Categoria: Interviste '90



La Repubblica - - 08/01/1998


Gaber sotto accusa “Qualunquista io?”

di Aldo Lastella

L'Unità attacca, Veltroni lo difende
 

ROMA — L’Unità attacca Giorgio Gaber, Alleanza nazionale spara contro l’Unità, Walter Veltroni difende Giorgio Gaber. Improvvisamente, appena finite le feste natalizie, si apre uno squarcio di passato: sembra di essere tornati agli anni Settanta, quando gli spettacoli del Signor G piombavano come macigni nelle allora agitate acque della sinistra, ancora marxista, sollevando dibattiti e dissensi. Fa venire un brivido lungo la schiena la possibilità che, anche nelle mollezze di questi secondi anni Novanta, uno spettacolo teatrale possa suscitare simile indignazione. L’arrabbiato è il professor Luca Canali, il quale dalle colonne del giornale fondato da Antonio Gramsci si è lanciato ieri in un violento attacco al nuovo recital di Gaber (Un’idiozia conquistata a fatica), che per sua stessa ammissione non ha visto; lo fa basandosi sul rescoconto pubblicato il 4 gennaio da la Repubblica, dopo il debutto a Lucca. La satira del cantautore milanese sull’Italia dell’Ulivo, sul “buonismo” rampante, sulla sfiducia nella politica, sull’ambientalismo peloso a Canali non è piaciuta: Gaber viene tacciato di qualunquismo, di ricerca del consenso facile, di propaganda a favore del “cattivismo”, di snobismo da salotto, di revisionismo sulla Resistenza, addirittura di attacco, attraverso il Pds, a Di Pietro e al pool di Mani Pulite. Conclusione: non ha più nulla da dire, quindi è meglio che si ritiri oppure scriva l’inno di Forza Italia. Apriti cielo! Alleanza nazionale, tramite il senatore Franco Pontone, non perde l’occasione di accusare l’Unità: “È il segnale di un’inaccettabile intolleranza dei post-comunisti nei confronti di chi, nel mondo dello spettacolo e dell’arte, non è disposto a farsi ingabbiare e a mettere il proprio estro al servizio di un partito o di qualche esponente di punta di Montecitorio per avere un tornaconto in termini di partecipazione ai festival organizzati dalle forze politiche del centro-sinistra”. Il vicepresidente del Consiglio Veltroni prende le distanze dal giornale che ha diretto: “Di Giorgio Gaber ho grande stima. Ho visto molti dei suoi spettacoli e li ho apprezzati. Non so quali siano le idee politiche di Gaber, so che è un uomo libero, un artista vero. E tanto mi basta”. L’interessato, Giorgio Gaber, tirato per i capelli da sinistra nell’ennesima polemica si convince a dire la sua dalla campagna toscana, dove si gode un giorno di riposo prima di riprendere la tournée del suo spettacolo, questa sera a Carpi (poi sarà a Bologna e a Roma).

Allora, Gaber, se l’aspettava questo putiferio vent’anni dopo “Polli di allevamento”?
— Devo dire che sono rimasto molto sorpreso. Già in altre occasioni l’Unità mi aveva attaccato, ma mi dispiace quando si fa della dietrologia. Ho la sensazione che il non-allineamento dia fastidio. Forse gettano su di me la “colpa” di mia moglie Ombretta Colli, eletta al Comune di Milano nelle file di Forza Italia (è assessore ai Servizi Sociali, n.d.r.), ma questo significa che c’è un pregiudizio sbagliato.

Veniamo alle accuse di Canali: l’elogio della dittatura, il revisionismo sulla resistenza, l’attacco a Ulivo-Di Pietro-Mani pulite…
— Ci mancherebbe altro che fossi a favore della dittatura... Nel corso dello spettacolo, faccio un paradosso sull’uomo che lotta con gioia per liberarsi dalle catene e si annoia una volta diventato libero, perché sono sostenitore di un’evoluzione permanente, non bisogna mai pensare di fermarsi a un punto d’arrivo. Ecco perché dico: “La lotta per la libertà fa bene, la libertà fa malissimo”. Non capisco poi perché dovrei essere contro la Resistenza... Questo non è uno spettacolo politico: ho messo una serie di titoli di giornali – uno anche sul Mugello – in una canzone, ma non mi possono accusare di fare discorsi politici. Anche se, personalmente non ho fiducia nei politici, che comunque non considero peggio di noi italiani.

Cosa risponde all’accusa di qualunquismo?
— Penso che sia una critica legittima e personale. Ma io esprimo soltanto quello che penso. Oggi è molto più facile essere a favore dell’Ulivo; non ho mai fatto spettacoli con il pugno chiuso e non li faccio certo oggi. Mi coinvolgono in un gioco di potere, del quale chi non fa parte deve essere emarginato.

Sente aria di “Regime”?
— Al di là del mio caso, ho una certa sensazione, se arriviamo a tappare la bocca a chi fa spettacolo. La sinistra non è mai stata tollerante con chi è critico, ha sempre visto la critica come antagonismo, non esiste possibilità dialettica. Io mi ritengo di sinistra, ma non mi riconosco nella sinistra dei partiti né di oggi né di ieri. Sono dalla parte dell’individuo, non so se questo può essere considerato di destra. Oggi poi i valori della sinistra non sono più quelli di una volta: per esempio, non mi sento apparentato con la grande industria. Noi di sinistra viviamo una grossa contraddizione in questo momento: siamo contro il mercato, però abbiamo capito che senza mercato saremmo più poveri. Eppure sappiamo che il mercato annulla le coscienze, ci rende più stupidi. Gli spettacoli servono anche a far crescere la consapevolezza delle proprie contraddizioni, dei propri malesseri.

Per chi vota?
— Non voto dal ’74, ma alle comunali di Milano ho votato per mia moglie.

È vero, come scrive l’Unità, che oggi Cerutti Gino sarebbe morto di overdose e l’uomo dello shampoo si sarebbe suicisato?
— Cerutti non lo so, ma io mi sono fatto molti shampo per noia e non mi sono suicidato.


C.f.r. articoli: La Repubblica 4/1/1998 - L’Unità 7/1/1998 - L’Unità 13/1/1998