Categoria: Gaber a Venezia 1989-1992



La Repubblica - pagina 37 - 20/05/1990


Insieme, dopo la catastrofe (intervista)

di Ugo Volli

Beckett in scarpe da tennis per la coppia Gaber-Jannacci A Milano, con Felice Andreasi nel ruolo di Pozzo, provano "Aspettando Godot" che debutta venerdì prossimo al Goldoni di Venezia. "L'abbiamo fatto un po' nostro", spiegano. A cominciare dalla regia, firmata da tutti e due. E dalla "lettura" dei protagonisti "vincenti, e non perdenti"
 

MILANO - "Sì, è vero, è la prima volta che recitiamo in un testo che non abbiamo scritto noi, e la cosa ci ha dato qualche problema, perché si tratta di abitare in una gabbia di cui magari condividi l'orientamento fondamentale, ma che devi fare la tua parola per parola, passaggio per passaggio. Bene, noi questo sforzo l'abbiamo fatto, ci siamo dedicato con umiltà a Beckett, vale a dire che l'abbiamo fatto anche un po' nostro, oltre che farci suoi. Ma nessuno di quelli che vedrà il nostro spettacolo potrà scrivere che il nostro "Aspettando Godot" sia un'aspettando Beckett. Beckett c'è, eccome, in quello che abbiamo fatto. Ma non un Beckett afasico e remissivo, piuttosto un Beckett energetico". Giorgio Gaber parla lentamente, con improvvisi salti di tono quando insegue un'idea. Indossa una giacca blu con pantaloni grigi, panciotto e cravatta regimental. Del ragazzo anticonformista e un po' confuso che interpretava in passato gli resta il ciuffo ribelle e un certo modo di muoversi dinoccolato, con la spalla obliqua in avanti. In contrasto con il suo pallore, Enzo Jannacci ostenta un'abbronzatura primaverile color mattone. Questa solarità un po' eccessiva nella città grigia di pioggia è sottolineata da una camicia rosa e da un fazzoletto in tinta che spunta dalla giacca. Insieme, presentano con uno strano duetto lo spettacolo molto chiacchierato che debutta venerdì prossimo al Teatro Goldoni di Venezia "Aspettando Godot" di Samuel Beckett, regia di Gaber e Jannacci, con Enzo Jannacci nel ruolo di Estragone, Giorgio Gaber in quello di Vladimiro, Paolo Rossi in quello di Lucky e Felice Andreasi in quello di Pozzo. "Sì, la scoperta che ho fatto sul Godot – racconta Jannacci – è che i personaggi di Beckett sono vincenti, e non perdenti, hanno ragione loro. Tutto quell'aspettare è un trucco: non aspettano niente, perché hanno capito tutto". "Non si tratta per noi di barboni metropolitani – dice Gaber – che vivono un day after nel senso letterale del tempo. Sono dei barboni metaforici, dei barboni come ne facevamo noi al Cabaret negli anni Sessanta, inflenzati già allora da Beckett, magari senza averlo letto. Jannacci, con le sue scarpe da tennis, era un barbone studente, e io... beh, anch'io. Questa è la ragione per cui ci sentiamo vicini questi personaggi, perché siamo sempre stati così, perché non si può essere altro che così". Cioè? Risponde Gaber "Beh, Severino dice che tutto il problema è incominciato da Parmenide, che l'errore della nostra civiltà viene da lì. Io non saprei essere così preciso. Ma è chiaro che la catastrofe è già successa da tempo. Noi sappiamo che dobbiamo morire solo come un dato statistico, ma realmente non ci crediamo. Ecco, questa è la condizione di Vladimiro e Estragone, questa è la loro attesa... Ho scoperto, preparando questo spettacolo, che Beckett amava moltissimo i cimiteri...". Dunque sarà uno spettacolo triste, con questa ambientazione cimiteriale, magari in una periferia, e tutto in bianco e nero, come si è scritto? Ancora Gaber "No, niente cimiteri. Lo spazio sarà vuoto. Con l'albero che c'è nel testo, perché noi siamo molto rispettosi, ma senza null'altro vuoto". E il bianco e nero... "Sì, questa era l'intenzione originaria, ma le luci ci sono un po' scappate di mano, e qua e là ci saranno anche dei colori". Perché una scelta del genere, chiedo, per artisti abituati a lavorare solo su di sé e anche a improvvisare sempre? È Jannacci stavolta a rispondere "Questa esperienza resterà indelebile nella mia memoria. Io ero abituato a lavorare in una maniera più facile e più spontanea, invece per fare un testo come questo ci vuole una grande disciplina mentale e fisica. Imparare a memoria per esempio un testo così privo di appoggi è stata la cosa più difficile che ho fatto dopo l'esame di anatomia. E però non basta saperlo, un testo del genere, occorre digerirlo... forse l'ho fatto per questo, per non andare avanti solo ad ammucchiare i giorni e trovare una sfida nuova". Si inserisce Gaber "Perché Godot? Perché è una classico contemporaneo che non ha avuto un'edizione storica in Italia, che la gente conosce ma non è collegato in particolare a un'interpretazione. Perché fatto da noi sarà diverso da come il pubblico è abituato a vederlo. E se posso parlare da direttore artistico del Goldoni, perché questa avventura, con quattro protagonisti come noi, era troppo impegnativa per qualunque privato e un ente pubblico come il teatro comunale di Venezia voleva inaugurare la propria attività con una produzione importante e nuova". Come sarà questo spettacolo? "Innanzitutto assai fedele, concepito con immenso rispetto per un autore che riconosciamo come un maestro della nostra generazione. Direi con umiltà. La traduzione è quella vecchia di Fruttero e Lucentini, che abbiamo rivisto qua e là tenedo presente il testo originale in francese e in inglese, per adattarla ai nostri mezzi. Non ci saranno musiche, a parte un tema di Jannacci all'inizio e alla fine dello spettacolo, ma solo una sonorizzazione discreta. La regia è nata con Jannacci già nella fase della revisione del testo, che abbiamo fatto tenendo presente una certa immagine dello spettacolo finito. Gli aspetti tecnici della messinscena li ho curati io. Ma poi abbiamo lasciato a ognuno di noi lo spazio per costruire il proprio personaggio. Perché questo spettacolo si basa su una cosa abbastanza rara nel teatro italiano l'amicizia degli interpreti".