Categoria: Interviste '80



La Repubblica - - 06/11/1987


Giorgio Gaber. Il piacere dei sentimenti

di Anna Maria Mori

Il cantautore è a Roma, dove ha portato “Parlami d’amore Mariù”, dopo 157 repliche in tutt’Italia. Lo spettacolo è stato premiato con il biglietto d’oro Agis-Bnl per la più alta media di spettatori nella stagione ‘86-‘87
 

A colloquio con il “Signor G.” che, in una delle sue rare interviste, parla di sé, di noi, del suo rapporto con i giovani e con il pubblico, del fare teatro. Fa progetti per il futuro. E il ‘68? “Ho dei rimpianti” ci ha detto. “Il fanatismo di allora mi dava grande fastidio. Ma c’era un’ansia di conoscenza che era bellissima. Prima sembrava che tutti potessimo essere compagni di strada. Adesso il salottismo, la chiacchiera, e la futilità dell’incontro”.

ROMA – Giorgio Gaber, cioè noi. Sono anni che il “signor G.”, solo, dal suo palcoscenico, ci rimanda la nostra fotografia, una polaroid di gruppo: col vestito buono di fuori e di dentro, cantavamo con lui i nostri buoni sentimenti degli anni ‘60 ed era il tempo di Porta Romana e Non arrossire (ma lui andava ancora ai Festival e in televisione, il teatro era di là da venire); dieci anni dopo, quando ci sentivamo tutti rivoluzionari, lui, e noi con lui, faceva il verso di Jacques BreI e insieme cantavamo I borghesi son tutti dei porci…; negli anni delle nostre illusioni finivamo lo spettacolo intonando con lui Libertà è partecipazione: con lui abbiamo chiesto scusa se parlo di Maria negli anni del Cile e del Vietnam; nel ‘76-77 abbiamo pianto e riso su di noi, costretti a una Libertà obbligatoria un anno dopo abbiamo accettato la didascalia alla nuova foto di gruppo che ci faceva, ed era Polli d’allevamento.

SI VIVE DI ATTIMI
E adesso? Adesso: Il delirio ordinario del mando è un po’ cambiato. E non sembra un delirio esplosivo. Sta scritto nella presentazione di Parlami d’amore Mariù, spettacolo premiato a Taormina con il biglietto d’oro Agis-Bnl per la più alta media di spettatori nella stagione ‘86-87. Lo spettacolo è arrivato a Roma, al Teatro Sistina dopo 157 repliche in tutta ltalia e altre 150 ne sono previste.
“Dentro le nostre vite gironzola una certa accettazione di tutto e di tutti, una specie di quiete emotiva, dove il sentire, dove l’odio e l’amore, appaiono a tratti, e per la durata di un attimo. Ecco, probabilmente si vive di attimi di emozioni istantanee, di piccoli particolari, alcuni intensissimi, esagerati: ma forse tutto sommato è più facile piangere per una vecchia canzone, che per la disperazione di una persona che ci vive accanto”.
Gaber, dopo le due ore del suo applauditissimo spettacolo, canta ma una vecchia canzone. Parlami d’amore Mariù, e la gente lo ascolta e lo segue con gli occhi lucidi. Ha ragione lui, ancora una volta.

Ha cantato nell’80 “Io, se fossi dio/maledirei davvero i giornalisti e specialmente tutti / che certamente non son brave persone – e dove cogli, cogli sempre bene – Compagni giornalisti, avete troppa sete / e non sapete approfittare delle libertà che avete / avete ancora la libertà di pensare/ma quello non lo fate…”.
I Compagni giornalisti hanno continuato a cercarlo lo stesso. Lui ha continuato a negarsi. Adesso è qui, nella hall di un albergo romano, davanti a un caffè, a un blocco e a una penna di giornalista, e davanti a una figlia Dalia, che gli cura i rapporti con la stampa, e che da lui ha ereditato, sembra, solo l’energia e l’entusiasmo, senza l’amarezza. Ha il pullover blu, che è la sua divisa da quasi vent’anni, da che ha smesso il doppio petto delle foto del suo matrimonio con Ombretta Colli, bella e cotonata; lo sguardo attento, a metà affettuoso e a metà sospettoso; le mani impegnate, o nella sigaretta, o ad abbracciare le ginocchia; la volontà puntigliosa di dire solo quello che ha deciso di dire, sventando domande e risposte che in questo momento non lo riguardano e non lo interessano.
La domanda. No, più che una domanda, è un pensiero, un dubbio, un’obiezione: per anni lei ha cantato un “no” di gruppo anche ampio, il “no” di quei tanti consapevoli, autocritici e autoironici rispetto all’onda emergente: no all’ubriacatura delle ideologie, no alla filosofia delle collanine, no alla libertà di consumo anche sessuale... Per anni lei è piaciuto a chi si sentiva “contro”. Adesso, in Parlami d’amore Mariù, lei parla e canta, più che dell’essere “contro”, dell’essere “dentro”, partecipi: si propone uguale a quei tanti che riscoprono i sentimenti, anche i buoni e facili sentimenti di una vecchia canzone.
E lui risponde: “Non c’è mai stata, da parte mia, una dichiarazione di diversità dal pubblico. C’è stata, in generale, una partenza polemica, questo sì... Qui, in questo ultimo spettacolo, ci si muove su un piano diverso: è come se a un certo punto tutti ci fossimo chiesti ma che succede? Me lo sono chiesto anch’io, per quello che mi riguardava personalmente. E forse quando uno cerca, guarda nei suoi angoli più intimi e nascosti, è li che somiglia al resto del mondo in generale: forse è da questo punto di vista che Parlami d’amare Mariù, più degli altri miei spettacoli, riguarda un po’ tutti”.

Ai tempi di Libertà obbligatoria lei aveva letto e citava Adorno, i “minima moralia”...
“Qui, io e Luporini, abbiamo avuto minori riferimenti: la scelta del piano teorico è molto ridotto. Sì, se vogliamo, c’è la citazione di Botho Strauss nella “Donna al balcone”, un qualche piccolo riferimento a Céline... La differenza col passato, è che lì c’era il desiderio di sostenere un qualche piano teorico. Qui, dato il tema della nostra, attuale, discontinuità dei sentimenti, questo piano teorico ci è sembrato meno utile”.

MI OCCUPERÒ DI TEATRO
Lei è partito dalle canzoni d’amore, da Non arrossire, che è successo da allora?
“Da diciotto fino a trent’anni, io ho fatto il lavoro del cantante. Poi mi sono stancato di accettare qualsiasi cosa, e ho detto basta... Questo lavoro qui, il mio lavoro, ci sono diversi modi di farlo. Ci sono quelli che lo fanno per un fortissimo bisogno di esibirsi, non solo sul palcoscenico, ma anche nella vita. Io non ce l’ho, questo bisogno. Io, spesso, preferisco stare zitto che parlare e mostrarmi. L’applauso? Ci mancherebbe che non mi piacesse... Io, tutte le sere che vado sul palcoscenico, parto basso, mi mancano le energie, poi arriva l’applauso, ed è come se all’improvviso le energie ritornassero: l’applauso è l’annuncio in arrivo dalla platea che quel tipo di comunicazione che vado cercando da sempre, e che è la ragione del mio lavoro, è avvenuto. Per anni tutti i lunghi anni in cui ho continuato a non sapere cosa avrei fatto da grande, è questo applauso, questa avvenuta comunicazione tra me e la platea, che mi ha dato energia”.

Adesso lo sa, cosa farà da grande?
“Credo proprio di sì. Mi occuperò sicuramente di teatro. non necessariamente come attore, ma anche come autore, regista, impresario... Ci sono tante cose in teatro, che sento di poter fare”.

Parlami d’amore Mariù: c’è un pubblico che non è suo, abituale, che lo va a vedere, e lo applaude. Chi sa, forse anche perché lo vive e lo ascolta come assolutorio, consolatorio, rispetto a certi suoi spettacoli molto più ruvidi del passato prossimo...
Si meraviglia: “Non mi pare proprio che sia così assolutorio e consolatorio: mette in scena l’atteggiamento isterico che è di tutti noi, oggi. Quell’atteggiamento isterico che è sempre stato riferito in modo spregevole al genere femminile, e che invece ha riguardato, sempre e oggi più che mai, tutti e due i sessi... Come si fa a pensare che sia consolatorio uno spettacolo sull’isteria? Se sei isterico, poni dei dubbi su tutta la tua vita: sul senso del pianto e del riso, dell’amore e dell’amicizia...”.

E quel finale, cantato in coro con la platea: Parlami d’amore Mariù?
“Più isteria di quello... Parlami d’amore Mariù è una totale dichiarazione di impotenza e di impotenza sentimentale. Un rimpianto di una cosa che forse una volta, ai tempi dei nostri padri e delle nostre madri, chi sa, forse c’era”.

C’era?
“C’era... La loro vita aveva una trama, una continuità che la nostra non ha. Noi soffriamo di una crisi di identità sentimentale che loro non avevano”.

I giovani di oggi, nelle inchieste che di volta in volta tentano di fissarli, fotografandoli in numeri e percentuali, sembrano essere tornati a quei vecchi valori: Dio-patria-famiglia, più soldi-e-successo, e persino la castità, la verginità...
“Di giovani, io non me ne occupo più, da che ho smesso di avere diciannove anni. Avere una figlia di ventun anni non significa: l’affetto non somiglia alle curiosità sociologiche. Non so dei giovani di oggi: non lo conosco bene, il loro discorso. Mi par di capire che hanno da una parte la sfortuna della mancanza di grandi stupori e grandi ingenuità e dall’altra maggiori consapevolezze di quante non ne avessi io alla loro età. Come comunico, io con i giovani, che pure affollano sempre i miei spettacoli? Credo che ad attrarli al di là dei temi dei miei spettacoli, sia soprattutto la possibilità di uno scambio di energie...”.

Anche il successo di Madonna è soprattutto in ragione dell’energia che comunica dal palcoscenico: Lei, dunque, come Madonna?
Non ride affatto: “Forse... Ed è sicuramente vero che il segreto di Madonna è soprattutto nell’energia. Ha una voce insignificante. Ma è sicuramente quella che ha meglio interpretato il linguaggio della musica visiva. Ha trasportato la grande tradizione americana del Music Hall negli stadi. E ha, appunto, quella straordinaria carica di energia...”.

Ha mai pensato di fare dei videoclip?
“Assolutamente no: perché ho sempre avuto una tendenza quasi esclusiva al rapporto diretto col pubblico. Non ho rimpianti dell’aver detto no per anni alla televisione. Se mai ho qualche rimpianto di non aver fatto del cinema, perché il cinema, a differenza della televisione, e dei videoclip, non è un surrogato, ha una sua precisa definizione”.

ADESSO VINCE LA CHIACCHIERA
Se lo ricorda quando la definivano “qualunquista”, “il qualunquista più serio d’Italia”?
“Sono gli stessi che adesso dicono che non sono impegnato... Qualunquista non è una parola che mi offende in modo particolare, si riferisce a una maniera di essere, che in certi anni mi è sembrata persino indispensabile: ha a che vedere con l’insinuare dubbi nelle troppe e pericolose certezze”.

Lei ha molto criticato il ‘68. E adesso?
“E adesso ho dei rimpianti. Il fanatismo di allora mi dava grande fastidio. Ma c’era anche un’ansia di conoscenza, che era bellissima. Non si ascoltava la televisione, perché c’era una voglia, un bisogno collettivo di controinformazione da assumere in maniera autonoma. C’era in giro una curiosità intelligente, che rimpiango moltissimo”.

Lei allora, o subito dopo, diceva “sono diverso e certamente solo”. E adesso?
“Adesso siamo soli tutti. Prima sembrava che tutti potessimo essere compagni di strada. Adesso vince il salottismo, la chiacchiera, e la futilità dell’incontro”.

E lei?
“Mi chiudo a casa, e non vedo nessuno. Preferisco”.