Categoria: Interviste '80



La Repubblica - Teatro - 28/10/1986


“Ed ora vi racconto i sentimenti di un uomo di oggi”

di Anna Bandettini

Gaber parla del nuovo spettacolo scritto con Luporini. Nove monologhi e nove canzoni in “Parlami d’amore Mariù” che debutterà il 13 novembre all’Alfieri di Torino
 

MILANO – In questi giorni, Giorgio Gaber è affannato di lavoro: deve imparare a memoria una enorme massa di parole, il testo del suo nuovo spettacolo, più raccontato, elaborato e “teatrale” di tutti i precedenti. Da quando la musica leggera ha perso per lui ogni interesse (e il mondo della canzone lo trova forse, troppo intellettuale), il teatro è il luogo più appropriato per i suoi lavori. Le canzoni di Gaber sono diventate sempre più delle storie, dei monologhi, dei veri e propri racconti. “Una necessità, anche a costo di grandi sforzi mnemonici” dice “perché per parlare di certe cose, una canzone non basta. Ci vuole un racconto”.
In questo caso, ci sono voluti nove monologhi e altrettante canzoni (che sono poi racconti musicati) per parlare di sentimenti. Per la prima volta, infatti, Giorgio Gaber ha scritto con Sandro Luporini uno spettacolo sull’amore e l’ha intitolato, con ricercata spudoratezza, come il più celebrato inno al sentimento, Parlami d’amore Mariù, che comincerà il suo tour dal Teatro Alfieri di Torino il 13 novembre per debuttare poi ufficialmente al Nazionale di Milano dal 20 gennaio.
“Ognuno di noi ama le canzoni che lo hanno preceduto, si porta nella memoria le melodie dei ‘padri’ perché si ricollegano ai ricordi, al passato, alle radici. Vedo mia figlia, per esempio: è nata nel ‘66 ed era troppo piccola quando i Beatles erano in auge, eppure li ama appassionatamente perché rappresentano un po’ la sua infanzia. A me sono sempre piaciute le canzoni degli anni Trenta e Quaranta, quelle che ascoltavano i miei genitori: Vivere, Solo me ne vo per la città, Ma l’amore no, e Parlami d’amore Mariù. Fanno parte del mio bagaglio sentimentale”.
A 47 anni, Giorgio Gaber è sempre più illuminato dalla virtù di capire quello che gli sta intorno. Già nell’80 diceva che questi sono Anni affollati, come si intitolava il suo spettacolo, e oggi ci invita a riflettere su noi stessi attraverso le verità del cuore.
“Parlami d’amore Mariù è il desiderio di entrare nei sentimenti, per cercare di trovare lì la purezza, l’autenticità di quello che ci succede”. I sentimenti di Gaber sono inquieti e complicati: sono l’amore, ma anche l’incapacità di amore, sono l’innocenza e la sofferenza, la morte e la solitudine, insomma i “piccoli spostamenti del cuore”, some si intitolava in un primo momento il recital.
“Luporini ed io lavoriamo in modo curioso. Ci vediamo d’estate a Viareggio, dove lui fa il pittore, e parliamo di quello che ci interessa e di ciò che accade intorno a noi: possono essere gli argomenti più svariati, che so, la paura della guerra o il bisogno di divertirsi, il problema dell’inquinamento... Quest’anno io gli dicevo che mi accorgo di una attenzione sempre più forte al proprio sentire, ad ascoltare se stessi. Così abbiamo deciso di parlarne”.
Nello spettacolo interviene un solo protagonista (in scena è affiancato da un commentatore-pianista, Carlo Cialdo Capelli), in nove monologhi che sono nove diverse situazioni esistenziali e affettive. “Contrariamente al solito, per Parlami d’amore Mariù, siamo partiti non dalla stesura delle canzoni, ma dal testo, dai racconti di questo personaggio. Il mio protagonista è un uomo che prova a fare chiarezza in quel malessere poco individuabile che accompagna la vita. E lo fa attraverso una indagine sui sentimenti”.
Forse il protagonista è un “Signor G.” catapultato nel privato?
“Per carità, ho sempre odiato questa parola, come ho odiato il termine ‘politico’. Non ho mai fatto uno spettacolo politico e ora non faccio uno spettacolo sul privato. Semplicemente porto in scena quello che mi arriva dall’esterno. Se vai in piazza e vedi delle bandiere rosse e bianche unite intorno alle Istituzioni per difenderle dalle Brigate Rosse, puoi anche provare un tale disagio che scrivi una canzone come Io se fossi Dio, ma non per questo fai una azione politica. Così Parlami d’amore Mariù non è una finestra sul privato; è una perlustrazione nell’intimo che può svelare come certi sentimenti, anche l’amore, siano solo delle illusioni, delle forme di isteria, curiosi coauguli che vivono dentro di noi ma separati dal nostro cuore, fantasmi che coprono altri fantasmi… Per esempio, si può capire perché, quando viene a mancare una persona cara, subito dopo si potrebbe indifferentemente ammazzarsi o andare al cinema”.
Sentimenti veri e sentimenti falsi, congelati, irrisolti, difficili, complicati... così lontani dalle rassicuranti certezze di una canzone come “Parlami d’amore Mariù”.
“Con Luporini ci siamo chiesti se l’uomo di oggi ha più emozioni di una volta. Non abbiamo saputo rispondere. Certo, è cambiato l’atteggiamento verso il sentire; tutto si è molto trasformato, forse complicato, ma è anche più interessante”.
Alle inquiete emozioni del racconto teatrale, sono state legate musiche di grazia leggera e gentile. In un primo momento Gaber aveva anche pensato di affiancare al testo soltanto un repertorio di vecchi successi d’amore. “Mi interessava l’accostamento stridente tra la semplicità sentimentale di quei motivi e la complessità affettiva di oggi. Poi però quel recupero poteva sembrare una parodia o, peggio ancora, un revival e così ho lasciato perdere”.
Le canzoni ora sono tutte nuove, dolci, alcune perfino romantiche: E tu non ridere, Attimi, Isteria amica mia, o I soli. Unica eccezione, Parlami d’amore Mariù, cantata a conclusione, una voluta citazione della memoria di Gaber, quasi un pezzo di sé, un po’ come Woody Allen aveva fatto scegliendo le musiche di Gershwin per il suo Manhattan.