Categoria: Interviste '90



Il Giorno - - 27/10/1999


Gaber: le meraviglie di un sognatore

di Lorenzo Arruga


 

PERUGIA — "Mi meraviglio anch’io", dice Giorgio Gaber, la voce è sempre quella, amara e seduttiva, che può far ridere da un momento all’altro per il puro guizzo dell’intelligenza. La voce da chansonnier antico, i pesi giusti delle sillabe, nessuna enfasi, colore scuro, risonanze profonde, asciutta. "Continuano a venire ai miei spettacoli, nel Nord come nel Sud. Io non faccio televisione, mi annoia andare in sala d’incisione e i dischi sono semplici registrazioni prese dal teatro, non rilascio quasi mai interviste perché nelle sintesi è difficile esprimere il pensiero, e poi per il giornalista è difficile coglierlo, e alla fine c’è un titolista che fa ancora tutta un’altra cosa, figurarsi le sfumature dove vanno. Eppure trovo sempre una rispondenza entusiastica. Mi meraviglio anch’io". Sta andando in scena al Morlacchi di Perugia col suo monologo parlato e cantato (Gaber 1999/2000), che è partito come "Un’idiozia conquistata a fatica". Ci sono temi antichi e nuovi, la cara razza un po’ estinta dei contestatori di ieri, la razza troppo presente dei mediocri vincenti, il magna-magna delle missioni di pace in Serbia e Kosovo, il barcamenarsi dei politici, i topi nelle sale operatorie indifferenti alle leggi straordinarie del ministro. Gaber, quanti anni dai suoi primi "Signor G" in teatro; e quanta strada. Nessuno si è rinnovato tanto nella canzone e nel teatro italiano dei nostri giorni. "Davvero, molta strada? Mah, a me sembra d’avere fatto sempre lo stesso mestiere, e più o meno lo stesso discorso. O meglio, di aver cercato sempre il senso che hanno o che prendono le cose quando sono in rapporto diretto con l’uomo, con la donna. Cose concrete. Anche l’amore è una cosa concreta, ogni tipo d’amore". Cresce la voglia d'un gesto d’amore/no, non dico l’amore/che possiamo anche fare,/ma l’amore. Si ricorda? Era una sua canzone bellissima, che passava quasi segreta in uno spettacolo di tanto tempo fa... "Cerco di ragionare, di capire, di proporre. Poi gli argomenti fanno i conti con le cose attuali. A volte diciamo: quanto abbiamo lavorato, quanto abbiamo fatto, e poi invece ci sembra di essere sempre al punto di partenza. A volte ci viene una bellissima idea, e ci diciamo che su questa dobbiamo assolutamente scrivere una canzone. E mentre la pensiamo ci viene in mente: ma se ne abbiamo già scritta almeno una sull’argomento... L’indagine continua sui temi di sempre...". Eppure, quanti cambiamenti; dal teatro di canzoni alla canzone teatrale, dal sound popolare ad arrangiamenti sofisticati; anche l’armonia è più inquieta e inconsueta. "È vero. Si dice a volte che una volta ragionavo meno e cantavo di più. Ma anche adesso la parte che non ragiona è importante. Noi andiamo avanti con un’idea di testo, ma questa ci suggerisce non solo una forma in parole, ma una musica con cui esprimerla. La musica è un sostegno emotivo, tutto cresce insieme. Non è la parola una guida alla musica, o la musica un accompagnamento alla parola. Sono due cose che poi devono prendere la loro concretezza in me, interprete di me stesso". Quando Gaber parla, il tono diventa imbarazzato, quando deve spiegare, quasi infastidito. "Ascolto la mia voce da 40 anni, figurati che noia. Praticamente non studio più, mi affido all'esperienza, se qualcuno dice che canto meglio è perché con gli anni uno impara sul campo. Sento il bisogno di esprimere, naturalmente. Ma continuo a stupirmi per le reazioni del pubblico, che mi fa sentire tanto ben voluto". Chi è il suo pubblico, Gaber? "Non lo so più. Fasce di età tutte rappresentate, nonni e nipoti. Anche i ragazzi, mi accorgo, che nei bis con la chitarra sanno a memoria le parole delle vecchie canzoni. Mah". Una volta sembrava che lei fosse il profeta dei ragazzi del ‘68... "Hanno sempre cercato di darmi un’appartenenza che non ho. Ho sempre vissuto isolato. Anche allora c’era l’ironia. C’era il bar Casablanca, il distacco sull’eskimo, la Nikon... Se non han voluto vedere l'ironia era perché forse faceva comodo così". Li incontra ancora, quegli spettatori così caratterizzati? "Non li vedo più. Ma neanche per la strada, non solo ai miei spettacoli. Mi sembra che si siano estinti". Allora, pur senza appartenenze, col pubblico che l’ama, lei sarà felice. "Come è possibile? Divento sempre più un orso. Mi isolo. Sono peggiorato. Ma mai come il mondo. Il mondo pieno di casini, ma piatto e sporco. La gente è meno bella da vedere. È difficile trovare le idee. È anche difficile trovare dei motivi per cantare. Anche il linguaggio si è deteriorato, è diventato più generico". Ma il mondo va così male? "Mi sembra che abbia preso la strada all’inverso. La mia speranza è che qualcuno riesca a convincere gli altri che basta, bisognerà cambiare cammino. Che la testa della gente possa cambiare. Ogni volta che vado in scena mi carico per avere fiducia nello spettatore, proprio con la speranza che la testa della gente possa cambiare". Ma è una speranza con un fondamento? "Beh. Possiamo benissimo sperare nelle speranze infondate".