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Ciao 2001 - n.3 - 21/01/1979


Giorgio Gaber, un uomo solo

di Riccardo Rinetti

Gaber fa la sua più grande scoperta d’artista quando intuisce che la sua strada è quella dello show per un uomo solo. Nasce così, sulle tracce del grande movimento del ‘68, “Il Signor G.”, per poi arrivare al recentissimo “Polli d’allevamento” dove iniziano i primi dubbi…
 

Dopo quasi 2 anni di silenzio, Giorgio Gaber ha ripreso a girare per i teatri d’Italia con un nuovo spettacolo dal titolo piuttosto emblematico: “Polli d’allevamento”.
La scenografia è sempre quella alla quale ci ha abituato Gaber fin dal suo primo recital. Pareti nere, il palco assolutamente sgombro. Se non fosse per quell’unica sedia, per quel microfono e per una platea affollatissima, sembrerebbe di trovarsi in un teatro in via d’allestimento. Poi, dopo un efficace gioco di luci, arriva lui e tutto, all’improvviso, sembra animarsi di una vitalità fino ad un attimo prima insospettabile.
Riuscire, senza annoiare, a reggere uno spettacolo di 2 ore, da solo, aiutato unicamente dalla propria grande capacità mimica e da basi musicali registrate su un nastro non è certo impresa facile. Giorgio Gaber ci riesce e questo basta per capire come mai sia rimasto, nel panorama artistico italiano, un personaggio davvero unico per descrivere il quale almeno in Italia non ci si può richiamare a nessuno.
Gaber fa la sua più grande scoperta d’artista quando intuisce che la sua strada è quella dello show per un uomo solo. Nasce così, sulle tracce del grande movimento del ‘68, “Il signor G.”, spettacolo che rappresenta la definitiva rottura con un passato canzonettistico (per altro sempre estremamente decoroso) e che dà il via al nuovo corso teatral-musicale di Giorgio Gaber che, forse per la prima volta in Italia, tenta un’indagine psicologica veramente approfondita sulla borghesia intellettuale in crisi.

UN CONFRONTO CONTINUO
A conferma che il pubblico non è così impreparato e disattento come spesso si tenta di far credere, il successo è subito enorme. Nonostante ciò Gaber non si è adagiato sugli allori, ma ha continuato costantemente a confrontarsi con la propria realtà, universalizzandola e proponendo di anno in anno spettacoli sempre rinnovati ed attualissimi.
Gaber è stato così partecipe e portavoce dei mutamenti che, sempre più velocemente, si sono verificati negli ultimi 10 anni. Una partecipazione lucida, vivace, costruttiva proprio perché distruttiva di tutti i luoghi comuni che via via si andavano creando, attaccando non solo la borghesia ma anche ogni forma di "conformismo di sinistra". Senza la velleità di inviare soluzioni, è riuscito a far pensare e a far sorridere di se stesso ogni suo singolo spettatore, il suo segreto, forse, stava proprio nel non fare proposte e nel denunciare, analizzandole a fondo, le contraddizioni che tutti viviamo chiedendosi costantemente la ragione della propria esistenza. Egli porta avanti i suoi recitaI basati sull’alternanza di monologhi e canzoni da ormai 9 anni e, purtroppo, “Polli d’allevamento” ha lasciato intravedere i segni di una formula piuttosto logora, una certa stanchezza e un'evidente impoverimento della vena del suo autore-attore. Stiamo vivendo in un momento di confusione, d’ambiguità, di incertezza, e il limite di Gaber, per quanto possa sembrare assurdo e contraddittorio, questa volta sta proprio nell’essere specchio troppo fedele dell’attuale situazione. Nonostante durante tutto il recital reclami a gran voce la propria diversità, la propria dissociazione da etichette e da modelli precostituiti, non riesce a mettere pienamente in luce i reali problemi che sono alla base dell’attuale crisi di valori. Perfino l'amarezza, che vorrebbe forse essere il sapore di fondo dello spettacolo, non riesce ad assumere dei contorni ben definiti lasciando, in ultima analisi, un sapore d’ambiguità. Quel senso di partecipazione che era stato, in linea di massima, il filo conduttore dei precedenti recital, in “Polli d’allevamento” appare sostituito da un pessimismo che, per quanto giustificato, somiglia troppo ad un facile rifugio o, peggio, ad un alibi che permette di rassegnarsi alla totale incomprensione delle attuali contraddizioni delle masse giovanili e non.
L’evidente volontà di riproporre la responsabilità individuale ed il conseguente rifiuto delle aggregazioni occasionali e, quindi, fasulle rimane purtroppo soltanto un tentativo e, sebbene non manchino alcuni riusciti momenti di riflessione (come ad esempio “I padri miei i padri tuoi” e “Quando è moda è moda”) questi risultano comunque troppo isolati dal resto dello spettacolo.

“COME” E “CHE COSA”
Ma il nuovo recital di Gaber può deludere non tanto a causa del diminuito interesse e il confronto politico-teorico (valutazione per altro sempre estremamente soggettiva) quanto per il mancato coinvolgimento emotivo al quale aveva abituato con i suoi precedenti spettacoli. E forse, in fondo in fondo, la sua più grave colpa, è quella di aver abituato troppo bene il pubblico che l’ha seguito in questi ultimi anni.
“Ho cercato di fare un discorso diverso – dice Gaber stesso – sia nell’orchestrazione delle canzoni, sia in un tipo di monologo che rivolgo sempre a me stesso piuttosto che al pubblico. ‘Polli d’allevamento’ è uno spettacolo più sul ‘come’ che sul ‘che cosa’; del resto le macchiette ideologiche si sono rotte tutte, e riscopro un certo piacere musicale al di là della pura enunciazione di fede”.
Effettivamente, per quanto riguarda il lato musicale del nuovo spettacolo l’impressione non può che essere positiva. Già in “Libertà obbligatoria” erano evidenti i segni di uno studio volto a creare una struttura decisamente innovativa, dove la musica non rappresenta più un semplice supporto d’atmosfera per dire certe cose, ma tende a diventare un tutt’uno con il testo stesso. Con “Polli d’allevamento” Gaber riesce a portare a felice compimento il tentativo d’integrazione tra testo e musica, quest’ultima intesa non più come semplice “ritornello” mi come “espressione musicale” nel senso compiuto del termine. Un’operazione davvero innovativa ed interessante resa possibile anche dall’importante contributo di Franco Battiato musicista-compositore che ne ha curato l’orchestrazione.
Non si può più, dunque, parlare di vere e proprie canzoni; il nuovo recital di Giorgio Gaber rappresenta in questo senso un passo in avanti verso il vero e proprio “spettacolo teatrale” in cui l’attore ha la possibilità di esprimersi in un modo amplissimo e, potenzialmente, movimentato.