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Il Manifesto - - 20/04/2001


GIORGIO GABER. Solo chi cade può risorgere

di


 

Giorgio Gaber come i moschettieri di Dumas: vent’anni dopo. Vent’anni di altero distacco, ritrosia sprezzante, appollaiato in un angolo scuro, ad osservare in silenzio. Per poi tornare, uguale a prima in un contesto che nel frattempo è cambiato, ribadire la sua immutabilità e concludere: La mia generazione ha perso.
C’era un tempo in cui sembrava bastassero un paio di jeans, un maglione sformato, un eskimo e una barbetta arruffata per essere veri rivoluzionari. È quella la generazione cui Gaber si riferisce. In verità avvertiva anche allora: è sotto il vestito che bisogna cercare, diceva tra le righe di ogni sua canzone, eseguita davanti a quel pubblico. Proponendosi come partecipe, sì, ma non totalmente coinvolto, un po’ distante e perciò amato con riserva, un po’ troppo contro tutto per non apparire anche un po’ qualunquista. Però qualche dubbio lo insinuava, colpendo a destra e a sinistra qualche punto sensibile, qua e là, lo coglieva e perciò non si beccava i fischi plateali sotto ai quali ad altri cantautori capitava di finire seppelliti.
Il conformismo è stato sempre il suo principale bersaglio, sia esso di destra o di sinistra. Ieri come oggi, perché il conformista è sempre “un uomo a tutto tondo che si muove senza consistenza/il conformista s’allena a scivolare dentro il mare della maggioranza”. Oggi anche più di ieri, perché più forte è l’ideologia del maggioritarismo che ha sostituito tutte le altre. Così avvolgente che il non appartenervi finisce inevitabilmente per relegare, volenti o nolenti, in quella che Gaber definisce La razza in estinzione. La razza, cioè, di quelli che pensano autonomamente, che non si lasciano irretire dal senso comune, che non fanno le cose in un certo modo perché così fan tutti. Una razza in via d’estinzione, appunto, che nessun WWF raggruppa per proteggere e gestisce in solitudini sparse la sua progressiva scomparsa dalla scena politica, culturale, sociale, esistenziale.
“La mia generazione ha visto le strade/le piazze gremite di gente appassionata/sicura di ridare un senso alla propria vita/ma ormai son tutte cose del secolo scorso/la mia generazione ha perso”. Perché è venuto a meno Il desiderio, titolo di un altro brano, solo apparentemente d’amore.
Non è nostalgia, è pura constatazione. Gaber non ha nel suo dna creativo la metafora poetica. Privilegia l’invettiva, che a volte lo rende un po’ trombone, altre ironico e acuto, talvolta anche un po’ irritante in quella sorta di didascalismo saccente dentro al quale pare compiacersi. Come nell’esercizio di stile, ad effetto ma un po’ sterile, di Destra-Sinistra, elenco di contrapposizioni estetiche che perseguono un obsoleto senso comune. O come in Qualcuno era comunista, altra sfilata di luoghi comuni gratificanti un’audience qualunquistica. Ma poi recupera con L’obeso, descrizione di un individuo osceno che s’aggira per il mondo, bulimico ingurgitante ogni cosa, idee, opinioni, computer, cellulari, dibattiti e canzoni, che somiglia molto a uno dei tanti che abbiamo sempre attorno, anche se sono magri, perché alla linea ci tengono, seguono diete più o meno rigorose e laddove non basta il regime alimentare soccorre la palestra.
Insomma, Gaber va preso sempre con le pinze, ma rimane uno che dice ciò che pensa senza ruffianerie e, soprattutto, che sa di cosa parla. In questa circostanza parla di una generazione che ha perso e non lo sa, o perlomeno non lo vuole riconoscere. Che è ancora peggio. Perché ad ogni sconfitta (nello sport come nella politica, come nella vita) può seguire una rivincita e poi, eventualmente, una “bella”. Ma se della sconfitta non c’è consapevolezza, allora non ci può essere prosieguo di battaglia. Cosicché l’unico vincente rimane Berlusconi, perché dice, sapendo di mentire, che l’Italia è gestita dai comunisti e quelli che ci credono più di tutti sono proprio gli ex comunisti, che nel Sessantotto avevano l’eskimo sulle spalle e, tolto quello, si sono infilati lo scolapasta sulla testa. Tanto bastava, nelle barzellette della Settimana Enigmistica, a far credere a Napoleone di avere vinto a Waterloo. Tanto basta a loro. E pazienza se non ci sono più il desiderio e il senso dell’appartenenza. Ciò che conta è stare dalla “parte giusta”, come ogni buon conformista.