Categoria: Interviste '80



Il Messaggero - Spettacoli pag.11 - 29/10/1983


Individuo, vieni fuori

di Fabrizio Zampa

Personaggi. Giorgio Gaber, dopo anni in cui ha parlato soltanto dal palcoscenico, racconta di sé, dei suoi spettacoli, delle sue contraddizioni, del momento che stiamo vivendo e del pericolo di trasformarci sempre più in massa
 

MILANO — "Un recital per me è una specie di panoramica delle cose che mi hanno colpito o stimolato di più nell’anno: una trasfigurazione a livello musicale di uno sfogo che uno ha dentro e fa esplodere in una serie di canzoni, in una situazione che poi diventa teatrale.
La possibilità di fare teatro, di andare in palcoscenico e dire quello che penso del mondo e di ciò che mi circonda, è un grandissimo privilegio. Ecco perché io non parlo mai con nessuno.
Non me la sento di dire delle cose come se fossi uno che ha il Verbo, quando in realtà le cose le dico molto meglio in palcoscenico. Non ti interessa parlare? Non vuoi fare interviste?, mi chiedono. Ma se devo dire delle cose vieni a vedere lo spettacolo e te le dico lì. E poi in genere quando parlo sono noioso. Non sono né brillante né spiritoso. Se fossi un grande parlatore, un grande intrattenitore, allora probabilmente farei più interviste e andrei anche alle serate mondane. Ma sono uno tranquillo", spiega Giorgio Gaber.

E gli Ja-Ga Brothers con Enzo Jannacci in televisione?
"È stato un gioco, un divertimento, un ritorno ai tempi in cui giocavamo tutti, in cui cantavamo e suonavamo come se fosse una cosa che doveva finire da un momento all’altro. A quei tempi c’era il pubblico, un pubblico televisivo, della canzone, del cinema, del teatro, che in fondo era uno solo. Verso gli anni Settanta si è diviso in fasce: c’erano personaggi che chiamavano migliaia di persone nei teatri o nei palasport e dei quali altra gente non sospettava neanche l’esistenza. Fu non a caso, il periodo del collasso della televisione: allora andare in televisione significava togliersi qualche punto di prestigio. Adesso con questo boom delle televisioni private, il pubblico è tornato a essere il pubblico. Adesso ti capita di vedere certi spettacoli, anche i miei, dove non sai bene perché la gente è venuta. Il pubblico, insomma, è meno riconoscibile, c’è un grande miscuglio, e la situazione ritorna a essere quella di allora: quella, cioè, di un pubblico unico che fruisce di spettacoli di massa, di mass-media, di fenomeni di massa. E io, che una volta preferivo un tipo di comunicazione in profondità, oggi riesco di nuovo a parlare".

Con quanta timidezza, Gaber?
"Molta. Io odio la mischia, e ai tempi in cui rimasi coinvolto mettendoci la faccia, andando in televisione, ai festival, dovetti rassegnarmi a subire molte violenze su me stesso. Restare al passo con un mondo dello spettacolo che si muove secondo regole fisse è faticosissimo, e io l’ho fatto dal 59 al 70, fino a quando ho scoperto il teatro. La scoperta del teatro, cioè di un mezzo che mi consentiva di dire quello che pensavo tramite il mio mestiere, è stata di enorme importanza. Le due ore di spettacolo, per esempio: guai se fosse un quarto d’ora, perché io ho problemi di sblocco iniziale, di accostamento a quella spudoratezza che ogni artista credo debba avere, e che a me arriva man mano che vado avanti, perché all'inizio dello spettacolo io scapperei via. Credo di avere, di base, una sorta di chiusura che mi fa quasi dire alla platea scusate, so sono su e voi siete giù, ma è un fatto casuale, succede perché stavolta sono io che devo dirvi qualcosa".

E la gente che risponde?
"Quando viene in camerino, incazzata o contenta, parla non delle mie capacità di fare un mestiere, ma delle cose che racconto. Gli spettacoli che noi facciamo, dico noi perché lavoro sempre insieme a Sandro Luporini, sono spettacoli che provocano. L’anno più difficile è stato quello di Polli di aIlevamento: lo spettacolo era pesante già dal titolo, chiamare i giovani polli d’allevamento non era certo il modo migliore per farseli amici. Ma questo non era nulla: finivo con una canzone, Quando è moda è moda, messa apposta alla fine perché se la mettevo all’inizio poi erano dolori per tutta la serata, che era una violenta accusa d’inerzia su certe posizioni: in un certo modo insultavo i giovani, anche se quando sei lassù insulti cesellando mentre quando sei in platea urli vaffanculo. La tournée è durata otto mesi. Otto mesi d’inferno, di parolacce, di sputi, mi tiravano roba, soldi, tutto. Io pensavo: sono pazzo a andare in giro a suicidarmi. Ma ormai l’avevo scritto, mollare sarebbe stata una vigliaccheria. Però sono rimasto sotto choc per due anni prima di ripartire. Perché in uno come me c’è questa enorme contraddizione: da una parte sei uno normale e vai lì per avere successo, perché ti piace; dall’altra, però, vuoi dire le cose che pensi".

Come mai una sosta di due anni?
"Se non hai un tema che riflette quello che c’è nell’aria, che riguarda un po’ tutti, è meglio non uscire. In quel periodo, poi, c’era la lotta armata, c’erano bandiere bianche e rosse insieme, c’era tutto: cose su cui era durissimo esprimersi".
Ci sono state, nella carriera di Gaber molte tirate d’orecchie politiche?
"Da tutte le parti. All’inizio ho avuto una confluenza con il movimento, il famigerato movimento: quando io, ferocemente critico contro gli atteggiamenti ideologici o l'ideologia stessa, che secondo me non è mai rivoluzionaria, attaccai quelle posizioni ideologiche, quando nacque tutto un discorso sulle donne, quando ci fu una ripresa di quello che si chiamava il personale... quando io dicevo sì, su Marx siamo d’accordo, però mi interessa anche di parlare di quello che succede tutti i giorni... ecco, a quel punto ci fu una grande coincidenza con ciò che stava bollendo in pentola. Ma da un punto di vista politico no non ho mai aderito a nessun partito e a nessun gruppo, e quindi mi succedeva sempre di dire qualche cosa che non andava bene a una linea o all’altra. Salvo poi, con una canzone come Io se fossi Dio, prendere le distanze da quella politica che allora era di gran moda, una politica che aveva già spacciati e eliminati i progetti e gli entusiasmi di una generazione, quella dei sessantottini. In quel periodo non si parlava di partiti, si parlava di un altro modo d’intendere la vita e la politica. Adesso certe cose sono ritornate e le stiamo pagando pesantemente: c’è una grossa ingerenza del sistema partitico in ogni nostra azione, oggi se uno ha la tessera di un partito in tasca è meglio. Ecco, siamo tornati ai tempi in cui bisognava avere la tessera. E io, che non essendo legato a nessun partito, io che anzi vedo questo balletto con grande rabbia e grande fastidio, non è che posso riscuotere grandi simpatie".

Insomma Gaber, oggi che aria tira?
"Credo che col nuovo spettacolo che sto preparando mi giocherò anche le ultime simpatie. Il tema è l’appiattimento, la massificazione. Già ne avevo parlato in Libertà obbligatoria, ma devo ritornarci sopra perché penso che in questo momento, in cui i mass-media sono di nuovo primari come mezzi di comunicazione, bisogna affrontare un serio studio: vedere in che misura ognuno di noi reagisce da elemento inerte di una massa indefinita, e in che misura riesce a rispondere in prima persona. E a questo punto ritengo che la parola massa sia una parola brutta. A differenza di quanto in genere è stato pensato dai populisti dell’una e dell’altra parte, la massa in realtà fa massa, chiude il circuito, proprio in senso elettrico. È il momento delle grandi televisioni private, del pubblico, della partecipazione, parola che mi si strozza in po’ in gola perché l’ho usata anch’ìo a suo tempo. Oggi si partecipa, ma nel momento in cui partecipi come massa è come se non partecipassi. Se non riesci a partecipare come individuo la partecipazione è proprio finta, di cartone. I mass-media fanno curiose statistiche per sapere cosa piace alla gente, ma si rivolgono a un individuo medio che non esiste, che è un invenzione delle scienze sociali. Tanti grossi fenomeni, grossi anche numericamente, non sono stati creati dalla massa degli studenti, ma dagli studenti. Dagli operai, non dalla massa degli operai. Io credo che si possa essere massa in dieci e mantenere una certa individualità in diecimila. Sulla parola massa bisognerebbe fermarsi a pensare, perché nel momento in cui tu agisci come massa sei contattato come massa, stimolato come massa, e finisci per muoverti come si muove la massa".

Non era proprio a questo che il potere voleva arrivare?
"Non so bene se il potere abbia questa capacità di giostrare, questa intelligenza. Oggi qualsiasi televisione cerca solo di accattivarsi più pubblico, magari disattento, ma numeroso. Il telegiornale lo guardano in tanti, ma come lo guardano non gliene frega niente a nessuno. La cosa che conforta i politici è che il 90 per cento della gente va a votare: da questo sembrerebbe che l’Italia ha una coscienza politica altissima. Io dico che fortunatamente non ce l’ha. Non è vero che c’è questa adesione del 90 per cento. È una partecipazione formale, un disinteresse che statisticamente non risulta ma c’è. E poi in realtà la non partecipazione è gradita, è molto gradita. Ma io non penso che l'individuo sia morto. Anzi, ha una salute di ferro".

E allora Gaber?
"E allora bisogna cercare di sopravvivere in una situazione che ti toglie sempre più il tuo spazio individuale e ti relega sempre più a un ruolo di elemento di massa. Bisogna continuare la battaglia che ognuno fa da sempre tra la propria posizione personale e quella specie di grande richiamo che è la 'normalità'. Bisogna combatterla, la normalità. Bisogna cercare continuamente le proprie passioni, i propri desideri".

E qual è un desiderio di Gaber?
"Non so... forse una mia ambizione è scrivere un Vangelo apocrifo e dire che l’ho trovato. Vorrei avere il coraggio di scrivere dei comandamenti nuovi, ecco".