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La Repubblica - (pag.48) - 11/04/2001


Gaber il castigatore e la sua elegia del mondo

di Gino Castaldo

Da domani nei negozi “La mia generazione ha perso” il nuovo album del cantautore, 12 brani che faranno discutere
 

MILANO – Esce, finalmente, il disco di cui si parla tanto. Esce nei negozi (da domani), come ai dischi di Giorgio Gaber (realizzati solo per essere venduti nei teatri) non capitava da una ventina d’anni. Esce con 12 canzoni che hanno fatto già discutere prima ancora che siano state ascoltate, perché fin dal titolo, La mia generazione ha perso, si avverte il bisogno di dire quello che più nessuno dice, per incuria o abitudine, o peggio rassegnazione, perché contiene invettive (soprattutto “La razza in estinzione“) cantate con una rabbia che impressiona per la vibrante veemenza, perché castiga tutto e tutti, con la spietatezza di un uomo che si ritiene un libero pensatore e non deve rendere conto a nessuno.
Arriva di slancio a immaginare Chiesa e Papi che sprofondano, e sarà interessante notare l’effetto che farà questa canzone cantata in prima serata il 26 aprile nel programma di Celentano. Canzone violenta e iconoclasta, senza dubbio, ma per chi dovesse preoccuparsi per la massaia di Voghera o per i bimbi in ascolto, dovrebbe prima chiedersi se non hanno fatto più danni tutti questi anni di bromuro televisivo. Canta sornione e grottesco i vizi de Il conformista, e sembra di vederlo ingobbito, col naso che prolunga la curva della schiena, guardare di sottecchi chi ascolta per scoprire altri vizi, altre piccinerie, sfidando a riconoscersi almeno in parte in certe descrizioni. Se la prende pure con “L’obeso“, scelto come figura simbolica della bulimia della società contemporanea.
Eppure ascoltando il disco, non realmente tutto inedito come sembrava dai primi annunci, a colpire, dopo l’effetto ovvio delle stilettate, dei pesanti bilanci generazionali, sono canzoni più dolci, più malinconiche, e in particolare un gioiello che si intitola “Quando sarò capace di amare“, struggente, sincera dichiarazione di inadeguatezza nel saper amare, una canzone (intanto una vera e propria canzone), che cantata da un uomo della sua età, è davvero commovente.
Chi ha frequentato gli spettacoli di Gaber riconoscerà alcune di queste canzoni: “Si può“, sebbene riscritta quasi per intero (come tutte le altre insieme a Sandro Luporini) è molto antica. Anche “Il conformista“ era già nota, e lo steso vale per “Canzone dell’appartenenza“, cantata in teatro ma mai incisa, un testo che ricorda comunque certi suoi classici ("L’appartenenza non è lo sforzo di un civile stare insieme/non è il conforto di un normale voler bene/l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé"). Per non parlare di “Qualcuno era comunista“, un pezzo che aveva lasciato una forte scia di emozioni quando la declamava a teatro, e che proprio per questo ha voluto lasciare nella versione dal vivo, questa litania laica, che ripete ossessivamente, in un crescendo emotivo, tutti i motivi, veri, ironici, assurdi, paradossali, per cui un tempo si era comunisti. Un tempo, per l’appunto, ma un tempo, sembra dire Gaber, si era anche tante altre cose. Il mondo aveva tante diverse strade da prendere. Siamo certi che abbia preso la migliore possibile? Ad ascoltare questo disco, che in realtà più che un’invettiva, ci sembra più nascostamente un’elegia, i dubbi possono solo aumentare.

LA SUGGESTIONE DEI SUOI VERSI DA BERTINOTTI A DON GIUSSANI

Un commento per ogni brano

MINA
Si può
L’eleganza inesorabile, la lucidità, l’ironia potente e leggera, la buona creanza nonostante l’intelligenza rivoluzionaria, la sottile gentilezza d’animo, la voglia di ridere comunque, la consapevolezza di essere un uomo superiore, la voglia di non fartelo pesare, ma solo intuire... fanno di Giorgio un essere assolutamente unico, come artista e come uomo.

IVANO FOSSATI
Quando sarò capace d’amare
Ritrovo in questa grande canzone alcune delle mie personali incapacità, inadeguatezze e speranze. Mi fa pensare alla fatica dei ragazzi, molti dei quali sono alla ricerca di pensieri alti e adulti come questi.

LUIGI GIUSSANI
Canzone dell’appartenenza
L’appartenenza è un’evidenza naturale: se l’uomo non appartenesse a niente, sarebbe niente. Essa implica, naturalmente il fatto che un io, che non cera, adesso c’è. L’uomo non c’era, dunque è stato fatto da un Altro, così come il cosmo. Per questo l’appartenenza a Dio il Mistero che fa tutte le cose è la cosa più evidente che un uomo cosciente deve ammettere, pena il negare se stesso.

FAUSTO BERTINOTTI
Qualcuno era comunista
Ci deve essere una ragione se, passati dieci anni da quel dannato scioglimento del Pci, la sua mancanza, il vuoto di quello che Pasolini chiamò un paese nel paese, ci viene rappresentato in una ballata piuttosto che in un libro di storia o in una storia politica... Qualcuno era comunista e adesso rivive nella voce di Gaber, nella musica, in tutti quei perché e quei malgrado. Sono storie di donne e di uomini veri, di una vita, di un frammento, di una grande politica, di un tic. Compongono la storia di un popolo.

GABRIELE ALBERTINI
Il desiderio
Nelle canzoni di Gaber i sentimenti, così come i difetti umani, sono rappresentati nella loro essenzialità, finendo per apparire, questi ultimi, grotteschi e mostruosi, e i primi scandalosi nella loro assoluta innocenza. L’amore non è dunque dedizione ma pretesa, impulso non passivo ed estetico ma desiderio. Il poeta della normalità alla fine si disvela: amore è egoismo.

MIRIAM MAFAI
L’obeso
Caro Giorgio, ci avevi già messo sull’avviso quando, un paio di anni fa, ci avvertivi: "La decadenza che subiamo alla lunga modifica il tuo metabolismo...". Forse non ti abbiamo creduto o, forse abbiamo sottovalutato il pericolo e non ce ne siamo difesi.

ANTONIO RICCI
Il conformista
Il politicamente corretto è l’ipocrisia del buonismo conformista. Gaber invece è veramente buono, tollerante. La prova: non ha ancora strangolato la moglie Ombretta Colli di FI.