica ha una funzione di secondo piano, di accompagnamento rispetto al testo, ma è un ruolo che assolve dignitosamente senza eccessive pretese. In conclusione “Far finta di essere sani" è un ottimo spettacolo che merita veramente di esser visto, anche perché rappresenta uno dei pochi e sporadici tentativi italiani di dar vita ad un qualcosa che abbia a che fare con l’arte, quella non mercificata, però!