Categoria: Articoli '90



La Repubblica - pagina 27 - 26/04/1992


Evviva, in TV è tornato Gaber

di Beniamino Placido


 

FACCIAMO un'eccezione per Giorgio Gaber. Soltanto per Giorgio Gaber. Chiunque si comportasse domani sera in televisione come in televisione lunedì sera si è comportato lui, lo sappia. Gli infliggeremo per punizione una citazione. Per di più una citazione di quel poeta difficile - e autorevolissimo - che è Paul Valéry. C' È IL LUNEDÌ SERA su RaiTre una trasmissione che si chiama "Aspettando Grillo, Mina, Battisti e Gaber". La conducono Arnaldo Bagnasco e Toni Garrani. È fatta così. Ci sono quattro sedie. Destinate a Beppe Grillo, a Mina, a Lucio Battisti, a Giorgio Gaber. Quattro personaggi che si tengono lontani - per loro serissime ragioni - dalla televisione. Perché non ci ripensano? invoca Bagnasco. Perché non tornano? La televisione ha bisogno di loro. Loro la sanno fare; l'hanno fatta negli anni '60, '70, '80. Poi d'improvviso hanno deciso di non metterci più piede, disgustati. Suvvia ripensateci; suvvia tornate, insiste Bagnasco. E ripete Garrani. Finora è andata male. Né Beppe Grillo, né Mina, né Lucio Battisti hanno manifestato alcuna intenzione di tornare in tv. Anzi, non si sono fatti vivi per niente, nemmeno con una telefonata.
COSA FANNO Bagnasco e Garrani per riempire un'ora e mezzo di trasmissione, nell'attesa? Presentano vecchie immagini televisive di questi protagonisti desaparecidos. E sono immagini bellissime, per lo più in bianco e nero. Sono quelle "schegge" che si rivedono sempre volentieri. Evidentemente la televisione non ha fatto nessun torto a questi artisti. In televisione loro la loro figura l'hanno fatta. In aggiunta, e sempre per ingannare l'attesa, Bagnasco e Garrani portano in studio gli amici, i compagni di strada e di cordata di questi artisti in volontario esilio. Per esempio, per ingannare l'attesa di Giorgio Gaber, Bagnasco ha portato in studio lo scrittore Umberto Simonetta. Che per Gaber ha scritto a suo tempo qualche spettacolo televisivo. Senza firmare, però. "Perché in quegli anni ci si vergognava". Dunque si faceva dell'ottima televisione, quando ci si vergognava, persino, di firmare per la televisione tanto era brutta e dannata. Se questo curioso fatto non ci ispira nemmeno un pensierino, vuol dire che proprio non abbiamo nessuna voglia di pensare.
ED ECCOCI A GABER. Eravamo sicuri che nemmeno lui si sarebbe fatto vivo. Nell'attesa abbiamo rivisto alcune sue splendide, vecchie apparizioni televisive. Gaber nel "Musichiere" del 1959. Gaber in "Questo e quello" del 1964. Gaber che canta "Non arrossire" (forse la sua canzone più bella) in "Senza rete" del 1969. Gaber che duetta con Mina "Il suo nome era Cerruti Gino/ Ma lo chiamavan drago/ Gli amici al bar del Giambellino/ Dicevano ch'era un mago". Bellissime schegge. Bellissime canzoni. Bellissima televisione. Che peccato che in televisione Gaber non voglia, proprio non voglia più tornare. Poi qualcuno ha fatto notare che Gaber in televisione ci è tornato, qualche settimana fa, nella trasmissione "Alta classe" di Gianni Minà, dedicata a sua moglie Ombretta Colli. Poi, contro ogni aspettativa, è comparso. Lui, proprio lui, in carne ed ossa. "Lo scherzo più sublime dell'ultimo ventennio" ha commentato il conduttore Bagnasco, forse un po' esagerando. È tornato comunque Gaber ed ha subito detto che "la televisione non fa del bene all'umanità". Subito dopo però non ha escluso di poterci tornare. Non ha negato di esserci già tornato, in quella serata di Minà. Ha aggiunto che ci tornerà in autunno con uno spettacolo per Canale 5, di cui ha mostrato dei brani, già registrati su cassetta.
BASTA. È tanta l'ammirazione che abbiamo per Giorgio Gaber che non aggiungeremo una sola parola di commento. Facciamo un'eccezione. Ma solo per lui. All'ospite di domani sera, però, chiunque egli sia (pare debba essere Renzo Arbore) infliggeremo una citazione, se si comporta così. Dunque la televisione è brutta e cattiva; non bisogna andarci, ha troppi limiti, troppi condizionamenti? Ma sono i limiti e i condizionamenti di ogni struttura produttiva organizzata. I limiti del cinema di Hollywood. I condizionamenti del teatro di Shakespeare. Malgrado i quali qualcosa di buono - in quel cinema, in quel teatro - è stato fatto. Perché aveva proprio ragione, Paul Valéry "Considero poeta (noi diremmo considero artista) colui al quale le difficoltà inerenti alla sua arte ispirano delle nuove idee. Non gliele tolgono" (in francese per i più esigenti "Est poète celui auquel la difficulté inhérente à son art donne des idées; et ne l' est pas celui auquel elle les rétire"). Dunque tornino in televisione, beninteso se vogliono. Sono dei grandi artisti. Saranno le stesse difficoltà della televisione di oggi probabilmente ad ispirarli, a sfidarli.