Categoria: Gaber in TV



- VARIE TESTATE - 1967


DIAMOCI DEL TU (marzo-aprile 1967)

di AUTORI VARI

Programma musicale - Autore Italo Terzoli, regia Romolo Siena, presentano Giorgio Gaber e Caterina Caselli.
 

Radiocorriere, 26 marzo – 1 aprile 1967
“Diamoci del tu”: sei serate TV con la Caselli e Gaber
QUASI UN HAPPENING PER GIOVANI E MATUSA

Nel programma, fra l’altro, un’ironica “Tribuna beat” sui rapporti fra genitori e figli, e le risposte di Gaber alle canzoni di protesta.
Un angolo tutto dedicato alla poesia con la partecipazione di attori popolari da Valeria Moriconi a Gianmaria Volonté
di S.G. Biamonte

L’ambiente: lo studio 3 della TV di Milano, dove furono girati gli interni dei Promessi sposi, e che è stato trasformato in un grande anfiteatro con pista centrale. Il titolo: Diamoci del tu. I personaggi principali (o “conduttori”, come si chiamano adesso): Caterina Caselli e Giorgio Gaber. Il tema: le canzoni, naturalmente, e i giovani. Lo schema: estremamente libero, quasi un “happening”.
Su queste basi, il regista Romolo Siena e l’autore dei testi Italo Terzoli hanno costruito un nuovo spettacolo musicale per la televisione che si raccomanda in modo particolare ai giovani, ma che si propone di interessare (e soprattutto di divertire) anche i loro genitori.
La scelta dei due protagonisti non è casuale: entrambi sono appena usciti dall’esperienza di Sanremo; a lui, tutto sommato, è andata bene, con quella canzoncina beffarda (E allora, dài) che rispecchiava fedelmente un certo lato della sua personalità (“questa – diceva la strofa – è una canzone di protesta che non protesta contro nessuno; anzi, siamo tutti d’accordo”). Lei, viceversa, ne è rimasta poco meno che scottata, essendo stata bocciata alle eliminatorie, dopo un anno di continui successi (le statistiche la indicano appunto come la “campionessa d‘incasso” per i dischi del 1966).
È curioso notare come Caterina Caselli, che è diventata un po’ l’emblema della generazione del “Piper”, abbia in realtà assai poco della ragazza beat. Intanto, il famoso “casco d’oro”, liscio e con frangetta, è opera di un parrucchierre, dal momento che i capelli di Caterina erano, in origine, neri e ricci. E poi, non ha certo il fisico d’una Jean Shrimpton e deve evitare scrupolosamente le minigonne, ripiegando, semmai, sui pantaloni. Inoltre, la canzone che le ha dato la fama, Nessuno mi può giudicare, non è di un autore della “nouvelle vague”, ma di un “matusa” furbacchione come Mario Panzeri che, trentadue anni fa, fece cantare Maramao perché sei morto? A tutti i ragazzi che andavano alla conquista dell’impero. Non solo, ma anche quella sua tipica e fortunata maniera di gesticolare a ritmo di shake, con i pugni chiusi all’altezza dello stomaco, come nella “guardia” di un pugile, ha un’origine assai poco beat. La stessa Caterina ha confessato che quel gesto l’aveva imparato da bambina, nella fattoria paterna di Sassuolo, in provincia di Modena, quando sua nonna mungeva le mucche.
È una ragazza di letture non proprio raffinate (Mandrake, Diabolik, Urania, qualche libro di guerra sulla persecuzione degli ebrei), ma alla scuola di avviamento fece la sua buona figura (nel 1960 ebbe anche una vacanza-premio a Nizza), e poi la naturale saggezza emiliana l’aiuta senza dubbio a veder chiaro nel destino di un “personaggio” come il suo. Del resto, nei suoi desideri, a quanto dice, non c’è molto di “protestatario”: vuole una Morgan nera con l’interno di vitello bianco, e un giovanotto che non sia capellone, da sposare in chiesa con organo, velo bianco, tanti invitati, e pranzo finale con agnolotti e lambrusco.
Accanto a questa versione aggiornata della cantante tutta epidermica, cordiale, espansiva (e magari un po’ mattatrice) da balera, Giorgio Gaber rappresenta un versante completamente diverso della musica leggera.


Viene dal “folk”

L’esperienza di Gaber cominciò infatti nei “ruggenti anni cinquanta” di Milano, quando i ragazzi andavano matti per il jazz di New Orleans, e lui suonava la chitarra nel complesso dei “Rocky Mountains Ol’ Time Stompers”, specializzato nel repertorio del folklore americano prejazzistico. Poi ci furono la fase dei “Due Corsari” con Enzo Jannacci, una breve parentesi come cantante di “rock ‘n roll” (il periodo di Ciao ti dirò), e finalmente Gaber trovò la strada che gli è più congeniale: quella delle canzoncine sentimentali che raccontano storie semplici di innamorati giovani (Geneviéve, Non arrossire, Le strade di notte, ecc.), e soprattutto quella delle ballate che si riallacciano in chiave ironica al filone della canzone popolare (la famosa Ballata del Cerutti, Porta Romana, Trani a Gogò, ecc.). In sostanza, la sua “maniera” musicale, se così si può chiamare, non è il prodotto di un successo clto per caso, ma è il risultato di una scelta precisa e meditata, anche con un pizzico di ambizione. Dopo tutto, una strada del genere, in un ambiente come il suo dove chi dimostra di avere un po’ di senso dell’umorismo è subito guardato con diffidenza, poteva essere anche pericolosa. Gaber, però, seppe cavarsela semplicemente con l’etichetta di “sofisticato” e “intellettuale”, che gli si appiccicò addosso, quando presentò in televisione trasmissioni come Canzoni di mezza sera, Canzoniere minimo, Questo & quello, ecc. In realtà, quelle sue canzoni che passavano per “impegnate” precedevano di qualche anno la moda del genere “folk” all’italiana (o se preferite, della “linea verde”) che oggi tutti hanno l’aria di avere appena scoperto. E Gaber ha avuto anche il merito di trovare subito il tono giusto (quello, appunto, dell’ironia o addirittura della buffa parodia), che è l’unico possibili, se non si vuole naufragare nel ridicolo.
Tra questi due diversi mondi musicali (la Caselli e Giorgio Gaber) si muoverà il meccanismo del nuovo spettacolo musicale che dicevamo: Diamoci del tu, dove l’intenzione non è quella di trascinare gli spettatori in un’apoteosi dello “ye-ye”, ma di scoprire (sorridendo) che cosa c’è veramente nell’ambiente giovanile, a parte i capelli lunghi, le chitarre, le minigonne e le camiciole di Carnaby Street. Per esempio, in ciascuna delle sei puntate del programma, Caterina Caselli farà da moderatrice in una Tribuna beat, alla quale prenderanno parte un centinaio di ragazzi presenti in studio e un attore brillante, più o meno “matusa”: da Raffaele Pisu (che inaugurerà la serie) a Lina Volonghi, Ernesto Calindri, ecc. I temi del dibattito saranno posti con serietà estrema, ma verranno poi svolti in maniera umoristica, cercando di vedere ogni volta il lato divertente o magari comico dei rapporti tra genitori e figli in materia di sport, di cinema, di musica, di teatro, ecc. Gli stessi ragazzi daranno il loro contributo a questa “demitizzazione” dei conflitti di generazione, con qualche gustosa filastrocca sui “tic” dei cantanti alla moda, sulle reazioni dei padri di fronte alle fotografie dei “capelloni”, e via dicendo.

Le “vedette”

A un altro tipo di “sdrammatizzazione” penserà Gaber con le “risposte a…”. È già nota la sua Risposta al ragazzo della via Gluck. Per la nuova trasmissione ha preparato una serie di repliche alle più famose canzoni di protesta, che si spera riusciranno a risolversi in macchiette spiritose, a metà strada tra l’umoristico e il surrealista.
Ma ci sarà anche una parentesi “seria”, dedicata alla poesia. L’idea non è nuova di zecca. È ereditata, anzi, da Alta pressione, uno dei primi spettacoli televisivi realizzati con i giovani in studio. A una delle puntate di quello show intervenne, come forse ricorderete, Giorgio Albertazzi, che recitò alcune poesie di Lorca e Montale, riuscendo a commuovere fino alle lacrime quegli stessi ragazzi che, fino a pochi momenti prima, avevano manifestato il loro tumultuoso entusiasmo per le canzoni degli allora debuttanti Rita Pavone e Gianni Morandi. Così, s’è pensato che in Diamoci del tu la poesia poteva essere una testimonianza efficace della disponibilità dei giovani d’oggi a qualcosa di diverso dalle chitarre elettriche e dalle scarpe a punta col tacchetto rinforzato. L’esperimento lo faranno per primi Valeria Moriconi e Corrado Pani con una scelta di liriche di Pavese e di altri autori moderni. Poi verranno Gian Maria Volonté, Giulia Lazzarini, Giulio Bosetti e altri, che reciteranno testi di “blues”, di canzoni poeticamente valide, di poesie dedicate alla chitarra, ecc.
Naturalmente, anche la parte musicale del programma (raccordata alle altre da brevi movimenti coreografici curati da Paul Steffen) sarà piuttosto nutrita. Prima di tutto, ci saranno le canzoni di Giorgio Gaber e Caterina Caselli. Inoltre, ogni puntata ospiterà altri due giovani cantanti (un uomo e una donna per volta) e un complessino. Alla prima trasmissione, per esempio, interverranno Lucio Dalla, Sandie Shaw e l’Equipe 84. Alle altre prenderanno parte Antoine, Marisa Sannia, Riki Majocchi, Françoise Hardy, Patty Pravo, i Byrds, la “New Vaudeville Band” (quella di Winchester Cathedral), ecc.


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Diamoci del tu va in onda lunedì 27 marzo alle ore 21 sul Programma Nazionale televisivo.

[Nota del trascrittore - A differenza di quanto fatto per altre trasmissioni, il Radiocorriere non indica, per le puntate successive, le canzoni eseguite da Giorgio Gaber, né la scaletta precisa della serata.I servizi sono invece dedicati agli artisti di maggior rilievo ospitati di volta in volta: Lucio Dalla interviene il 27 marzo, mentre il 3 aprile è la volta dei Byrds, storico gruppo, noto per la sua versione di Mr.Tambourine Man e di altre canzoni di Bob Dylan. Il 24 aprile Ornella Vanoni si esibisce in veste di attrice, leggendo alcune poesie di Umberto Saba.
È poi stato ricordato dallo stesso Gaber, in alcune interviste, che tra gli esordienti ci furono Franco Battiato (presentato dallo stesso Gaber) e Francesco Guccini (presentato dalla Caselli). Purtroppo di essi non si trova menzione negli articoli del Radiocorriere].

Radiocorriere, 16 / 22 aprile 1967
INCONTRI SENZA TELECAMERE
di Maria Adele Teodori
La giornata nera di Gaber

Vorrebbe uscire dalla routine delle serate in provincia dalla vita affannosa dei divi della canzone.
I suoi progetti: uno spettacolo teatrale scritto e interpretato da lui e una scuola per cantanti

Milano, aprile

Sono le dieci del mattino. Risponde al telefono una voce soffocata, tutti dormono, il signor Gaber lavora di notte, la sua non è una famiglia tradizionale o, almeno, non funziona come tale. Il “ragioniere della canzone”, come lo chiamano, non fa certo vita da ragioniere. Immaginate: ore e ore di macchina quasi ogni giorno per brevi apparizioni, in un locale di provincia, migliaia di fans che gli si stringono addosso, gli chiedono questa o quella canzone, l’autografo. E poi, altra corsa in macchina, due trecento chilometri per essere a casa all’alba, un abbraccio alla moglie, un’occhiata alla piccola, il sonno necessario, via da capo, le incisioni, la TV.
Eppure a una vita “tradizionale” forse aspira e si capisce dalla casa che s’è scelta, dopo il matrimonio con Ombretta Colli, ex attrice e ora cantante, due anni fa. Dal moderno alveare in zona Sempione s’è trasferito in una casa, “vera casa”, a due piani, raccolta, intima, con porta propria e un fazzoletto di giardino sul retro dove ha piantato di tutto, e soprattutto dalie, perché così si chiama la figlia. Una casa completa di cane, di domestica e di tanti nonni quanti se ne possono avere, una vera e propria famiglia.
“E chi ha detto che siamo antitradizionali. Vogliamo costruirci una vita nostra, fuori dai cliché, al di là di una routine, il che non significa vivere alla giornata, che sarebbe da irresponsabile, ma vivere ogni giorno diverso dall’altro. Sembrerà, la nostra, una vita disorganizzata, ma non lo è. Importante che la piccola non ne risenta. Io non credo che i bambini abbiano assoluto bisogno di una madre che li pulisca, li imbocchi, li metta a nanna. Bisogna seguirli in modo giusto, senza morbosità. I genitori giovani creano con essi un rapporto più stabile, felice, attraverso le proprie attività. Con noi vive mia suocera: Dalia è affidata a lei. Le persone anziane hanno forse maggiore necessità di noi di un rapporto con un essere giovane, perché in un certo senso gli prolunga la vita”.
Scivolato più ce seduto sul divano di velluto verde, Giorgio Gaber non somiglia per nulla a un cantante. Voglio dire, è privo di tutte quelle caratteristiche di originalità, stranezza, divismo che sembrano essere una prerogativa dei moderni divi della canzone. Lui, no. Detesta l’esibizione e l’esagerazione, non ha hobby, non ha avventure, direi quasi che teme quella popolarità che necessariamente si accompagna a un cantante-chitarrista-autore-attore professionista da più di dieci anni. Ecco il segreto: non ha perso il senso della misura e, per quanto gli è concesso dal lavoro, ama la vita tranquilla. Ombretta, la moglie, non potrebbe essere più d’accordo. E s’è visto con il matrimonio di due anni fa, quasi alla chetichella, ben decisi come erano a non trasformarlo “in uno show pubblicitario”.
Parla della sua vita con Ombretta. Ritorna per l’ennesima volta la parola “tradizionale”, nella frase: vita familiare non…Orari spostati, differenti, spesso fuori da soli per pranzo, dormendo di giorno, lavorando e poi parlando di notte, durante lunghe passeggiate in macchina, alle due-tre del mattino, quando la solitudine e il silenzio agevolano la comunicazione, il racconto, la chiacchiera anche un tantino stolta, ma divertente, piccante, pettegola, il senso della complicità. Perché anche Ombretta ormai è una cantante affermata, ha il suo complesso beat, il suo giro di locali e di tournée. E questo, secondo Gaber, per una moglie è essenziale.
“Ho voluto una moglie viva, che cercasse la sua affermazione nella vita, nella società. Capisco che una donna così è spesso difficile, in contrasto con se stessa, in lotta con pregiudizi e tradizioni, ma infine si ritrova sullo stesso piano del marito. È questo che ho desiderato e voluto: una donna stimolante che non viva con me per una stupida infatuazione, ma sia in grado di discutere, ribattere, anche litigare, se è il caso disapprovare, sostenendo i propri punti di vista. È un amore vero, fatto di scambi, che difficilmente diverrà routine”.
La routine, invece, pare che gli venga dal lavoro. Almeno, in questo momento, si ha l’impressione di un Gaber irrequieto e insoddisfatto, qui si manifesta l’intimità del suo carattere, alti e bassi, scontentezze, dubbi.

Il dubbio

“Ma il dubbio non è forse – commenta – una qualità delle persone intelligenti? Cambiare idea perché il giorno dopo la cosa detta il giorno prima non pare più giusta, insomma non essere un testone…” Parte da esempi spiccioli, come l’arredamento della casa, l’amore per il mobile antico, decine e decine di libri letti. E ora, non gliene importa più nulla, quasi odia le “fratine” che lo circondano, cambierebbe tutto, vorrebbe un arredamento moderno, funzionale.
E passa al mestiere, alla canzone. Gira e rigira, doveva finire lì perché: “È pazzesco dirlo, ma è la canzone che m’interessa, sono sempre in arretrato su tutto e quanto mi è intorno lo osservo in funzione della canzone. Come il cinema, dove dovrei andare a distendermi e invece m’interessa il modo di muoversi degli interpreti, le inquadrature da poter usare in uno spettacolo, da poter ricordare per una interpretazione. Così un libro, un fumetto, una partita al calciobalilla. Perché tutto riconduco a esperienze personali, a sensazioni che ho avuto anche se raccontate in trame diverse”.
Deve essere stato così per la famosa Ballata del Cerutti, per il più recente Mai, mai Valentina, e ancora per E allora dài. Gaber a questo punto s’entusiasma. “La canzone – dice – nasce dal nulla, è lo sviluppo di una idea informe, è la libertà della costruzione all’interno di una fantasia. È una sensazione bellissima. C’è anche un rapporto diretto con il pubblico cui deve arrivare, si sente subito se la composizione è riuscita o no”. Ma quante volte accade tutto ciò? Il lavoro del cantante autore compositore, per forza di cose, diventa sempre più simile, i lati negativi sulla bilancia della sensibilità cominciano a pesare troppo per personaggi alla ricerca della verità, come Gaber.
Deve essere, questa, una giornata nera. Perché, se adora la figlia, se ama Ombretta, se aspetta la primavera nel giardino, il lavoro gli pare scontato, è tutto un rimuginare su quanto non avrebbe dovuto fare e ha fatto, sulle serate negative, sul voler poter dire: bene, adesso basta e faccio le cose che piacciono a me, niente più serate pazze di cinque-seicento chilometri per un’apparizione, niente più orari criminali per la salute e programmi in anticipo tale da ipotecare tutta una vita, come il sapere già dove canterà per il Capodanno 1968.

Assi nella manica

E allora, signor Gaber, sentiamo, cosa vuol fare?
“Vivere di rendita”, risponde scherzando. E nell’atmosfera di questa casa, in questo momento illuminata a strisce gioconde dal sole che tramonta, con il cane Jolly che cerca carezze, con i nonni che arrivano carichi di pacchi e salendo su per le scale ricoperte di moquette grigia s’informano subito se Dalia ha digerito e dormito bene, e con la cameriera giovane che al telefono risponde invariabilmente che “il signor Gaber non c’è” e poi s’impappina alle insistenze; in quest’atmosfera potrebbe sembrare una dichiarazione logica, inevitabile, sincera.
Ma gli assi nella manica Giorgio Gaber li ha, li rimugina quando macina stanchissimo i chilometri dei ritorni. Primo, fare del teatro, che non significa recitare Cechov, ma creare uno spettacolo vero, esserne autore e attore, con il proprio quartetto ed equipaggiamento, una commedia musicale di tipo completamente nuovo, come potrebbe anche essere un recital. Poi metter su una scuola, sissignori, per cantanti, “I nostri sono i più preparati professionalmente, ma non sanno muoversi, non sanno fare spettacolo, come si usa all’estero. Ho imparato tante cose in questi anni, mi piacerebbe trasmetterle, il momento è maturo perché i giovani sono aperti, amano i Beatles ma anche i raffinati quartetti d’archi…”
L’entusiasmo gli prende la mano, forse la giornata nera è già finita, glielo auguro a questo Giorgio Gaber dallo stile tanto personale e inconfondibile che rifiuta l’etichetta di divo della canzone.
Maria Adele Teodori


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Giorgio Gaber appare in Diamoci del tu, il varietà in onda lunedì17 aprile, alle ore 22, sul Programma Nazionale televisivo

Corriere della Sera, 28 marzo 1967
TV: “Diamoci del tu”
con Gaber e la Caselli

La nuova trasmissione leggera per i giovani, Diamoci del tu, è stata, ieri sera, una grossa delusione. Gaber, in passato, aveva messo insieme dei programmi senza pretese alla TV, ma riusciva con le canzoni a disegnare un ambiente, dei personaggi. Stavolta sul tema beat la trasmissione è apparsa desolatamente vuota; e quando non era vuota sapeva di falso. Pensiamo che gli anziani, come i ragazzi, siano rimasti egualmente colpiti da quest’aria inattendibile; la Tribuna beat, che doveva essere in un certo senso il clou del programma, andava avanti con battute e risposte di questo tipo: “Tu stai per Gimondi o Motta?” Al che il matusa pietosamente impegnato ad adeguarsi rispondeva: “Per Bartali”.
Nessuno sforzo per centrare, sia pure in chiave satirica, il mondo dei ragazzi d’oggi, e per questo polpettone sono stati sciupati, con lo stesso Gaber, Caterina Caselli – che pure è apparsa comunicativa e allegra – e Raffaele Pisu, capellone alla Garibaldi.
Al crollo non sfuggono le coreografie, mentre si è vista qualche scena non convenzionale (sostenuta più che altro, però, dal mezzo tecnico, cioè da quell’obiettivo “occhio di pesce” che in certi casi potrebbe diventare prodigioso). E poi, naturalmente, le canzoni fanno storia a parte, la Caselli ne ha presentata qualcuna piacevole, c’erano anche a cantare Sandie Shaw e la Equipe 84, Lucio Dalla. L’angolo intellettuale era rappresentato dalle dizioni di versi di Valeria Moriconi e Corrado Pani: bravissimi; ma abbiamo il sospetto che nel baraccone di Diamoci del tu siano serviti a poco.
V.B.


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IL GIORNO, 28 marzo 1967
TELEring
Gaber e Caselli con poche sorprese
“DIAMOCI DEL TU” ALLA PRIMA PUNTATA
di CARLO SILVA

“Nihil sub sole novum”, nulla di nuovo sotto il sole. Cioè l’eterno ricorso dei fatti e delle cose. Ma anche senza scomodare il latino – lingua che dava un certo fascino anche a Lorenzo Tramaglino – a proposito di “Diamoci del tu” possiamo dire che il nuovo programma (in onda da ieri sera sul Nazionale) contiene tutto ciò che altri programmi musicali hanno sin qui contenuto: dalle canzoni, ovviamente, alle “tribune” – e poco varia se questa è beat, un beat preso un po’ sottogamba, comunque – alle poesie adoperate come “strappo serio” o come pausa concettosa alla calata degli ospiti. Forse si azzarderà, da qualche parte, che l’idea di raccogliere in platea, gomito a gomito, un esercito di faccette minorenni potrebbe rientrare nella novità.
Ci spiace contraddire, ma altri show, dell’altro ieri e di ieri, a questo gomito a gomito sono già ricorsi, e in maniera anche più violenta (Gaber ne sa qualcosa, ad esempio). Insomma, s’ha un bel dire “inventiamo, inventiamo”. Al lato pratico, sempre nello stesso girotondo s’intrufola, e forse non tanto per comodità, quanto per il “nihil sub sole novum”. Facciamocene una ragione: se così dev’essere, così sia. Ma soprattutto non facciamone un dramma, né si equivochi sull’appunto appena mosso: nessuno vuole trasformarlo in “pedana” su cui erigere la forca per “Diamoci del tu”.

Fuor del latino, il nuovo programma beat, di beat per adesso ha soltanto il titolo e qualche interprete; ma è anche alla sua prima puntata e il capitolo d’avvio, si sa, spesso tradisce nervosismi.
Ecco perché diciamo che non si possono né si devono erigere forche troppo in fretta. “Diamoci del tu” ieri sera ci ha salutati con una certa eleganza (dovuta, però, più alle inquadrature che alla sostanza), con una timida stretta di mano. Non è esploso, questo no, nemmeno in quella caciara che, a volte, “fa clima” o ambiente. Si è accontentato di cominciare schierando davanti ai riflettori e alle telecamere, oltre ai due protagonisti, Gaber e Caselli (la ragazza dalla mossa illogica), Lucio Dalla, l’Equipe 84, Sandie Shaw, Raffaele Pisu, Valeria Moriconi e Corrado Pani.


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IL GIORNO, 18 aprile 1967
TELEring
Ha adottato il “voi”
“DIAMOCI DEL TU” ALLA IV PUNTATA
di CARLO SILVA

“Diamoci del tu” (quarta puntata ieri sera sul Nazionale), non riesce; è una sensazione, più di una sensazione (la gente scrive, si confida, chiacchiera), non riesce, dicevamo, ad entrare in confidenza col pubblico, in stretta confidenza. Il titolo lo vorrebbe, ma il contenuto, spesso, glielo impedisce. C’è un qualosa, insomma, che si frappone fra la sostanza e il risultato. E questo qualcosa, forse, o senza forse, si chiama equivoco. La legge del colpo al cerchio e l’altro alla botte viene, sotto sotto, applicata anche qui, e la legge non è delle più belle, chè non si può accarezzare e pizzicare nello stesso tempo.
Vediamo di capirci: immaginato per essere un programma beat, un programma essenzialmente per minorenni, per scatenati, “Diamoci del tu” finisce ogni volta col non saper rinunciare a una punta di matuseria (si dice?), a uno strappo in favore della tradizione, alla preoccupazione di “sentire” davanti al video non solo i giovani, ma anche gli altri.
La preoccupazione, intendiamoci, la capiamo, ma personalmente, ci si passi l’arditezza, l’avremmo saltata a costo di giocarci mezza Italia. Ma d’altra parte, lo dice anche una canzone, ci pare, “bisogna saper scegliere”. Meglio ancora: bisogna sapersi schierare. O di qui o di là: nel centro non ci vuol star più nessuno.
Sul pennone dello show, invece, s’alza ogni lunedì la bandiera del “nì”, la bandiera appunto della preoccupazione, la preoccupazione di non scontentare nessuno. E questa preoccupazione genera l’equivoco, l’errore. Come se non si sapesse che, oggi, non si può più essere accomodanti, né con se stessi né con gli altri: o si parla ai giovani attraverso il loro preciso linguaggio, o si parla ai non più giovani con tutt’altra favella. A tutt’e due contemporaneamente, con un linguaggio “di mezzo”, non è più possibile parlare.
“Diamoci del tu” ha abolito il “lei”, ma ha adottato il “voi”. Ecco il guaio.
Ospiti della serata Françoise Hardy, Gino Bramier e un complesso di cui ci sfugge il nome, Fausto Leali. Giorgio Gaber e Caterina Caselli, come al solito, non si sono risparmiati. Le poesie sono state recitate dalla Fortunato e da Sergio Fantoni.

[Data la scarsissima leggibilità del documento microfilmato, alcune parole potrebbero essere state trascritte in modo inesatto. Confidiamo, tuttavia, che il senso dell’articolo e le intenzioni dell’autore siano stati sostanzialmente rispettati - Nota del trascrittore].


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l’Unità, 29 marzo 1967
Controcanale
DIAMOCI DEL TU

Vuole essere uno spettacolo per giovanissimi (la TV ha capito che quello dei “meno venti” è un pubblico da conquistare) e il riferimento all’”exploit” di E sottolineo ye, trasmesso di recente, è d’obbligo. Senonché, qui di autenticamente giovane non c’è che il guscio. Un guscio ottimo, non c’è che dire: scenografia ben concepita, costumi abbastanza attraenti (a parte la “pruderie” che ammette la minigonna ma non le gambe nude), ritmo abbastanza rapido, soprattutto regia agile e fantasiosa: Romolo Siena, con Solo musica e con questo spettacolo, si sta qualificando, secondo noi, come un regista televisivo che sa usare le telecamere in modo da far spettacolo con le immagini senza scadere nel gratuito formalismo.

Ma il resto, quello che sta all’interno del guscio? È, in larghissima parte, fasullo, vecchio, stereotipato. Del mondo dei giovanissimi, in questo spettacolo, non c’è che il riflesso più banalmente commerciale e convenzionale. Non siamo riusciti a trovare un solo psunto valido, l’altra sera: la “tribuna beat” con Raffaele Pisu si è ridotta a una trovatina priva di qualsiasi decente contenuto polemico (ma non priva, come al solito, di volgarità); la presenza del pubblico è apparsa puramente formale (anche i giovanissimi, tra l’altro, sono stati costretti ad applaudire a comando, con quale giovamento per il clima della trasmissione lo abbiamo visto tutti); le battute, gli sketches di Gaber e della Caselli, la sfilata degli “ospiti d’onore” hanno suonato la solita solfa. Quanto alla lettura di poesie, vedremo meglio in seguito: l’altra sera ci è sembrato si trattasse semplicemente di una trovata confusa, che sapeva assai di appiccicaticcio.
g.c.


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l’Unità, 5 aprile 1967
Controcanale
TRIBUNA DEL CATTIVO GUSTO

La seconda puntata di Diamoci del tu ha confermato tutti i limiti ed i difetti sottolineati al debutto. Potremmo, anzi, dire che la rivistina è già decisamente peggiorata, e lascia ormai poche speranze di ripresa per i prossimi numeri.
Scendiamo al dettaglio, e prendiamo, ad esempio, quella che doveva essee una delle più vivaci trovate: la “tribuna beat”, nella quale dovrebbe svolgersi uno spontaneo contraddittorio tra i giovani spettatori e Lina Volonghi, chiamata in rappresentanza dei “matusa”. Innanzi tutto va detto che nel “dibattito” non v’è nulla di spontaneo, si procede con la tecnica del copione imparato a memoria, senza alcun coraggio per l’improvvisazione e – quindi – il fascino (e i rischi) della spontaneità. Ancora una volta, la TV ha scelto la strada più ovvia e noiosa, la prefabbricazione essendo quanto di più lontano e possibile dalle sue autentiche capacità espressive.
Così truccato, il “dibattito” non sarebbe niente di diverso dal solito falso battibecco tra presentatori, se non fosse assai peggio. Trattandosi, infatti, di una “tribuna beat”, gli autori devono aver creduto di essere autorizzati a non andar tanto per il sottile, raccogliendo quanto di peggio (e più fastidiosamente qualunquistico) sia stato elaborato sui giovanissimi. Si scivola, addirittura, nella volgarità. L’altra sera s’è giocato su equivoci come “Corned Beaf”, “Pop Corn” e le corna, la Volonghi ha recitato battute come “Ti do una sberla che ti rintrona anche il casco”; mentre il pubblico di giovanissimi invitati applaudiva a comando con la forza della disperazione. Francamente non si capisce a cosa serva questa tribuna, se non a ribadire preconcetti.
vice


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l’Unità, 3 maggio 1967
Controcanale
UN BILANCIO FALLIMENTARE

Diamoci del tu ha ultimato il suo ciclo, ma non crediamo che lo spazio lasciato aperto alle trasmissioni del lunedì sarà rimpianto da molti spettatori. Il bilancio, infatti, è decisamente fallimentare: e la cosa è tanto più spiacevole in quanto – come abbiamo già avuto occasione di rilevare – c’era materiale ed idee per montare davvero una “trasmissione beat”, vivace e diversa dalle tradizionali rubriche musicali. I balletti a tempo di “shake”, la tribuna, la lettura di poesie, perfino le parodie di canzoni avrebbero dovuto offrire materiale più che sufficiente per aprire finalmente la nostra televisione ad uno spettacolo di varietà veramente televisivo. Invece, tutto sommato, l’unica “invenzione” – esclusivamente tecnica – è stata quell’apertura con obiettivo deformante (occhio di pesce) che travolge le prospettive.
Un po’ poco, evidentemente. Lo spettacolo si è svolto sempre su ritmi prevedibili e consueti ed inutilmente Giorgio Gaber e Caterina Caselli hanno tentato di nascondere la povertà dei contenuti con una esagitata recita fatta di mossette ed urletti (sempre eguali, del resto, sera dopo sera). Speriamo, tuttavia, che valga la lezione: è evidente, infatti, che gli spettacoli di varietà non possono reggersi soltanto su qualche piacevole coreografia e su una passerella di “personaggi” più o meno noti. Quel che conta – e che continua a mancare – sono le idee ed il coraggio di svilupparle. E questo vale, naturalmente, sia per le cosiddette trasmissioni beat che per quelle più adatte ai “matusa”.
vice

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Raccolta di articoli/recensione per uno studio su DIAMOCI DEL TU - PRIMO CANALE (RAI) mar/apr 1967 (articoli-recensioni dalle testate: Radiocorriere Tv, Il Giorno, l’Unità, Corriere della Sera) in ordine cronologico -------------- Un ringraziamento a Mauro De Mario per averci inviato il materiale riportato in questa pagina