Categoria: Articoli '90



La Repubblica - pagina 22 - 10/08/1991


Le maschere possibili del signor G

di Ugo Volli

Seconda parte delle 'Storie' di Gaber
 

PIETRASANTA - Vestito con il suo inappuntabile vestito scuro ma ben presto sudatissimo, scomposto e felice di quella gioia infantile dello stare insieme e far spettacolo, Giorgio Gaber ha compiuto anche la seconda e ultima tappa della sua antologia personale, "Le storie del signor G." un lavoro che riassume il meglio di vent'anni di monologhi e canzoni per una registrazione televisiva, ma che offre al 'gaberologo' appassionato come al nuovo spettatore l'occasione di riflettere su uno dei più singolari uomini di spettacolo del nostro palcoscenico – oltre naturalmente al piacere di uno spettacolo godibilissimo e molto coinvolgente. Chiunque abbia mai visto Gaber sa che uno dei punti di forza del suo 'teatro-canzone' è l'impressione di sincerità, perfino di confessione che vi si vive. In questa seconda serata, per esempio, Gaber racconta e analizza con molto pathos una masturbazione notturna, gli effetti disastrosi della visita mattutina di un amico che non lo lascia andare al gabinetto e lo costringe con i suoi interminabili sfoghi sentimentali a farsela addosso, certi gustosi esercizi di misantropia e così via. È chiaro che un certo distacco fra racconto scenico e verità privata dell'individuo che narra è la condizione indispensabile per ogni fatto di spettacolo, e lo ritroviamo anche nei monologhi e nelle canzoni 'intime' di tutti quei comici e cantautori che trovano il successo raccontando in pubblico le loro esperienze, i loro sentimenti, le loro convinzioni. Osservando con attenzione Giorgio Gaber, però, ci si convince piano piano che c'è qualcosa di più. In questi spettacoli non c'è mai stato un personaggio, cui attribuire emozioni, avventure e goffaggini raccontate nei monologhi e nelle canzoni. Il Signor G. non ha neppure un'esistenza nella finzione, una coerenza d'azione, un'identità, una memoria, delle continuità psicologiche, quei requisiti minimi necessari alla costruzione di un'entità narrativa. Tutte le cose che Gaber racconta sempre in prima persona (col fondamentale apporto del coautore Sandro Luporini) sono troppe, troppo esagerate e caricaturali per capitare a un personaggio, in particolare al narratore. Dunque si tratta di osservazioni, ritratti di tipi umani incontrati o immaginati, storie possibili o sentite dire, insomma di frammenti privi di unità e di soggetto. Quello che li unifica è dalla parte della scrittura un punto di vista preciso, quello di un uomo di una certa generazione, che si sforza di essere onesto, laico, autocosciente, non sessista, auto-osservatore e così via; insomma un punto di vista abbastanza vicino al Gaber (e al Luporini) reale. Sul piano dello spettacolo l'unificazione avviene in virtù di un corpo scenico artificiale, che somiglia a certe teorizzazioni dell'attore come marionetta. Gaber come esecutore si disarticola fisicamente, si ingobbisce un po' , poi si rialza di colpo con uno scatto della spina dorsale, muove le gambe come pistoni di un motore immaginario, sembra più alto e ossuto e nasuto di quel che è in realtà; tutta questa gestualità artificiale non è quasi mai mimica, non rappresenta niente, né somiglia ai movimenti ritmici tipici dei cantanti. La stessa cosa accade su per giù con la voce non solo nelle canzoni, ma anche nei brani in prosa è sempre più profonda o più stridula, più forte o più bassa più modulata o più strillata della norma; essa agisce sugli spettatori per contrasti di pieni e di vuoti, per progressioni ritmiche, per pesanti sottolineature ironiche ottenute con un tono profondo e strascicato. Insomma, il Signor G. non conosce solo i segreti di una scrittura ironica e realistica, di un'immaginazione surrealistica morbidamente aggressiva, di un esercizio instancabile dell'osservazione sarcastica e autoironica. Egli è soprattutto una sorta di privatissima marionetta scenica, l'erede del tutto idiosincratico di quel processo di formazione delle maschere che associa a un carattere un tipo fisico, un modo di parlare e di gestire e un ruolo narrativo. C'è qualcuno che dopo l'esito contrastato della prova teatrale più impegnativa di Gaber, il 'Godot' dell'anno scorso, ha messo in dubbio il suo talento d'attore, proponendo di considerarlo un bravissimo chansonnier. A me pare che queste "Storie" dimostrino che Gaber è un attore, e grande; ma della razza dei Petrolini, dei Totò, se si vuole degli Andreini e degli Scaramuccia un creatore di maschere.