Categoria: Interviste '80



RadioCorriereTV - pp. 78-80 - 17/11/1980


Giorgio Gaber ripropone in TV il meglio dei suoi spettacoli - Il ritorno del Cantascrittore

di Maso Biggero

Nato a ritmo di rock, poi passato a “Porta Romana”, impegnato come “Signor G”, oggi si ripresenta, dice, “in modo provocatorio”
 

Verso la fine degli anni Cinquanta, in una Milano che mostrava ancora i segni devastatori della guerra (ampi parcheggi su aree che una volta erano stati interi caseggiati; tracciati di piccole antiche vie alle spalle del Duomo che presto sarebbero scomparse, cancellate dalla nuova planimetria urbana), c’era un grande fervore musicale. Parliamo di musica leggera perché quella impegnata, col ritorno alla Scala di Toscanini a conflitto appena concluso, aveva già ripreso l’antico nitore. La canzonetta nostrana, invece, era rimasta ferma per quasi un decennio, travolta dall’onda dello swing e del boogie arrivati al seguito delle truppe alleate.
Verso la fine degli anni Cinquanta, però, i nostri talenti del settore erano fervidamente all’opera lavorando su due filoni: quello della restaurazione melodica (Festival di Sanremo) e quello dei giovanissimi che, snobbati dall’industria del disco, gravitavano al Santa Tecla, un locale in centro in cui si faceva jazz e rock, ed al Derby, uno scantinato in zona Fiera che avrebbe avuto qualcosa da dire in fatto di spettacolo.
Tra quei giovanissimi c’era un ragazzo neanche ventenne, dal cognome impossibile che ne denunciava le orini triestine, Gaberscik. Un ragazzo che prometteva bene perché, nonostante la sua origine giuliana, aveva resistito alle lusinghe di Vola colomba o di Le ragazze di Trieste per seguire la meno remunerata strada del Santa Tecla dove un paio di mille lire, un bicchiere di birra e qualche panino costituivano il non lauto compenso di una serata trascorsa a dimenarsi sulla piccola pedana alla maniera di Billy Haley e Jerry Lewis.
Molti ragazzi milanesi (o immigrati) avevano fatto quella scelta, oltre al Gaberscik: si chiamavano Enzo Jannacci, Adriano Celentano, Tony Renis; ad essi si univano i genovesi, ovvero Paoli, Bindi, Lauzi, Tenco. Un mondo che, a mezzogiorno, si ritrovava in Galleria del Corso, dove c’era il quartiere generale dell’editoria musicale, accanto agli “integrati”; quelli che già facevano soldi perché andavano ai festival o erano entrati nel meccanismo radiotelevisivo. Diciamo i Teddy Reno, Dorelli, le Betty Curtis, e via discorrendo.
Nel connubio di mezzogiorno, qualcuno a poco a poco cedeva alla lusinga dell’eventuale successo e saliva le scale dell’editore per proporre un pezzo magari anche con risvolti commerciali; qualcun altro resisteva e poi finiva per cedere l’anno dopo. Sotto gli archi di quella galleria - mentre le ragazze “con le calze a righe” che Jannacci avrebbe poi infilato in uno dei suoi primi microsolchi, scendevano dall’Albergo Nuovo in piazza Beccaria per l’aperitivo e per rimediare il primo cliente della giornata - si consumavano le ultime polemiche e le sempre più deboli difese.
Così Celentano si faceva confezionare un rock molto casereccio e trionfava a Sanremo; così Paoli, limitando la sua potesta al rifiuto dello smoking, si preparava agli imminenti Cantagiri e alle Canzonissime; così Bindi, pur di entrare ad un festival, scriveva I trulli di Alberobello; così persino un Tenco, che pareva il più coerente, si preparava a partire alla volta di Roma per invischiarsi nella logica delle case discografiche, una logica che poi lo avrebbe condotto in una stanza al pianterreno dell’Hotel Excelsior di Sanremo dove lo aspettavano una pistola ed un proiettile per il suo cuore non abbastanza indurito da quella realtà.
E Giorgio Gaberscik, che frattanto ha abbreviato il suo impossibile cognome in Gaber, non è diverso dai compagni. Tanto più che ha preso moglie e che deve fare i conti con certe responsabilità. Così firma il primo contratto per incidere dischi, così compone cose che possono piacere al grande pubblico. Ma lo fa con molto gusto tentando di non stemperare molto di se stesso nel compromesso commerciale: Non arrossire, Geneviève, cui seguono una lunga incursione nel repertorio popolare milanese (Porta Romana, ad esempio) e un filone ironico (Goganga, Torpedo blu). Un compromesso che artisticamente conserva una certa validità ma non soddisfa gli operatori del settore. Lo testimonia lo stesso Gaber che dice: “Fino al ’70, quando ho fatto per il Piccolo Teatro Il Signor G, sono stato solo un cantautore. Eravamo degli ‘sfigati’ all’inizio, negli anni Sessanta. Un periodo bellissimo e anche orrendo: a ventiquattro anni la casa discografica mi fa: ‘Grazie tante, sei troppo vecchio per noi’. Ed erano delusioni atroci”.
Da quelle delusioni Gaber si tirò fuori facendo teatro e occupando così una serie di spettacoli al Piccolo o in tournée, tutto il decennio ’70: gli anni della contestazione post-sessantottesca e quella più recente del riflusso.
“Con la fine degli anni Sessanta arriva il Movimento e io esco dal mondo del cosiddetto ‘show-business’: basta giornalisti, basta fotografie, basta televisione. Solo scrivere e cantare. Gli anni della speranza li ho attraversati tutti fino alle cose grosse che ci sono cadute addosso. Oggi c’è appiattimento, certo, ma non riflusso. La razza del ’68 non è estinta, forse s’è addormentata. O forse s’è presa una piccola pausa. Così ho scelto di tornare in televisione. Non basta Lotta Continua in Parlamento per cambiare il Parlamento, le istituzioni sono fatte così. Alla TV ci sono tornato con paura. Vediamo come reagisce la gente, ci siamo detti…”.
Così, dopo otto anni di assenza, Giorgio Gaber è tornato in TV con quattro puntate registrate dalla Rete 1 al Teatro Lirico di Milano fra maggio e giugno, durante la serie di concerti che, con il titolo Due retrospettive, ha dato nel capoluogo lombardo. Nel corso di queste due retrospettive (ognuna di due tempi che danno vita alle quattro serate televisive) Gaber ha riproposto il meglio di quattro suoi precedenti spettacoli. Ha, però, rimescolato le carte per poter presentare il suo materiale secondo un’angolazione diversa tenendo conto anche del variare degli umori, del diverso atteggiamento dei giovani d’oggi, e così via. Quindi, non una riproposta pedissequa degli spettacoli andati in scena degli ultimi anni, ma qualcosa di nuovo con un materiale “provocatorio più che consolatorio”.
Il meglio, dunque del Gaber che rinacque sulle ceneri di Goganga come il Signor G e che, attraverso un non facile travaglio (arrivano bordate da destra ma anche da sinistra con contestazioni degli ultras), ha cercato di dare, in questi dieci anni, un ritratto autentico, definito a torto un po’ qualunquistico, dell’italiano medio.
Oggi che quattro spettacoli televisivi consacrano questo lungo momento creativo, Gaber ed i suoi collaboratori pensano già agli anni ’80.
“Con Sandro Luporini che è il mio primo partner per i testi, anzi, molto di più, dopo lo spettacolo Polli d’allevamento del 1978 abbiamo cercato a lungo l’appuntamento con il “discorso generale”, quella cosa che è indispensabile per montare uno spettacolo, altrimenti fai un disco e non uno spettacolo. Adesso, forse, questo appuntamento è scattato”.
Si tratta di un lavoro che è appunto una lettura degli anni ’80 fatta da Gaber e Luporini. Lo spettacolo si chiamerà Io se fossi Dio. Ci sono dentro le Br, Moro, gli amori difficili, le storture, i condizionamenti dei sistema e della personalità. La canzone-guida di questo spettacolo dice pressappoco: “Se io fossi Dio non sarei mica così ingenuo da farmi fregare dai modi furbi della gente, non sarei mica un dilettante… se io fossi Dio”. Molti anni luce da “Non arrossire / quando ti guardo / ma ferma il tuo cuore / che trema per me / Non aver paura / di darmi un bacio / ma stammi vicino / e scaccia i timor!”.


Un ringraziamento particolare a Cristina G. per la collaborazione e l'invio del pezzo riportato in questa pagina.