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La Repubblica - (pag.21) - 02/07/1985


Il palcoscenico personale del geniale cugino Gaber

di Ugo Volli

PRIMETEATRO - Il nuovo spettacolo del cantautore
 

LA CARRIERA di Giorgio Gaber mi appare segnata da una vena sottile ma importante di follia. Follia dolce, non pericolosa, anzi utile e dilettevole; e se la parola è troppo odiosa possiamo dire anticonformismo, imprevedibilità, umore viscerale. È quella cosa, comunque, che ha spinto un buon cantante ma normale, una ventina d’anni fa, a mettersi a lato del circuito propriamente musicale, a cantare strani testi, a dirne degli altri e a inventare quei suoi spettacoli di monologhi e canzoni, che giustamente si ostina a chiamare teatrali. È quella cosa che lo porta a sfidare continuamente la coscienza e il gusto del proprio pubblico, dieci anni fa parlando male dei valori politici a spettatori per lo più sessantottini accaniti, l’anno scorso spiegando che ‘se fosse dio’ non avrebbe salvato proprio niente, domani chissà. Ed è sempre quella cosa ad aiutarlo a produrre teorie filosofiche inverosimili ma sempre quasi esatte, dal valore psicoterapeutico dello shampoo, alla masturbazione come unico atto autentico d’amore, lungamente discussa in un brano di questo spettacolo. Certo, si potrebbe dire che questa cosa è semplicemente talento, geniaccio, estro. Ma c’è di più. Per esempio l’ultima creazione di Gaber è il suo Teatro aperto, che è il titolo del nuovo spettacolo, ma anche un oggetto fisico, una grande struttura in tubi di acciaio con un palcoscenico enorme, da far invidia a molti teatri veri, e quinte americane e due-tremila poltroncine, circondate da un bel recinto metallico cui non mancano perfino le regolamentari uscite di sicurezza. Che c’è di folle o di geniale in un teatro all’aperto, vi chiederete voi: se ne vedono tanti. La pazzia sta in questo, che Gaber aveva pensato di portarlo in tournée. O meglio, aveva pensato di fare uno spettacolo itinerante portandosi dietro il suo teatro, per evitare le noie, le scomodità e le inadeguatezze di arene e sferisteri, palazzetti dello sport e palestre, castelli e teatri romani, insomma tutti i posti un po’ improbabili dove si fa spettacolo d’estate nel bel paese. Gaber si fidava dei tempi del fabbricante, insomma era convinto che il teatro si montasse e si tirasse giù in sedici ore, cioè il tempo che ci vuole per le scene di uno spettacolo neanche complicatissimo. Ebbene no, l’esperienza ha mostrato che il teatro aperto non è affatto mobile, e allora la tournée è saltata. La risposta della follia o genialità di Gaber è stata pari alle difficoltà: se la montagna non va a Maometto... Il teatro aperto se ne sta fisso a Milano, e Gaber fa spettacolo a oltranza, fino a che il pubblico lo vuole. E gli spettatori, per ora, non mancano. Il teatro aperto di Giorgio Gaber, inteso come spettacolo, in realtà non si discosta molto da quello dello scorso inverno, Io se fossi Gaber: c’è qualche canzone nuova, alcuni vecchi brani classici in più, ma la base è quella. Anche parzialmente risentito, però, lo show regge bene. I brani satirici o surreali o comici o diaristici — non si sa mai decidere bene di che si tratta, anche questo è per via di "quella cosa" — sono molto divertenti, le canzoni sono — quale più quale meno — piuttosto belle, e tutte orchestrate con molta cura, il nuovo look in giacca e cravatta non sta male a Gaber ben più che quarantenne; e poi c’è quella sua presenza scenica così caratteristica, quello stare di sbieco, un po' gobbo, ondeggiando continuamente, producendo spesso piccoli gesti nevrotici, saltellando, piegandosi, toccandosi i capelli, che contro tutte le regole del teatro funziona benissimo e dà a Gaber una grande comunicativa. E poi, di sera, cominciando ancora quasi col chiaro e poi andando verso la notte, sottoposti alla stessa brezza e agli stessi rumori casuali, sotto le stesse stelle e le stesse zanzare, si crea una complicità nuova, l’aria di una serata casalinga con un cugino un po’ matto, ma molto, molto divertente e un po’ geniale.
Al Teatro aperto di Piazzale Cuoco di Milano