Categoria: Interviste '90



La Repubblica - pagina 25 - 27/09/1993


Un 'Dio bambino' per Gaber

di Ugo Volli

“E raccontando il parto metto in scena l’amore” - Incontro con l’autore, attore e regista che sta provando al Piccolo il suo nuovo lavoro teatrale, dove la storia di una nascita dal punto di vista di un uomo diventa lo spunto per affrontare i temi della coppia e dell’infantilizzazione della vita di oggi
 

MILANO — Giorgio Gaber sta provando al Piccolo Teatro un nuovo spettacolo, che andrà in scena giovedì prossimo. Sono passati quattro anni dall’ultimo suo lavoro veramente nuovo, perché nel frattempo Gaber ha portato in tournée “Il teatro canzone”, una ricapitolazione antologica di vent’anni di attività. Siamo andati a sentire da lui il senso e il progetto di questo debutto. Prima di rispondere alle domande, Gaber ci fa vedere qualche minuto di prova. È il racconto, altamente drammatico, di un parto, visto dal punto di vista di un uomo che si trova ad aiutare la sua donna, senza soccorso medico una specie di inno alla vita e di rivelazione del senso dell’amore. Poi, sudatissimo, teso, ma sorridente, Gaber scende in platea “Ho chiesto a Strehler di venire al Piccolo perché avevo bisogno di uno spazio più ristretto dei miei soliti teatri questo è uno spettacolo più delicato, più intimo. Ma questo è anche un ritorno. Il mio lavoro teatrale è partito da qui verso il 1970, con ‘Il signor G’. Allora il teatro era in crisi, lo dirigeva Paolo Grassi da solo, mentre Strehler lavorava fuori... Anche adesso c’è una crisi dei Teatri Stabili, ma va vista all’interno della crisi del paese. Io non c’entro, lavoro in maniera autarchica, ho pochi contatti burocratici, e sfuggo a questi problemi. Ma mi sono fatto un’idea: non c’è più spazio per rimettere a posto le cose, per cercare dei rimedi parziali. Bisogna ripartire daccapo, nel teatro come nel resto della vita collettiva. Anche dell’informazione, per esempio”.

Parla di questo il suo spettacolo?
“No. I temi collettivi non c’entrano affatto. Ne riparlerò certamente fra un paio di mesi, quando ripresenterò una nuova edizione del ‘Teatro canzone’. Qui parlo soprattutto di due argomenti che mi sembrano importantissimi, ma sono entrambi privati la coppia e l’infantilizzazione che domina oggi la vita di tutti”.

Lo spettacolo si chiama “Il dio bambino”. Che cosa vuol dire?
“Ci sono due sensi. Il primo è negativo. Siamo in una società dove tutti vogliono sentirsi bambini, e si comportano in conseguenza. Rifiutano ogni responsabilità, pretendono di avere diritto a ogni capriccio, a ogni sciocchezza, pur di sentirsi ‘autentici’. La televisione, il cinema, tutta la società favoriscono questo modo di fare. A me sembra che questo sia un problema reale e grave. Perché essere bambini da adulti vuol dire arrestarsi all’imprinting di cui parla Konrad Lorenz, vivere tutta la vita come una ripetizione di fatti e personaggi conosciuti nell’infanzia, non potere conoscere la realtà né prendersi le proprie responsabilità su di essa. Il secondo senso è invece positivo, è quel contatto vero con la vita che racconto nella scena del parto, dove il neonato costituisce davvero una rivelazione”.

Qual è la storia?
“Io penso a questo spettacolo come una sorta di ‘romanzo teatrale’. C’è un protagonista solo che racconta, rievoca. Ma quando l’emozione si fa forte, il racconto non è più al passato, diventa presenza viva, verità. Naturalmente dal suo punto di vista. Io chiamo questa drammaturgia ‘teatro di evocazione’ e penso che sia più adatta oggi a raccontare rispetto al dialogo e alle commedie tradizionali. La storia è semplicissima un amore, che incomincia bene, poi affonda nell’indifferenza, si sfalda; e ritrova però una sua verità nella nascita di un figlio”.

Chi è il protagonista?
“Mah, nel testo io e Luporini gli abbiamo dato qualche vaga connotazione da universitario deve scrivere un libro, va a lezione... In realtà, come sempre nel mio teatro, il protagonista condivide molti dei miei attributi. Non mi sarebbe possibile una verità evocativa se non si trattasse di problemi che ho scoperto dentro di me”.