Categoria: Articoli '70



Corriere della Sera - Spettacoli - 06/10/1978


Gaber: "Sono solo e diverso"

di Maurizio Porro

Ritorno felice a Parma con un nuovo recital
 

In "Polli d'allevamento" il cantautore accentua il lato teatrale e musicale - Un discorso nuovo e personale

Dal nostro inviato speciale

PARMA - Il filosofo ignorante, come Giorgio Gaber si definisce, è tornato in scena l'altra sera al Teatro Trento di Parma con un nuovo recital, Polli di allevamento, firmato come sempre, insieme a Sandro Luporini.
Diciamo recital, perché una parola bisogna pur sceglierla per definire uno spettacolo; ma mai come ora ci sentiamo impotenti a definire ciò che davvero avviene in scena, perché Gaber, facendo indubbiamente un salto di qualità, riesce stavolta a sintonizzare sulla stessa lunghezza d'onda sia la parola che la musica, togliendo all'una e all'altra ogni residuo di classica "armoniosità". Spunta fuori, da questa mistura aguzza, spinosa, lucida fin quasi all'astratto, un parto di teatro atipico e intelligente. Sono nove anni che Gaber gira l'Italia con questi suoi show, termometro della nostra inquietudine collettiva. La formula è logora, diceva lui stesso qualche mese fa. E invece no. Ora, baciato ancora da un clamoroso successo, è contento: "Ho cercato di fare un discorso diverso – dice – sia nell'orchestrazione delle canzoni curata quest'anno da Franco Battiato, sia in quel tipo di monologo interiore che rivolgo sempre più a me stesso che al pubblico. 'Polli di allevamento' è uno spettacolo più sul 'come' che sul 'cosa'; del resto le macchinette ideologiche si sono rotte tutte, e riscopro un certo piacere musicale al di là della pura enunciazione di fede". Con questa puntata la più profondamente disperata del 'serial', Gaber chiude definitivamente a cerchio il suo discorso. Partito con entusiasmo a seguire le tracce del grande "movimento" dopo '68, e identificato colta per volta per un "simpatizzante di..." che poi si rivela puntualmente un cacciatore solitario anche se profondamente partecipe delle sommosse pubbliche e private, oggi egli rifiuta le formule, le etichette, e proclama la propria diversità: "Il che non vuol dire – precisa – che sono per forza solo, ma che non mi sento portavoce di nessuno. Penso di dover rinunciare a qualunque ambiguità aggregativa, non è più il momento di mischiarsi. Parlo per quanto mi riguarda, naturalmente".
Il pubblico gli dimostra che è d'accordo almeno per ora; forse poi non mancheranno contestazioni; si vedrà. Certo che l'ultimo pezzo, "Quand'è moda è moda" è una bella sberla contro i conformismi di pensiero, svelati o sottintesi, e Gaber li interpreta con l'urgenza di una fede feroce. Lo spettacolo, che alterna la parte cantata a quella recitata (ma entrambe sono sotto il segno di un lucido surrealismo, di una 'cronaca' davvero traslata del quotidiano), ha svariati momenti intelligenti e godibili (anche il pessimismo può essere godibile) e Gaber lo gestisce, rinforzando le sue doti gestuali e rinunciando ai manierismi, con un'adesione straordinaria. Anche questi sono due soldi di speranza. È questa la sua naturale voglia di parlare sulle cose sue, sapendo benissimo che sono anche nostre (nonostante quest'anno sia sempre usato l'io e mai il noi e anche l'orgasmo solitario venga definito il migliore), che piace al pubblico. E lui, sapendolo, qualche concessione la fa. Ma sono bellissimi i pezzi inventati, dove la realtà viene trasfigurata in idea con immagini pregnanti: i padri miei e i padri tuoi, l'idiozia della domenica, i giovani "polli di allevamento" che ci fan vedere come sono (e siamo) ridotti, gli oggetti che vanno al potere; e quei due eccellenti incastri di pensieri che sono "Il suicidio" e "L'uomo non è fatto per stare solo" dove si ipotizza che il contagio ideologico distilli solo il peggio, mai il meglio. Se le parole sono aguzze come coltellini che Gaber ti lancia ora nel cervello ora più giù, nel cuore, la musica questa volta ha una specie di improntitudine quasi tribale, un suo lungo ritmo arcano, misterioso, da incubo con sonorità un po' folli, un'allegria solo coatta. È una 'colonna sonora' pensata in modo profondamente nuovo e complementare alle parole che contiene. Qua e là c'è qualche zona più risaputa di altre (il discorso sul Palazzo), qualcosa che forse ha bisogno di trovare ancora i suoi tempi esatti (lo squagliamento con Gaber e chitarra dal vivo), ma l'insieme è appassionante, e l'inizio e il finale giocati sulla convenzione dell'attore che si rifugia nella "sua" finzione sono una ricercata, ma non casuale, trovata di teatro. Diminuisce l'interesse per il dibattito politico-teorico ("Un tempo venivano tutte le sere i giovani in camerino e si arrabbiavano di tutto, mentre oggi si discute molto meno, tutto passa, vengono più per divertirsi" dice Gaber), ma aumenta la logica teatrale di questo interprete, anche egli, come i suoi pezzi, ora proteso al pubblico, in uno sforzo acceso di comunicazione, ora stralunato e burattinesco, chiuso nella sua maschera, nella sua mimica, nella sua sghemba espressività. In questo senso i risultati migliori li ottiene quando interpreta un monologo magistrale: "La pistola" che potrebbe anche stare in un film di Buñuel e nessuno si stupirebbe.
Avvertenza per gli appassionati (che in questi anni sono stati, dicono le statistiche, più di un milione): da oggi a domenica "Polli di allevamento" (coordinato e organizzato da Giorgio Casellato sotto l'egida del Piccolo Teatro di MIlano) è a Verona, poi a Bologna e a Genova; a Milano sarà dal 21 novembre al Teatro dell'Arte, a Roma dal 12 gennaio al Brancaccio.


Un ringraziamento a Paolo Mariotti per averci inviato il pezzo riportato in questa pagina