Categoria: Articoli '70



Re Nudo - n.47 - Novembre 1976


Siamo tutti in libertà obbligatoria

di R. Madera

Anche nel nuovo recital "Libertà obbligatoria" Giorgio Gaber ha posto l'uomo al centro del suo discorso ma senza concedere nulla alla coscienza di alcuno prende di mira la generazione del '68, i nuovi reduci, lacerati di dentro da una guerra lasciata a metà e trasformata in mito...
 

La critica di Gaber è però sempre amica, solidale, di uno che vede le cose dal di dentro, che critica e denuncia senza riguardi per nessuno, dice "A me interessa scuotere la gente che sento più vicina, che amo, in cui una parte di me, si riconosce, non mi frega mettere in berlina Fanfani o Agnelli. lo non voglio compiacere il pubblico, non voglio che si senta gratificato e si scarichi facendosi 4 risate contro la DC, per finire magari con una bella canzone in cui si dice che il popolo alla fine trionferà e quindi tutti a casa tranquilli e coscienti. I miei finali non sono positivi, né tanto meno trionfalistici. Se rappresenti la realtà, che è oggettivamente una realtà di merda per tutti non puoi dare alibi a nessuno, proprio perché da questa merda vuoi uscire. lo poi non ho ricette e non credo nell'ideologia...".
In questa affermazione in sintesi ci sono gli elementi per capire come si muove il nuovo Gaber che, per il suo crescente impegno è stato perso di vista dalla maggioranza del suo pubblico, boicottato com'è dalla televisione vecchia e nuova gestione, da quando cioè ha sostituito la Torpedo Blu con le canzoni direttamente ispirate dai testi di R. Laing o David Cooper. Questo cambiamento però non è avvenuto per una folgorazione improvvisa, corrisponde ad una costante crescita di un discorso sull'uomo che possiamo far risalire al "Signor G. (1970) Dialogo fra un impegnato e un non so...". In tre anni, tre spettacoli in cui sempre più la fotografia della realtà politica, del quotidiano e cioè della gente, si trasformava in radiografia.
Gli spettacoli di Gaber, scritti insieme a Sandro Luporini, nascono in poco tempo, in una estate (Gaber può permettersi di odiare e rifiutare la vacanza) però sono concepiti molto tempo prima. Infatti è nella vita quotidiana che Gaber trae spunto per i suoi testi. A Milano infatti Gaber è spesso alle manifestazioni, ai convegni, ai festival, in molte occasioni d'incontro dove può ascoltare, vedere, capire, assimilare la realtà in movimento. La sua ricerca è appassionata ma non abbastanza da fargli perdere il ruolo di professionista, il suo interesse umano per i temi che affronta è vivo e privo di confini precostituiti ma intatta rimane la sua capacità, al momento della sintesi artistica, ad estranearsi per potere così meglio entrare nei diversi personaggi che paiono totalmente nudi sulla scena. In questo gioco da vero equilibrista sta il limite umano che è nello stesso tempo il maggior pregio artistico di un Gaber uscito da tempo dalla dimensione del cantautore tradizionale che parla su di sé, per entrare invece nella problematica di un certo tipo di uomo che non è solo lui, usando se stesso come tramite.
Quest'anno, attraverso "Libertà obbligatoria", Gaber ci propone una nuova carrellata nei cui spunti, prima o poi, lo spettatore è destinato a riconoscersi. L'inizio è dedicato ai reduci del ‘68, un motivo amaro per un'intera generazione
"noi buttavamo tutto in aria
e c'era un senso di vittoria
come se tenesse conto del coraggio
la storia"

Poi Gaber cala nell’individuo, ed è l’ex universitario del ‘68 che si trova intrappolato nelle pastoie burocratiche, nell’inserimento. E Gaber canta

"... ti ci abituerai, ti ci abituerai, no non faremo più
nessuna resistenza
noi che eravamo certi
di non essere coinvolti
ora si può contare
sulla nostra presenza..."

Poi arriva la riflessione sulle cose lasciate a metà, il mondo visto come un museo di sforzi incompiuti; "l’India – dice Gaber – è un museo di tentativi di felicità, sul terreno della sconfitta, non c’è nessuna differenza tra un filosofo che fa il barista e un rivoluzionario smesso. Oggi le persone si uniscono per un autobus che non hanno preso e non basta sapere che abbiamo incominciato bene. Bisogna essere più precisi nell'amore, nei gusti, nelle passioni e anche nell'odio, nella rabbia, la nostra incertezza ci limita ad odiare senza riuscire a centrare neppure il bersaglio del nostro odio. Anche di rabbia e di odio lasciamo troppi aborti In giro... Ci siamo abituati persino al delirio, alla follia quotidiana diventata normalità. Io l'accetto, avrei bisogno di un delirio ancora più intenso che abbia un senso di vita e non di morte".
Nei suoi a fondo Gaber non si arresta neppure davanti al nuovo tabù femminista e nel monologo intitolato "Lona", il suo cane, racconta di un rapporto a tre e poi di una convivenza (forse, omosessuale, ma non è detto) con un amico, finiti in un lento e dolce sfacelo, per poi scoprire l’amore con... il pastore tedesco. Un cane che simboleggia il rapporto apparentemente felice con una donna fedele, attenta, fin troppo amorevole. "Con Lona ho voluto mettere in luce un aspetto del rapporto a due che oggi viene spesso dimenticato, il rapporto visto dalla parta dell'uomo. Il mio personaggio dopo un periodo di apparente armonia si sente lentamente soffocare per troppo amore, troppe tacite richieste ed è un crescendo a cui l'uomo cede arrivando ad una completa, assoluta identificazione e perdita assoluta di autonomia (... mi rotolo nel fango, ho imparato ad abbaiare, mi gratto, mi annuso, cammino a quattro zampe...). Fino ad arrivare alla rivolta, al rifiuto aggressivo, aperto. Una reazione violenta cui segue una riflessione ad alta voce – Lona che pensi? Lo sento che pensi a qualcosa. Non sono violento. Non ho niente da dimostrare io. Te lo sei inventata tu che io ero il padrone... io non sono violento. La dovevi smettere di chiedere... è tutto lì. E poi chiedi male... è quel chiedere e non chiedere, avere paura, ferita, ecco, sempre ferita con quegli occhi lì. Non c'è niente di peggio di chi resta male. Di tutti i modi di chiedere è il più tremendo. Meglio che uno dica 'voglio, voglio, voglio'. Fai la ferita eh? E quando fai la vittima credi di essere remissiva e invece sei violenta. Ecco sì, sei tu che sei violenta. Perché, la violenza si fa solo col fucile? E la violenza non aggressiva? La violenza docile? La violenza di chi non può essere abbandonato, di chi non ce la fa a star sola e fa quella faccia lì che fa finta di dire 'tu puoi fare tutto puoi anche andartene via...' Non è vero che esistono due possibilità, io ce ne ho una sola e questa è violenza, io non posso andare via perché mi ricatti col tuo dolore assurdo..."
La violenza di certa non-violenza solitamente femminile ma oggi anche di molti maschi remissivi fa parte di un discorso molto più ampio in Gaber che ha come minimo comun denominatore la difficoltà di vedere chiaro: difficile individuare i padroni di oggi non più pancioni col cilindro cari alla mitologia legata alla rivoluzione russa, complicata l'analisi di classe, ancora più difficile individuare il nemico. Un discorso che corre sul filo del paradosso e che passa per un feroce atto d'accusa contro l'americanizzazione della società, dei comportamenti, passaggio centrale dello spettacolo in cui "Libertà obbligatoria" è proprio la libertà americana, una libertà che è costrizione ad assumere determinati atteggiamenti liberi talmente liberi, comuni, guidati, condizionanti, che alla fine arrivano ad essere nuove catene di plastica colorata, appunto la libertà obbligatoria, quella libertà che senza farti accorgere ti impedisce di scegliere realmente.
In questo momento dello spettacolo, l'America esce distrutta, nuda: il nuovo imperialismo che ha sommerso l'Europa di "doni". Dice Gaber "A noi ci hanno insegnato tutto gli americani. Se non c'erano gli americani a quest'ora eravamo europei, vecchi, pesanti, sempre pensierosi, con gli abiti grigi e i taxi ancora neri. Non c'è popolo che non sia pieno di spunti nuovi come gli americani. E generosi. Gli americani non prendono mai. Danno, danno. Non c'è popolo più buono degli americani... Per loro le guerre sono una missione. Non le hanno mai fatte per prendere, macché, per dare. C'è sempre un premio per chi perde la guerra. Ormai quasi conviene. Una volta gli invasori si prendevano tutto dal popolo vinto: donne, religione, scienza, cultura... Loro no, la cultura non li ha mai intaccati. Volutamente. Sì, perché hanno ragione a diffidare della nostra cultura elaborata, vecchia, contorta. Loro più semplicità, più. immediatezza... Loro creano così, come cagare. Non c'è popolo più creativo degli americani. Ogni anno ti buttano lì un film, bello, bellissimo. Ma guai se manca un po' di superficialità, sotto sotto c'è sempre un po' il western. Anche nei manicomi riescono a mettere gli indiani. E questa è coerenza".
La satira sfuma e la conclusione è amara: "Non ho mai visto qualcosa che sgretola l'individuo come quella libertà lì. Nemmeno una malattia ti mangia cosi bene dal di dentro. Te la mettono lì la libertà è alla portata di tutti, come la chitarra. Ognuno suona come vuole e tutti suonano come vuole la libertà".
Sembrerebbe la chiusura dello spettacolo ma Gaber all'ultimo riesce ad andare ancora più a fondo e lo fa con il 'cancro', un motivo drammatico sulla difficoltà ad individuare oggi i veri nemici, perché l'uomo in questa epoca più che mai è contaminato dal di dentro, al di là delle classi: "È difficile vivere con gli assassini dentro. Forse è più facile vivere con quelli fuori, riconoscibili, che ti sparano nelle strade, dalle cattedrali, dalle finestre delle caserme, dai palazzi reali. Assassini che in qualche modo puoi combattere, sai cosa fanno... assassini vecchi, superati, cialtroni, prevedibili e schematici anche nella cattiveria, ma l'assassino dentro è come una iniezione, non lo puoi fermare...".
"Sento come il bisogno istintivo di un rigore da inventare ogni giorno. Non un poliziotto, ma un guardiano di me stesso. La libertà di non essere liberi". La frase di chiusura è un interrogativo che ti lascia a pensare, a riflettere su quello che è senza dubbio lo spettacolo culturale (politico) più politico (culturale) di questi ultimi anni.


IL SOGGETTO RIVOLUZIONARIO, IL SOGGETTO, CHI?
La carta d'identità. Mettersi fuori o stare dentro, questo è l'interrogativo dal quale parte lo spettacolo - fuori o dentro, s'intende, per 'rivoluzionare'. È stato questo, per 'rivoluzione' e 'liberazione' e per tutte e due insieme, l'interrogativo di questi, e di molti altri, anni.
Infiniti sono stati i modi proposti per coniugare queste due dimensioni. Gaber, filosofo del quotidiano travestito, anche per se stesso, da cantante (e menomale, se no, per qualche certificato, avremmo avuto un albo filologo), non accetta soluzioni da farmacista, un po' di fuori e un po' di dentro, dentro e fuori, dal fuori al dentro, dal dentro al fuori etc. etc.
(Il lettore più perspicace potrebbe leggere in questo scherzo nomi di organizzazioni politiche e su quelle nomi di teorici e un'intera storia del pensiero e di qualcosa d'altro).
Fuori e/o dentro? Il 'movimento' ha detto prima fuori e, oggi, più dentro che fuori, risultato: poiché "la storia non tiene conto del coraggio", siamo nella "merda più totale... unica sostanziale differenza da un borghese normale".
Fino a qui si potrebbe trattare solo di un reduce, di un pessimista, di un... (la sinistra è così piena di banali certezze da trasformarle in insulti-slogans). E invece qui viene posto l'imbarazzante interrogativo: chi sta fuori e/o dentro? Già, chi? Si chiamava il problema del soggetto, e, a questo punto, la domanda è così rivoluzionaria (sì, vecchia, certo, vecchissima quanto la beneodorante parrucca di chi fa questa osservazione) da cancellare, in prima, istanza, la questione se il soggetto sia o non sia rivoluzionario. Chi? Certo non Cartesio (solo un filosofo non professionale può permettersi profondità scherzando), il soggetto, l'identità, ma cos'è l'identità se non la carta d'identità? E qui non c'è proprio niente da ridere. Identificazione, lo dice la parola, diventare essere dell'esso, del ciò. Diventare esso, pronome neutro, ciò che sta al posto della cosa, al di là delle differenze tra maschio e femmina, fra questo e quello. Eppure, per colmo d'ironia, l'identità è ciò che viene sentito come più intimo, più personale, più differente. "Perché io sono Lorenzi... o no? Non importa, non si saprà mai. L'importante è che sono in regola, ce l'ho tutte le carte...".
Che l'identità diventi problema accade perché "la gente si rassomiglia, si rassomiglia troppo". Questo movimento dal differente all'indifferente, al tutti uguali, è già chiaro nella carta d'identità: nome proprio più cognome del padre, il differente ha portato la sua diversità dentro la coincidenza col padre, nell’assumere la 'personalità giuridica' autonoma col cognome del padre, ovvero quando è autonomo le sue leggi sono già quelle sociali. Non è solo la storia freudiana della famiglia, è anche quella, caro marxista, dell’individualità borghese, giuridica, solo 'formale'. Ma, probabilmente, non ci avevi mai pensato. E forse non ci avevi pensato proprio perché i rapporti, nel mondo cristiano-borghese, sono rapporti fra individui che si esprimono in rapporti fra cose, e cose che, a loro volta, hanno la sembianza (e sono cosi) di individui che però, proprio perché sono 'cose animate' si chiamano 'persone' cioè maschere.
Difficile? Gioco di parole? Eppure tutti i giorni vediamo e veniamo a contatto con persone di cui ignoriamo tutto, funzione esclusa, e tutto ciò occupa gran parte del nostro tempo e delle nostre attività. E così le maschere sembrano quello che sono, maschere cioè persone, e le persone sembrano quello che sono, individui che sono diventati persone (parlano, mangiano, scopano, fanno figli, lavorano, militano o no, muoiono). E così che Il mondo borghese, da sé, col suo funzionamento circolare, si giustifica: è naturale la sua storia infatti ha completamente trasformato la natura, e, come in un masso lavorato in portacenere non si può distinguere il sasso dal portacenere, lì portacenere è lì sasso, così la 'vera' natura non si può più distinguere al di là di come oggi viene riprodotta. Provate a distinguere voi dalla vostra persona. Difficile no? Qualcosa di 'vostro' rimane sempre fuori, il 'vero' voi è un moncherino, meglio subito concludere che non c'è il 'vero'. "Non è rimasto più niente dell'individuo, mi creda, niente. Finito, sgretolato... Vuole un certificato?". L'identità è allora un doppio di te. Un doppio che ti ha cancellato.
Questo forse intendeva il Vangelo quando diceva: "Bisogna nascere due volte" per entrare nel regno dei cieli. Esatto. Per essere cittadino, il celeste nella parafrasi borghese delle poesie del nuovo testamento, bisogna nascere due volte. Forse per questo il proverbio di Gaber dice "si ruba un ago, poi un bue… e si finisce per vendere la propria madre": prima rubare e poi vendere, il piccolo edipo ha venduto la 'sua' madre ai suo papà, alla Norma, così la mamma è diventata santa, e tutte quelle altre 'cose' sono diventate peccati.
Però così facendo, se la vende poi, non vende più la mamma, vende madre-onestà, si ribella: e chi si ribella poi si espone alla perdita dell'identità per la quale "ci vogliono tre figli… come hanno fatto?... Certo, ci vogliono tre figli... e l'amore, la fedeltà… la loro fedeltà a tutto...". Questa discesa alla 'verità' (quella da basso) è una discesa per niente intessuta di rosse certezze e di 'crisi liberatorie': è una discesa che nel rischio della identità rischia, necessariamente, anche l'identità dei ribelle che nuove vendite di oscurità (bisogni e desideri contraddittori, angosce e insoddisfazione, piaceri non in linea, attaccamento al 'vecchio' etc. etc.) rendono possibile: così bella, così rossa, così luminosa, così astratta, così maliziosamente bugiarda. Ma se già la bugiarda malizia dell'identità è stata incrinata come potrà reggere questa più nuova e più fragile e insidiata, quella dei ribelle?
Ma l'identità, la persona, è fortissima, perché l'io è il nostro vitale pregiudizio: eccola che tenta l'ultimo inganno: l'identità dello sconfitto.
Sì, un non-volere assoluto, tanto è il terrore del volere che ci attraversa e ci raddoppia e che oscilla senza trovare pacifiche sintesi. Questo ribelle sconfitto è la copia esatta, speculare, della brava persona: 'tutti uguali, certo, nei fallimenti'. La brava persona vuole quello che il mondo vuole per lei, lo sconfitto non vuole più niente, sdolora, piange appassionatamente guardando com'è.
Oltre lo sconfitto c'è il 'volere' un senso. Volerlo significa che non è dato; che non c'è, che ci va messo, niente giustifica, nessuna morale o identità impone: se si è abbastanza forti da imporre un senso nella contraddizione che ti vive allora: "Bisogna essere più precisi nell'amore, nei gusti/nelle passioni, nella scelta dei posti... Ho bisogno di un delirio che sia ancora più forte/ma abbia un senso di vita/e non di morte".
Avvertenza. Per chi non l'avesse ancora capito questa non è un'interpretazione corretta. Di corretto, non c'è che, sempre, la comoda sovrapposizione di qualcosa a qualcos'altro, un modo come un altro per attribuire, delegare, declinare ogni responsabilità. Lo spettacolo è tanto più riuscito quanto più si fa occasione, per me e in me, per cercare, forzare, affermare un senso, dall'emozione, al battito cardiaco, al pensiero, ad agire, vivere. lnterpretazione è sempre altra cosa da ciò che si interpreta, costruire sarà meglio dire. Per l'occasione che può essere questo spettacolo è bello e mi piace. Perché mi mette in gioco, è un'occasione per provarmi, dal battito cardiaco a quel che si fa, alla 'persona' che si è. Un modo scomodo di andare a teatro. Solo una corazza di superficialità può credere che il teatro sia teatro. Finzione. Con questa parola i molti si mettono in pace, sicuri della loro realtà. Finzione è creazione di realtà, la storia è questa creazione di finzioni, parlare, lavorare etc. è creare dei doppi, tripli etc. che sono tutti 'altri' rispetto a ciò che si prende per un dato. Trasformare: da una forma ad un'altra, questo vale per ogni gesto o parola, per ogni spettacolo che vedi, se ti identifichi hai già ridotto, ma hai ridotto, te e Gaber a un 'tipo', già sei più tranquillo: il teatro più problematico si è già preso su di sé il problema e così Gaber resta un bravo attore e tu uno spettatore sensibile, tutti e due falliscono un'occasione.
La religione della vita quotidiana è l'umanità. Finalmente Gesù! La più bella e contraddittoria metafora di questi duemila anni. Non il Gesù dello Spirito ma quel Gesù che divenne ciò che è: l'incarnazione, la corporeità, l'umano come fatto di per sé spirituale: lo Spirito si incarna e si perde nel corpo, ma non è questo corpo, è la Corporeità, la Fisicità. Forse qualcuno potrà capire, sentire, prima o poi, che la moderna scoperta del corpo non è altro che il cristianesimo nella sua figura perfetta.
E quando tuo figlio mangia il formaggio Mio mangia, persino nella scelta degli ingredienti, una intera storia, senza saperlo. Che noi mangiamo idee il poetico nazareno, il. fondatore del culto dell'Uomo astratto (il figlio dell'Uomo) l'aveva già insegnato nella metafora della comunione ma la merce, la cellula fondamentale del modo di produzione capitalistico, è l'universale sviluppo di questa concezione senza più bisogno di prediche, la sua esistenza è un'esistenza predicatoria, ideologica. La più incancrenita 'teoria' di questa realtà, il cristianesimo, è ancora al di là rispetto alle critiche degli ideologi, dei testacchioni, ha ancora l'ultima parola.
E che allora l'idea cristianissima, e la cristianissima realtà, dell'umanità e dell'uguaglianza (per essere uguali bisogna cancellare la differenza: Il Capitale, caro amico, ben più radicale livellatore del rozzo comunismo che ne rappresenta la smorfia rivoluzionaria) muoiano, questo è un buon fatto!
E non muoiono epicamente, in combattimento, nessuno può direttamente essere l'assassino, perché la questione riguarda tutti: quale assassino può essere e non 'psichicamente' ma in tutto – contemporaneamente vittima?
Allora che l'Uomo muoia al Cinema! È uno spettacolo che ciascuno può vedere su di sé: basta rivolgersi addosso quel proiettore che fino ad oggi è stato, consolantemente, rivolto su una neutra, bianca parete. Quale imperdonabile sciocchezza inneggiare alla morte di Dio senza prevedere il finalino: il nostro Dio non era forse figlio dell'Uomo?
L'importanza di una smorfia. La storia degli uomini ha fatto di questo pezzo di materia un corpo mistico, un corpo che è così com'è perché in esso tutti i famosi livelli (il cittadino, il lavoratore, il marito, il nevrotico e il normale) si consolidano, si incarnano. Appunto.
E però questo corpo, anche lui, è 'identico', si fa uguale ma, facendosi uguale, si carica dell'intera complessità interna ed esterna, della vita sociale e del conflitto psichico.
Su cosa si basa il modo di produzione capitalistico? Sulla forza-lavoro, cioè sul corpo e sulle sue capacità, sulla personalità, in quanto merce. Come stupirsi se il corpo, 'riciclato' da questo processo di identificazione, preparato e condannato a ripeterla senza fine da processi paralleli e complementari che si attuano nella sessualità e nel linguaggio, diventa, esso stesso, sintomo di questa civiltà?
Le sue tracce non conducono allora alla semplicità fisiologica. In una smorfia, come in una crepa vulcanica della crosta terrestre, può emergere (certo, bisogna avere occhi intensi) la strada che la storia ha inciso dentro la sensibilità facendone 'quella' storia. E la smorfia è un sintomo. Un segno di compromesso: l'accettazione della storia mentre 'quello' mostra la sua insanabile volontà di differenziazione. Troppo bello per non citare: "Basta non guardare/in fondo alla propria faccia/e non frugarsi dentro agli intestini/ogni domanda al corpo/può essere una breccia/un inizio di inquietudini e ossessioni. La smorfia che porta nel viso/un uomo a confezionarla ci impiega una vita/e non sempre riesce a terminarla/da quanto questa smorfia è complicata".
Si può. "Ognuno suona come vuole e tutti suonano come vuole la Libertà". Se ognuno è libero, se è indipendente dagli altri e da tutto, bene, la somma di queste indipendenze sarà indipendente da ciascuno e li soggiogherà. Questo vale per come è organizzata la produzione, per la formazione della volontà generale, poIitica, per come è organizzata la rivoluzione e la liberazione, come si costituisce il primato genitale: è la logica del nostro mondo e della nostra vita. Proprio per questo il nemico è altro da noi solo in quanto noi lo produciamo, nella nostra 'indipendenza' (e che l'indipendenza sia forzata-mente concorrenza non ci vuole molto a capirlo).
Posso? Non nel senso giuridico (è possibile) ma ce la faccio io, si questa identità costruita ma continuamente percorsa da pulsioni, da forze che la mettono in dubbio, che la usano come luogo unitario in cui tornare a esprimersi, in nuova forma, gli elementi soggiogati dal processo storico di identificazione. Allora, posso volere uno scopo preciso (crearlo) o la disfatta è tale da non consentire altro che lo stupido riposo in cui si 'aspetta la morte', ossia l'esistenza normale? Non si può rinunciare alla Maschera, ma affermarla è l'astuzia della forza che sa moltiplicarla (negarla allora come Maschera) e sa imporre un senso ai gioco: "essere vecchi vuol dire non trovare più una parte eccitante e fisica da interpretare".
Questo gioco è la più seria e maledetta fatica che posso costruire, creare, fare. Poesia, nel senso antico del termine.
R. Madera

P.S. Se lo spettacolo di Gaber non sufficit ecco una guida personale per vecchi viaggi rigorosi, guida per essere a teatro pur possedendo già una parrucca:
a) Marx, pag. 67-209 del Capitale, libro I ed. 1984;
b) Goux, pag. 15-88 di "Freud, Marx", ed. Feltrinelli;
c) Dostojevsky, Antologia "Il romanzo del sottosuolo", ed. Feltrinelli;
d) Nietsche, "Frammenti postumi 1887-1888" pag. 209-414, ed. Mondadori, ivi Il caso Wagner, Crepuscolo degli idoli e l'Anticristo.


I REDUCI di G. Gaber

E allora è venuta la voglia di rompere tutto
e nostre famiglie gli armadi, le chiese, i notai
i banchi di scuola, i parenti, le centoventotto.
trasformare in coraggio la rabbia che è dentro di noi
e tutto che saltava in aria
e c'era un senso di vittoria
come se tenesse conto dei coraggio
la storia.
E allora è venuto il momento di organizzarsi
di avere una linea e di unirsi intorno a un'idea
dalle scuole ai quartieri alle fabbriche, per confrontarsi
decidere insieme la lotta in assemblea
e tutto che sembrava pronto
per fare la rivoluzione...
ma era una tua immagIne o soltanto
una bella intenzione.
E allora è venuto il momento dei lunghi discorsi
ripartire da zero e occuparsi un momento di noi
affrontare la crisi, parlare, parlare e sfogarsi
e guardarsi di dentro per sapere chi sei
e c'era l'orgoglio di capire
e c'era la certezza di una svolta
come se capir la crisi voglia dire
che la crisi è risoIta.
E allora ti torna la voglia di fare un'azione
ma ti sfugge di mano e si invischia ogni gesto che fai
la sola certezza che resta è la tua confusione
il vantaggio di avere coscienza di quello che sei
ma il fatto di avere la coscienza
che sei nella merda più totale
è l'unica sostanziale differenza da un borghese normale.
E allora ci siamo sentiti insicuri e stravolti
come reduci laceri e stanchi, come inutili eroi
con le bende perdute per strada e le fasce sul volti
già a vent'anni siam qui a raccontare ai nipoti che noi
noi buttavamo tutto in aria e c'era un senso di vittoria
come se tenesse conto del coraggio
la storia.


Grazie a Mauro De Mario per l’invio dell’articolo