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La Repubblica - (pag.22) - 25/01/1985


Ecco il mio diario ci siete anche voi

di Ugo Volli

Primeteatro - “Io se fossi Gaber” on-man-show del popolare cantante
 

Da dieci anni o quindici, Giorgio Gaber ha un ruolo speciale nel nostro panorama dello spettacolo. Egli è cantante, senza dubbio, e i suoi sono spettacoli musicali, le sue idee trovano posto nel mercato discografico come tutte le altre canzoni. Ma la sua ambizione è più ampia: comporre con parole e musica un’immagine della realtà contemporanea e del suo mutamento; essere insomma non solo cantante intelligente, autore colto e sensibile, showman di successo, ma qualcosa di più (o di meno): una sorta di cronista. Naturalmente i rendiconti di Gaber non riguardano le vicende politiche, culturali, di costume, nel loro concreto svolgimento; se non altro perché essi sono resi pubblici a cadenza più o meno biennale, dentro uno spettacolo. Gaber vuol essere dunque piuttosto un cronista dell’anima inquieta, della coscienza infelice del nostro tempo. Ancora più, egli sa di rappresentare una generazione, un certo ambiente, un modo di essere. Se si vuole tentare la definizione sociologica, si può parlare di un certo intellettuale di sinistra non partitico, urbano, ormai sulla quarantina, formatosi attraverso il Sessantotto, ma molto più attento al privato che al politico, alla rivoluzione personale, ai suoi scacchi e paradossi, che a quella sociale, abbandonata presto come sanguinosa e stupida, lontanissima. Senonché Gaber preferisce di molto dire “io” che “noi”, il suo è un diario assai personale ancorché pubblico. Siamo noi, il suo pubblico tipico, a identificarci in lui, non viceversa. Gaber, ho il sospetto, ci guarda con una certa diffidenza. Se “non” fosse Gaber, magari, non amerebbe confondersi in questi raduni troppo massicci di autocoscienza proiettiva che rischiano di essere i suoi spettacoli; anche se non c’è dubbio che Gaber, con tutte le sue dichiarate nevrosi, gli riuscirebbe simpatico. C’è dunque una continuità in questi lavori, anche di forma, che certo è essenziale per una definizione: una scatola ampia di teli come scena, il cantante solo in mezzo, quasi senza accessori; l’alternarsi di canzoni e brani recitati, solo apparentemente estemporanei, ma in realtà scritti sapientemente, studiati a memoria e stampati nel libbricino del programma. Soprattutto c’è la tradizione di una certa apparente volubilità del discorso, che non procede mai per linee dirette, e riesce così a salvarsi quasi sempre dal rischio della predica anche quand’è appassionato e indignato. Si va avanti invece per raccontini, esempi paradossali, battute incidentali, confessioni e finzioni; dove non è mai possibile tracciare una linea netta fra l’io dello spettacolo, e la persona autentica di Gaber, un po’ come le prose si risolvono in canzoni e viceversa. Ma attraverso questi ondeggiamenti, queste confessioni tanto intime di eneuresi, abitudini erotiche, incubi e passioni – tanto intime da riuscire assolutamente immaginarie – attraverso le citazioni e le teorizzazioni, le storie e le invettive, le frasi buffe e quelle amare, tutte mescolate – alla fine passano stati d’animo, preoccupazioni, incubi, paradossi idee: coscienza. La ricetta dunque è sempre quella, ed è giusto che sia così. Il cronista può segnalare i piccoli scostamenti: per esempio quest’anno Gaber indossa al posto dei vecchi maglioni un’abito molto elegante, completo scuro e camicia bianca, cravatta bordò (e il perché lo spiega un po’ in una canzone molto ironica sull’impossibilità di trovare un’abbigliamento “giusto”, cioè “qualsiasi”). Oppure: dietro a una cortina di garza, a tratti visibile, quest’anno c’è una buona band, al posto delle basi registrare degli anni scorsi; e questo fatto sembra abbia comportato una maggiore ricchezza negli arrangiamenti, e perfino a tratti una certa gestualità pop. Ma non preoccupatevi: a Gaber resta quasi sempre quell’aria da Pinocchio a bocca aperta, piegato sulle ginocchia dallo sforzo di cantare, e quei gesti un po’ scoordinati delle mani, quella gioia simpatica e buffa per gli applausi. Oppure si può dire quali canzoni sono piaciute di più. A parte alcuni vecchi successi, come Il dilemma, ce n’è una dedicata all’Italia e alle sue contraddizioni, e una sulla massa, per esempio. Ma questa è davvero una questione di gusti. Più interessante è segnalare quali sono le ossessioni attuali di Gaber. Due, ci pare, e coordinate. Da un lato la “cosa”, la massa del mondo, delle armi, degli uomini, delle parole, che cresce in una forma indistinta e oppressiva; e dall’altro la misurabilità del reale, la sua esattezza, la paranoia necessaria per rilevarlo. Non sono nuovi, questi incubi; e non sono solo di Gaber. Qui sono però raccontati con un giusto impatto di ironia e di emozione, sono abbastanza recitati per essere “veri”. Se noi fossimo Gaber, per citare il titolo dello spettacolo, vorremmo anche poi dire queste cose, e in questa nevrotica ironica allegorica personalissima maniera: con lo stesso rigore.
Al Teatro Lirico di Milano