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La Repubblica - - 04/01/1998


Gaber, elogio dei dittatori

di Roberto Incerti

Torna in scena contro verdi, politici e “buonisti”
 

LUCCA – Solo contro tutti. Giorgio Gaber è sempre più caustico, spiazzante, sarcastico. Il suo nuovo spettacolo di monologhi e canzoni Un’idiozia conquistata a fatica, scritto assieme al fedele Sandro Luporini, presentato in prima nazionale al Teatro del Giglio di Lucca (oggi ultima replica, ore 16.45), è ancora più estremo del solito. L’attore, che torna in scena dopo un periodo di malattia, non riparmia nessuno: la politica dell’Ulivo, il buonismo ad ogni costo, gli animalisti, le leggi del mercato, il conformismo. Quando Gaber parla di “politici corrotti con un animo repellente” o quando ironizza sulla “grande svolta dell'Italia che parte dal Mugello”, riceve ovazioni e c'è chi gli urla: “Sei un mito”. Al di là della bravura del cantautore milanese, ancora una volta, ciò che entusiasma il pubblico è la certezza di trovarsi di fronte ad un amico, ad un compagno di viaggio.
Dopo tutto, anche chi non va a votare ha bisogno di una campagna elettorale, di ideali in cui credere. E Gaber canta proprio il ritorno agli ideali, sostenendo che “dalla contraddizione nasce il sogno” e che “la grande sfida è vivere senza certezze”.
Come sempre Gaber riparte dallo spettacolo precedente, ovvero da E pensare che c’era il pensiero, per poi approdare a nuovi spunti ed obiettivi. L’inizio è significativo.
La scena è buia e Gaber, menestrello dissacrante, sussurra che la cultura non deve essere divulgata: “Solo il silenzio ne salva l’intensità”. Un’idea, sostiene ancora, appena esce da una stanza è subito merce, merce di scambio, roba da supermercato. L’attore, vestito in grigio, è sempre più un Signor G, solo fra la folla. Bellissima e spietata è la canzone Il potere dei più buoni, dove “mille associazioni pensano alla noia degli uccellini e ai reumatismi dei pesciolini. È il potere dei più buoni, che un domani può venir buono per le elezioni”. Gaber dunque ha avuto ancora una volta il coraggio e la voglia di tenersi fuori dal coro, di non cedere a compromessi, di attaccare l’inattaccabile. Non disdegna neppure il paradosso di elogiare la schiavitù, “perché la lotta per la libertà fa bene, ma la libertà fa malissimo”. Gaber afferma che certo, fra democrazia e dittatura, lui sceglierebbe la dittatura, ma con qualche dubbio, perché un dittatore potrebbe liberare il mondo solo da qualche cretino. “A volte infatti siamo talmente preoccupati per il sopruso fatto su un singolo individuo, che non ci preoccupiamo affatto del sopruso che subiscono tutti gli individui costretti a sorbirsi una valanga di cazzate”.
Parlando di elezioni Gaber afferma “che si vota per un candidato che non conosciamo e poi, quando è stato eletto, se lo incontriamo per strada, giustamente ci dice: lei non sa chi sono io”. Con la chitarra, col sorriso beffardo, con melanconica ironia, Gaber se la prende anche col catto-comunismo dilagante e con coloro che “si rincoglioniscono di fronte ad un giochino”. Ma poi, i monologhi e le canzoni, dall’attualità sanno volare nel regno della poesia e perdersi nell’intricato mondo della psiche. Ecco quindi il bel brano L’abitudine, in cui si parla d’amori stanchi, di abbandoni di corpi in riposo, di quell’abitudine “che non la puoi gettare dalla finestra, ma che scende le scale, un gradino per volta”. Ancora Gaber parla di rimpianti, sostenendo che “non si deve piangere sulle cose perdute, ma su quelle non trovate”. Il teatro-canzone di Gaber dunque, continua ad essere un simbolo generazionale, della sua generazione, e in questo senso è esemplare la canzone Che bella gente, una sorta di storia d’Italia secondo Gaber, in cui si descrive l’entusiasmo del dopoguerra; le ragazze piene d’ardore degli anni ‘60; il Frank Zappa al cesso che sconvolgeva i benpensanti negli anni ‘70; i ragazzi di oggi, con i gran tatuaggi e vari anelli.
Tentare di salvare l’Italia da “quei barbari che siamo noi” dunque, per il Signor G, è come fare le pulizie a bordo del Titanic che sta affondando. Unica possibilità: una nuova coscienza e il ritorno agli ideali.