Categoria: Sandro Luporini



Avvenire - Da Viareggio - 21/07/2005


Luporini: «Io e Gaber uniti dallo stesso mistero» - Intervista all'autore

di Andrea Pedrinelli

Al via a Viareggio il festival in onore del Signor G Lo storico collaboratore racconta i segreti del loro Teatro Canzone: «La politicizzazione post ’68 ci deluse, così indagammo il vero senso dell’esistenza»
 

Da quando è mancato Giorgio Gaber, il primo gennaio del 2003, in moltissimi hanno parlato di lui e della sua arte: fra omaggi di vario genere e riflessioni di stampo socio-politco. L'unico ad aver mantenuto la linea "gaberiana" del non apparire è stato proprio colui che del Gaber artista conosceva tutto. Sandro Luporini, suo alter ego artistico e amico di una vita, ma soprattutto coautore di tutto quanto Gaber ha proposto in carriera da quando scelse il teatro nel 1970. Sono di Gaber-Luporini monologhi e canzoni di ogni spettacolo del Teatro Canzone, tutti i dischi incisi per la discografia "tradizionale" e i lavori di prosa. E dopo il dibattito introduttivo di ieri su Gaber tra destra e sinistra, a Viareggio (città natale di Luporini e "adottiva" del Signor G) si apre stasera il secondo Festival Teatro Canzone Giorgio Gaber (i primi ospiti saranno Massimo Ranieri, Luca Barbarossa, Giobbe Covatta e Francesco Guccini, che dialogherà sul palco con Curzio Maltese e Sergio Cofferati).

Senta Luporini, da quanto lei ha scritto con il Signor G emerge sempre in primo piano una riflessione sull'uomo e sui valori a lui necessari per vivere nel mondo. La urta vedervi ancora confinati in dibattiti su categorie come destra e sinistra?
«Sì. Anche perché fin dall'inizio lavoravamo sul dubbio, anche quando eravamo esplicitamente vicini ai movimenti studenteschi del Sessantotto. Fortunatamente negli ultimi tempi qualcuno sta iniziando a parlare di noi per la sola cifra artistica».

Cosa vi spinse, dal 1976 in poi, a spostare l'asse della riflessione in modo esplicito dalla società all'uomo?
«Lei si riferisce a Libertà obbligatoria, uno spartiacque. Vede, da un lato pensavamo di aver detto quasi tutto quanto c'era da dire in ambito socio-politico, ma eravamo pure delusi per come si erano venute a concretizzare prospettive di vita in cui avevamo creduto. Alcuni attivisti dei movimenti erano entrati in politica, si diffondevano strani misticismi. Perciò ci siamo rivolti alla riflessione sull'uomo».

Quanto avete pagato le denunce forti fatte in quegli anni, in brani tipo «Io se fossi Dio»?
«Beh, i teatri si riempivano sempre... L'accusa di qualunquismo però ci amareggiò: fortunatamente era mitigata dalla consapevolezza di quanto quelle critiche non fossero poi mai motivate concretamente da chi le muoveva».

Quali motivazioni filosofiche vi spinsero a puntare così sulla persona?
«Tutto nacque dal fatto che, pur essendo di generazioni diverse (Luporini è del '30, Gaber era nove anni più giovane, ndr) la nostra scuola filosofica era stata la stessa, l'esistenzialismo: Sartre, Camus. E poi, in fondo, l'uomo al centro è una costante che ciclicamente si ripete, nell'evoluzione del pensiero».

Dieci anni fa sottolineavate l'urgenza di una "nuova coscienza". Oggi s'intravvede qualcosa?
«È una domanda difficile, io resto un pessimista. Però al tempo stesso non mi sento proprio di dire che "tutto è finito". Nel caso dei no global, per esempio, vedo istanze positive e atteggiamenti eccessivi».

Ma quel «Se ci fosse un uomo» con cui avete chiuso sia l'ultimo spettacolo di Gaber sia l'ultimo album, per lei oggi nasconde un'utopia irrealizzabile?
«No, una possibilità ci deve essere. Altrimenti ci suicideremmo».

Cosa prova quando si parla dell'arte di Gaber, dimenticandosi di lei?
«Quelli di cui volevo la stima mi stimano. E Giorgio sul palco metteva la faccia».

Quanto le manca il Teatro Canzone con Gaber?
«Quando Giorgio è mancato, per due anni non ho preso in mano la penna. Ero proprio convinto che non avrei scritto più. Poi però ho ricominciato con un lavoro di Teatro Canzone con Patrizia Pasqui e l'attore Mario Spallino, Il dottor Céline. E ho convinto il cantante Giulio D'Agnello a passare dai tributi a Gaber a cose inedite scritte con me».


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