Categoria: Opuscoli (allegati)



L'Unità - l'Unità iniziative editoriali - Cabaret n.4 - 1996


Giorgio Gaber da Storie del signor G. Il teatro-canzone

di M. G. Gregori

GO Igest s.r.l. e Versiliana presentano
 

Chi è il pubblico del Signor G?
– Via via si è trasformato. Negli anni Settanta era riconoscibilissimo, omogeneo anche generazionalmente. Anche se il Signor G tenderà proprio a rompere un certo conformismo culturale. Oggi il pubblico viene per ragioni diverse e non è più riconoscibile. Ma al termine dello spettacolo si rende manifesta un'evidente condivisione emotiva. Diciamo che oggi la gente che viene a vedere i miei spettacoli trae più profitto dall'energia vitale che dall'indagine dei contenuti.

A 14 ANNI SUONAVO LA CHITARRA

Giorgio Gaberscik, Giorgio Gaber o, semplicemente, il Signor G? Nella storia del nostro “cantattore” (cantante e attore dunque) più appartato e schivo quanto il ruolo pubblico ha influito sull’identità più segreta e quanto il personaggio che gli è diventato come una seconda pelle è tutt’uno con il ruolo pubblico? Abituato ad avere a che fare con gli alter ego, a duplicarsi negli eteronimi come l’amato portoghese Fernando Pessoa, anche Gaberscik-Gaber-Il Signor G ha circumnavigato in lungo e in largo fra la cattiva coscienza e il perbenismo, le secche del disamore alla ricerca delle libere terre di utopia e di ciò che conta davvero nella vita degli uomini sempre con quell’interrogativo sullo sfondo, una risposta da dare prima di tutto a se stesso. Del resto è sempre cosi che Giorgio Gaberscik parla con Giorgio Gaber, che, a sua volta, discute con il Signor G.

Quando e perché Giorgio Gaberscik si è trasformato Giorgio Gaber?
– A 14 anni suonavo la chitarra e cercavo di portare a casa qualche soldino facendo ballare la gente. La mia passione era la musica jazz, ma con il jazz non si guadagnava mentre con la musica da ballo era più facile. Sui 18-19 anni lavoravo al Santa Tela di Milano con un gruppo che si chiamava Rocky Mountains Old Times Stompers: a quei tempi, diplomato ragioniere, mi ero iscritto alla Bocconi e con il lavoro da chitarrista e di cantante (avevo anche incominciato a cantare) mi pagavo gli studi. Lì al Santa Tecla bazzicava anche Celentano con cui ogni tanto mi capitava di suonare e anche di sostituirlo nelle prove come cantante perché lui aveva sempre qualche guaio con la voce.
Una sera ricevo un biglietto da un signore giovane che mi invitava alla Ricordi per un’audizione. Quel signore intraprendente sui 25 anni si chiamava Mogol. Ma io non mi presentai all’appuntamento: credevo fosse uno scherzo. Il giorno dell’appuntamento ricevo una telefonata allarmata in cui mi si dice che il dottor Ricordi in persona mi sta aspettando.
Mi scuso, mi precipito, faccio il provino e subito Nanni Ricordi, che era un po' il talent scout oltre che il direttore artistico della casa discografica, mi propone di incidere un disco. Io non avevo molta stima di me come cantante, ma accettai. Incisi così un disco di quattro canzoni delle quali la principale era “Ciao ti dirò” che avevo scritto con Luigi Tenco in cui si tentava la strada di un rock and roll all’italiana. Questo disco mi proiettò nel mondo della canzone. Devo dire che mi faceva impressione sentire alla radio “canta Giorgio Gaber”. Sì, perché intanto avevo cambiato nome. Gaberscik era troppo lungo, troppo difficile e ci si mise alla ricerca di un nome più facile. Lì ho rischiato grosso perché i nomi che giravano erano Shiky Rocky, Jimmy Nuvola, Joe Cavallo. Poi invece, si scelse Giorgio Gaber. Forse perché richiamava il nome di un’attrice allora famosa, Zsa Zsa Gabor.

NEL '58-'59 COMINCIAI LA MIA CARRIERA TRA GLI URLATORI

Così, inaspettatamente, hai cominciato la tua carriera di cantante...
– Eravamo nel ‘58-’59 e cominciai la mia carriera fra gli urlatori i cui eccessi non mi appartenevano affatto. Cercai subito una corrispondenza fra ciò che ero e ciò che facevo con canzoni come “Non arrossire” scritta con Maria Monti e Pennati e come “La ballata del Cerutti” fatta con Umberto Simonetta. Sempre con la Monti e con Enzo Jannacci avevo cantato al Santa Tecla e fatto anche cabaret al Derby e intanto avevamo scoperto la canzone francese e tentavamo la strada di una canzone comica legata a Milano. Così è nata, ad esempio, “La Balilla”. La Milano di allora era molto piccola, ci si conosceva tutti. Allora c’erano anche Bindi, Paoli, Endrigo, Tenco... Sì, c’era proprio qualcosa di nuovo nell’aria della canzone italiana e non solo: pensa a Presley che a soli 19 anni cambiò il mondo con la sua musica. E i Beatles? C’era in giro una gran fame di gioventù, “bisognava” essere giovani. Nel ‘63, a 24 anni, partecipai al mio primo Festival di Sanremo in completo e gilet: “metta qualcosa che la ringiovanisca Gaber” mi disse il mio discografico.
Cantavo “Così felice”, ma quell’anno vinse la Cinquetti che di anni ne aveva addirittura sedici... intanto giravo caroselli, partecipavo a un sacco di trasmissioni, facevo il conduttore, mi barcamenavo fra l’essere cantante e l’intrattenitore. Ero popolarissimo...

Come è nata la decisione di fare il gran salto nel mondo del teatro?
– C’era stata un’offerta del Piccolo Teatro. Così, nel 1970, nacque “Il Signor G”. Alla base della mia scelta c’era stato uno spettacolo che avevo fatto con Mina: il primo tempo era tutto mio e lei si teneva il secondo. E' stato quello il momento in cui cominciai a sentire l’esigenza di un rapporto diverso con il pubblico e per cercarmi uno spazio più congeniale lasciai anche la televisione. Così è nato “Il Signor G”: all'inizio i teatri erano vuoti; la gente non trovava corrispondenze fra il mio ruolo televisivo e quello che facevo in teatro. Pur avendo scoperto la mia vera dimensione, con i miei amici Giorgio Casellato e Sandro Luporini, persi un po' di soldi. Solo nel ‘72 ho cominciato a fare gli esauriti, che faccio ancora. Nell’avventura del Signor G Sandro Luporini mi è stato sempre vicino. Con lui lavoro ancora oggi. Ci conosciamo dal ‘59, lui aveva qualche anno più di me, era nato a Viareggio dove oggi vive, ed era venuto a Milano perché era pittore... Abitavamo vicini, frequentavamo lo stesso bar: il Sempione di piazza Gramsci. E la nostra collaborazione nacque subito più per divertimento che per altro. “Così felice” e “Barbera e champagne”, anche se non firmate da lui, sono i primi risultati evidenti della nostra collaborazione.

Cosa c’è di Giorgio Gaber nel Signor G?
– Il Signor G rappresentava, e rappresenta ancora, dopo ventisei anni, la sincerità. Io venivo da un mondo tutto diverso basato sulla logica dell'intrattenimento. Scegliendo il teatro ridussi ulteriormente il mio nome e creai una sintesi fra me e il personaggio. Il Signor G - dove quella G voleva anche dire “gente”- era un signore un po’ anonimo, un signore come tutti che però mi assomigliava, in bilico fra un desiderio di reale cambiamento e un inserimento nella società perché aveva già una sua vita adulta un po’ lontana da quella dei Sessantottini. Con il Signor G mi sono acquistato il grande privilegio di dire, di cantare in teatro quello che sono e quello che penso, al di là dei condizionamenti del mestiere dei quali prima risentivo. Lo spettacolo “Il Signor G” ha portato un grande cambiamento nel mio lavoro. Facevo televisione, incidevo dischi, partecipavo al Festival, ma era un ambiente pesante, difficile, dove eri costretto a dire cose che non ti appartenevano. Ero come sdoppiato. L’idea di pormi con Luporini di fronte a una pagina bianca da riempire liberamente per poi andare a raccontare ciò che scrivevamo in un teatro, in assoluta libertà, è stata una grande conquista.

C'È, NEL SIGNOR G, UNA SORTA DI RESISTENZA

Chi sono i bersagli del Signor G?
– Un po’ tutto quello che lo circonda, ma anche se stesso. Il suo atteggiamento, sempre molto interrogativo, si trova di fronte a una generazione che ha grande voglia di cambiamento e a una piccola borghesia che si sta trasformando in una “middle class” appiattita e indistinta. Il confronto tra i giovani e il personaggio di “G”, già coinvolto dai problemi della propria esistenza, è il tema dominante dei primi due spettacoli. Ad una vicinanza sostanziale sulle grandi questioni sociali corrisponde una diversità esistenziale da cui deriva una diversa visione del mondo. C’è, nel Signor G, una sorta di resistenza per dei valori da lui fisicamente acquisiti che rischiano di essere travolti e cancellati da una spinta utopistica e trasgressiva a suo tempo definita rivoluzionaria. Questa contrapposizione, che comunque è già all’interno del movimento, si scioglie nello spettacolo “Far finta di essere sani” dove io, Signor G, comincio a sentirmi parte e a condividere una razza nuova che non si occupa soltanto di ideologie politiche ma anche delle vicende personali dell'individuo. Quello è stato un periodo della nostra storia recente molto interessante. C’era nell’aria una tensione particolare, una grande ansia di conoscenza che da molto tempo non si respira più. Io fui coinvolto e mi identificai, forse soltanto per poco tempo, in quella generazione. Feci con lei un po’ di strada e mi ritrovai nei suoi slanci, nella sua forza vitale, nella sua continua ricerca di cambiamento, nella sua “coscienza”. E questo oggi mi manca molto. Per me non è più così.
L’anno scorso feci uno spettacolo dal titolo “E pensare che c’era il pensiero”: ecco io penso che forse neanche in quel periodo ci fosse realmente un pensiero. La testimonianza di Adorno, di Marcuse, della Scuola di Francoforte coincideva con le attese di quegli anni. Ma non so quanto di questo pensiero stesse alla base del movimento e quanto ne fosse una conseguenza. Credo che pochi oggi come allora siano in grado di capire quello che è stato il movimento.

QUELLA SPINTA UTOPISTICA, OGGI NON C'È PIU'

– Ma di una cosa io sono sicuro: quella razza aveva un reale desiderio di conoscenza. Ecco cosa non trovo oggi e per me è un dato allarmante. È la mancanza di pensiero, di cultura che può portare alla fine di un’epoca, al vuoto che ci sta davanti, all’incapacità di un progetto a lunga distanza, all’afasia per incapacità di idee, al piattume.
Allora la volontà di cambiare rispetto a una moralità piccolo borghese che ci sembrava superata si era trasformata nelle comuni, nel femminismo, nei grandi ideali, nell’accettazione del diverso.
Questa spinta utopistica oggi non c’è più. Siamo rimasti con i dubbi di sempre ormai rassegnati a non avere la possibilità o la capacità di cambiare le cose. E quando la gente non ha più una prefigurazione di qualcosa a cui tendere finiscono le civiltà, crollano gli imperi, si chiude un’epoca.

Il Signor G è un tale che si muove fra gli estremi: stigmatizza i falsi rivoluzionari del Bar Casablanca di una tua celebre canzone, ma stigmatizza anche un certo star bene con se stessi...
– In noi c’è sempre il desiderio di smascherare la falsa coscienza di ricondursi a una propria visione del mondo che sia priva di un distacco assolutamente aristocratico ma anche di un coinvolgimento isterico. Accettare tutto in modo acritico o rifiutare tutto acriticamente è egualmente pericoloso. Bisogna uscire da tutto questo. Ma come fare visto che viviamo in un periodo di bassa qualità, di basso profilo non solo per colpa della politica ma anche nostra? Io sono da sempre un vecchio avversario del partitismo ma effettivamente la colpa non sta solo lì. Pensiamo ai giovani. Come si fa oggi a credere, a pretendere che un giovane voglia approfondire le coscienza della sua visione del mondo se effettivamente quello che ha davanti è la mediocrità? perché uno deve studiare, diventare una persona seria quando quelli che hanno successo non lo sono? E pensare che è proprio la cultura a determinare la ricchezza o la povertà di un paese, a caratterizzarne la capacità di essere attivo e dinamico ovvero inerte e statico. Quando l'angolazione mentale con la quale ci si affaccia la mondo cambia, cambia anche la realtà che ci circonda. Se manca il pensiero e quindi la possibilità di modificare le proprie angolazioni sul mondo tutto si degrada inesorabilmente addirittura in modo irreversibile.
Non possiamo quindi pretendere che i giovani vadano incontro alla cultura: sono spiazzatissimi e dunque tendono ad adeguarsi a del cattivi modelli.

A sentirti parlare si direbbe che il Signor G sia una specie di filosofo...
– Ma no, sarebbe difficile definirlo come tale. Direi che filosofeggia... In lui è sempre presente la dimensione del mistero inteso come ciò che non conosciamo e che forse non conosceremo mai. Il fascino della vita sta proprio qui. E dove non si guarda lucidamente alla realtà in qualche modo diminuisce l’interesse per l’inconoscibile. Il mistero è come una ferita che tu sai non si rimarginerà mai, ma che tu tenti quotidianamente di rimarginare... Se vuoi, questo è il mio modo di essere religioso.

Ma come la mettiamo con la cattiva coscienza spesso fustigata dal Signor G?
– Se uno commette delle azioni contrarie alla sua morale, lo sa benissimo, sa di essere un mascalzone, contento lui... questa non è cattiva coscienza. La cattiva coscienza è altro. Sta nascendo una nuova morale, specialmente tra i giovani, che prende in considerazione più che altro i doveri doveri degli altri verso di loro. La morale si identifica con ciò che conviene. Praticamente un affare. “Ho diritto alla casa e al lavoro”- dicono alcuni. Basterebbe un po’ di buon senso per capire che così il problema non va posto. Certo tutti aspireremmo a vivere in una società che garantisca tutto questo, ma non in modo aprioristico, non come un assioma incontrovertibile.
Credere in questa frase in modo totale, credere che tutto questo ci sia dovuto senza che noi si faccia nulla, beh questo è quello che il Signor G pensa sia falsa coscienza.

LA NOSTRA RICERCA CONSISTE NELLO SMONTARE

Di fronte a situazioni come queste il Signor G cosa fa: s'incavola? Ribalta tutto?
– Credo che alla base del lavoro di Luporini e mio - e dunque anche del Signor G - ci sia un grande desiderio ci smascheramento. Del resto, da sempre, la nostra ricerca consiste nella smontare innanzitutto le nostre false convinzioni che riguardano sia la sfera personale che quella sociale con lo scopo di diffidare di alcuni finti comportamenti. Anche nella critica che noi da sempre abbiamo rivolto alla sinistra c’è il desiderio di essere contro slogan di tipo propagandistico, a favore della chiarezza di una ricerca autentica. Abbiamo sempre avuto fiducia che se cambia la testa delle persone possono cambiare anche le cose.

Che cos'è la maturità per Giorgio Gaber?
– Maturità vuol dire tenere conto del patrimonio che la vita ti ha trasmesso. È riuscire a guadare il mondo con il giusto equilibrio tra distacco e coinvolgimento. È giudicare con serenità le cose. Forse io ho ancora dei residui deteriori di gioventù, una continua voglia di polemica. E questa potrebbe essere rischiosa e mancare di oggettività. Certe rabbie, certi piccoli livori, potrebbero essere male interpretati. Ecco, la maturità è anche bisogno e ricerca costante di equilibrio.

Il Signor G è un anarchico individualista?
– Sì, ma l'individualismo non è per lui una categoria filosofica. Le teorie sociali non hanno mai preso in considerazione lo spazio che via via l'individuo ha conquistato all’interno della società. A poco a poco nei secoli l'individuo diventa sempre più cosciente di se stesso e molto meno suddito di chi gli sta sopra. L’individualismo è una corrente sotterranea che si è andata affermando nella cultura. Rispettare l’individuo significa anche conoscere meglio qual è il tuo spazio di libertà rispetto agli altri.
In “Far finta di essere sani” lo spettacolo si chiudeva con il Signor G che diceva “sì va bene tutti insieme sullo stesso treno, ma ognuno con il suo biglietto”, dunque con un desiderio di cambiamento che non era massificato.

Ma il tuo Signor G ha anche detto che “libertà è partecipazione”...
– Sì ma non c’è contraddizione con quello che dicevo prima perché con questo slogan Luporini ed io volevamo dire che non bisogna chiudersi a riccio in una specie di cerchio autarchico, ma che la partecipazione contemplava anche la coscienza critica della medesima. Anzi, per noi, una delle cose da smascherare è proprio la falsa partecipazione. Il problema dell’Italia e dell’Occidente è la crisi del pensiero. Siamo orfani del capitalismo e del socialismo. Un tempo si diceva “lo stato borghese si abbatte non si cambia”.

SOLO IL PENSIERO CI PUO' SALVARE

– Oggi lo stato borghese sta finendo senza essere stato abbattuto. Lo stesso discorso vale per il socialismo. Solo il pensiero ci può salvare. Quando una società non ha pensiero è in crisi, è il crollo di tutto: hai presente l'impero romano?
I romani non erano meno forti, non avevano meno legioni, ma non avevano una spinta culturale reale.

Ma lì erano arrivati i barbari. Chi sono oggi i nuovi barbari?
– Certo non gli extracomunitari. È una mentalità che sta trasformando tutto. L’imbarbarimento è la falsa coscienza.

Dove sono volati quelli che tu chiami i gabbiani ipotetici?
– Sarebbe interessante saperlo. I gabbiani avevano un desiderio di fuga che oggi non c’è più. Nella canzone “Qualcuno era comunista” ho detto che dietro la parola comunismo c’era ben altro che la Russia o la Cina, ma uno slancio morale molto intenso che oggi non si vede. Può darsi che l’umanità si esprima attraverso esplosioni d’energia. Oggi ce ne sarebbe un gran bisogno, ma purtroppo non se ne intravvedono.
Anzi ci si continua a lamentare: sta diventando un vizio e la spinta utopistica non è mai lamentosa. “Mi fa male il mondo” sono andato ripetendo negli ultimi due anni. Ci sarebbe bisogno di un appassionato pessimismo che nulla abbia a che fare con la depressione o il nichilismo ma che diventi slancio, denuncia vitale. Qualcuno definisce i miei spettacoli “senza speranza” nonostante l’evidente entusiasmo del pubblico ad ogni fine serata. Sul palcoscenico o si è vitali o si è mortiferi. Credo di appartenere alla prima categoria.

Chi è il pubblico dal Signor G?
– Via via si è trasformato. Negli anni Settanta era riconoscibilissimo, omogeneo anche generazionalmente. Anche se il Signor G tendeva proprio a rompere un certo conformismo culturale. Oggi il pubblico viene per ragioni diverse e non è più riconoscibile. Ma al termine dello spettacolo si rende manifesta un’evidente condivisione emotiva. Diciamo che oggi la gente che viene a vedere i miei spettacoli trae più profitto dall'energia vitale che dei contenuti. Sicuramente però è un pubblico più selezionato rispetto a quello del cinema e dei concerti rock perché è abituato al teatro e dunque a una scelta più meditata e consapevole su cosa vedere. Credo che il pubblico mi riconosca una certa onestà intellettuale. Non sono né un filosofo né un politico, ma una persona che si sforza di restituire, sotto forma di spettacolo, le percezioni, gli umori, i segnali che avverte nell’aria.

Forse il tuo pubblico sono dei signori e delle signore che dicono: “andiamo a vedere cosa dice questa sera Gaber”.
– È una bella frase, molto lusinghiera. Come ho già avuto modo di dire la scelta del teatro ha comportato l’abbandono della televisione, dei festival. Anche l’attività discografica si è modificata e ciò che pubblico da 26 anni sono solo le testimonianze dal vivo di ciò che avviene in teatro. Ho deciso, insomma, di essere solo un battitore libero, cercando di sviluppare una forma di spettacolo che attraverso la canzone e il monologo riesca a precisare una visione soggettiva che nel continuo confronto con il pubblico cerca di arrivare alla massima oggettività possibile. Per me è quasi un miracolo che da ventisei anni noi si compia insieme un vero e proprio viaggio.

Riconosci di avere avuto dei maestri?
– E come no. Dario Fo è stato un maestro con i suoi preamboli, quelle lunghe chiacchierate poste all’inizio dei suoi spettacoli. Jacques Brel è stato un maestro per via di quel suo canto interpretato più da attore che da vocalist. Anche Eduardo, con la sua geniale lentezza, è stato un maestro. E forse certi cantanti come Bécaud, come Aznavour. Rispetto alla canzone francese però, Luporini ed io abbiamo avuto un’audacia in più: vi abbiamo talmente creduto da trasformarla in un mezzo di comunicazione immediata. Non quindi la canzone che si ascolta ripetutamente come testimonianza di costume di una certa epoca e che proprio attraverso il ripetuto ascolto provoca in te tutta una serie di ricordi e di emozioni.

LA NOSTRA È UNA CANZONE DI PRIMO ASCOLTO

– Succede anche a me quando ascolto Ray Charles che canta “Giorgia”. La nostra è una canzone di primo ascolto. L’impatto devi essere immediato in quanto lo specifico teatrale non consente possibilità diverse. A partire dal Signor G abbiamo iniziato a lavorare proprio in questa direzione. Solo così i nostri spettacoli hanno potuto sempre esprimere un preciso e originale arco emotivo prescindendo dalla ripetizione di ciò che è già noto.

Siamo alle soglie del Duemila. Vivi questo momento come la fine di un millennio o come l’inizio di un nuovo?
– Istintivamente mi viene da dire come inizio di un nuovo millennio. Purtroppo ci sono gli anni che pesano, la fatica fisica. Nel Duemila avrò 61 anni e se proprio devo fare un piccolo bilancio di questa mia esistenza mi sento in debito con il destino per tutto ciò che ho avuto la possibilità di fare e di ottenere con il mio lavoro. Certo sento gli anni che passano. E non vorrei essere come quegli artisti che vengono giudicati bravi perché identici a quando erano giovani: siamo pieni di giovani attori vecchi! Al contrario vorrei affrontare questo tempo che mi rimane con l’esatta percezione degli anni che ho, in un rapporto autentico con quello che sono. Anche se avrò 61 anni vivo il Duemila come un nuovo millennio, dunque come un inizio.


Opuscolo allegato alla videocassetta "Storie del signor G" (cfr. link nella sezione Video del sito)- (Un ringraziamento a Vincenzo De Ficchy per averci fornito il pezzo riportato in questa pagina)