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Qui Italia - - 1999
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La voce fuori dal coro

di Francesca Pistoia

Giorgio Gaber, la storia del teatro-canzone
 

Quando nella professione del racconta-notizie bisogna parlare di qualcuno che ha regalato alla gente delle indimenticabili immagini di vita teatrale è opportuno partire da cosa pensa di se stesso l’interessato e ascoltare in silenzio. Lui è Giorgio Gaber e appartiene alla storia del teatro e della musica italiana. "Credo che il pubblico mi riconosca una certa onestà intellettuale. Non sono né un filosofo né un politico ma una persona che si sforza di restituire, sotto forma di spettacolo, le percezioni, gli umori, i segnali che si avvertono nell’aria". Così l’artista descrive, in uno stralcio di intervista pubblicata nella collana “Cabaret” – Edizioni L’Unità –, l’essenza della sua arte. Quella di Gaber, al secolo Giorgio Gaberscik, è una vicenda davvero particolare nella storia dello spettacolo italiano. Agli occhi dell’Italia bacchettona, affaccendata a rifarsi il trucco con i proventi del Miracolo Economico, Gaber ha lungamente incarnato la figura del figlio degenere, della voce fuori dal coro. La faccia stralunata e quel naso pronunciato proprio non vanno giù ad un pubblico non in grado di capire il carico di novità racchiuse in quell’espressione emaciata. Classificato insieme a Dallara, Mina e Celentano come “urlatore”, Gaber ha alle spalle una gavetta lunga che forse più di ogni altra cosa gli ha insegnato a difendersi da tutto e tutti, rispondendo sempre sul palco. Il suo spettacolo più recente porta il significativo titolo di: “Un’idiozia conquistata a fatica”. E più dei commenti e dei dietro le quinte, è la biografia stessa dell’artista che fa capire molto di lui. Gaber nasce a Milano, zona-Sempione nel 1939. Il suo incontro con la musica inizia a quindici anni; esercitarsi con la chitarra lo aiuta a curare la paralisi che lo ha colpito al braccio sinistro. Dopo il Diploma di Ragioneria si iscrive alla Bocconi di Milano, sebbene la sua vita sia da subito altrove. È l’aria fumosa dei bar, delle sale da ballo e di quelle da biliardo che il giovane vuole respirare. Già appassionato di rock e blues, insieme a due compagni di viaggio conosciuti per caso - Enzo Jannacci e Luigi Tenco – fonda il suo primo complesso, i Rocky Mountains. Il trio si esibisce nell’allora tempio della musica milanese, il Santa Tecla. Abituali avventori del locale erano dei tipi strani, anti conformisti ed anche un po’ svitati, all’anagrafe risultavano con i nomi di Adriano Celentano e Dario Fo. Come è vero che bisogna trovarsi nel posto giusto al momento giusto! Se non avesse dovuto esibirsi tutte le sere per pagarsi i già onerosi studi alla Bocconi, alla facoltà di Economia e Commercio, forse Gaber sarebbe per sempre rimasto il signor Gaberscik e la musica italiana orfana di un autentico talento. Scoperto da Mogol, incide per la Ricordi le sue prime canzoni, compresa “Ciao ti dirò” scritta con Tenco e portata al successo da Celentano. Ancora si chiamava Gaberscik ed a nulla valsero i tentativi di trovargli un nome più aggressivo. Si pensò che con un tocco di americano – Rod Korda, Jimmy Nuvola e Joe Cavallo i nomi nel prontuario – il successo sarebbe arrivato più immediato. Ma ci pensò Giorgio stesso a costruirsi quella che oggi gli agenti chiamano “Immagine”: un bel taglio alla finale scik ed il gioco era fatto. È però nel 1960 che Gaber incide la sua prima canzone, “Genevieve”, seguita da un album e da un 45 giri che ottennero un grande successo. Seguirono brani semplici ma di indubbia presa popolare come “Porta Romana”, “Torpedo blu”, “Barbera e Champagne”, “E allora dai”. Tra un successo e l’altro troviamo anche qualche partecipazione a Sanremo, una tournée con Mina e svariate partecipazioni a show televisivi. Ma all’apice della popolarità, siamo alla fine degli anni Sessanta, ecco la conversione, la Svolta. Basta con le canzonette, la TV e la vetrina di Sanremo. Arriva il teatro o meglio il Teatro-Canzone. Come tutto anche l’esordio in teatro fu casuale. L’avventura comincia con l’invito di Paolo Grassi al Piccolo di Milano; Grassi gli propone un recital e Gaber adatta “Il signor G”, album uscito nel 1969. È una via di mezzo tra canzone politica e gli schemi di canzone francese secondo Brel e Brassens uniti ai consigli Dario Fo. “Il signor G” diventa presto il sinonimo dell’uomo qualunque, del piccolo borghese teso tra impegno ed opportunismo. E giù diritto in questa strada per tutti gli anni Settanta, dove discografia e spettacoli sono un misto di monologhi e canzoni. Sono gli anni ruggenti dell’attacco alla Chiesa, alle Istituzioni, alla Destra ed alla Sinistra, bersagliando i luoghi comuni italioti come la mamma e la casa. Con “Il signor G” ed a seguire, Gaber diventa presto il punto di riferimento per la generazione “impegnata”. I suoi spettacoli vanno spesso in scena in teatri fuori dai grandi circuiti ed i testi, scritti a due mani con Sandro Luporini, hanno la forza delle scritture di protesta. “Dialogo tra un impiegato ed un non so”, “Anche per oggi non si vola”, sono le pagine del suo grande impegno sociale. Con il tempo questa vena si è andata stemperando, lasciando il posto alla prosa intimista di “Polli di allevamento”, “Se io fossi Dio”, “E pensare che c’era il pensiero”. E ancora oggi sono tante le polveri che i suoi scritti accendono. Lo scorso anno il suo spettacolo “Un’idiozia conquistata a fatica” – ancora in tournée – fece infuriare parte della Sinistra, convinta che Gaber si fosse arruolato nelle fila di Forza Italia. Al di là delle fazioni, cui Gaber sembra non curarsi e non voler appartenere, l’occasione del suo sessantesimo compleanno sembra quella più adatta per tornare a sottolineare lo spessore di un artista che ha saputo come pochi voltare le spalle alle effimere luci della ribalta, per dar vita ad una sintesi tra musica, teatro e letteratura che all’estero ci invidiano.



Un ringraziamento a “Qui Italia” per averci concesso l’autorizzazione a pubblicare l’articolo. (Francesca Pistoia rm03778@flashnet.it )