Categoria: Sandro Luporini



INEDITO - - 03/06/1993


Intervista a Sandro Luporini

di Roberto Simoni


 

Viareggio 03 Giugno 1993

In un pomeriggio di tarda primavera arrivo verso la marina di Viareggio e mi avvicino alla pineta pensando di trovare una villa solitaria immersa nel verde (chissà perché si pensa sempre di trovare villoni quando si va a trovare un’artista) e invece, sorpresa, trovo un gruppo di palazzi, tipo zone PEP. Questo, per un certo verso, mi tranquillizza in quanto penso che anche se devo incontrare il pittore e coautore dei testi degli spettacoli di Giorgio Gaber Sandro Luporini mi aiuta a costruirmi una immagine positiva che mi rilassa e mi aiuta a rompere quella timidezza che mi ha sempre contraddistinto.
Arriva verso le 16.00, in moto, con la sua nuova compagna. Mi presento e assieme saliamo in ascensore verso il suo appartamento. Arrivati mi offre da bere e ci accomodiamo in salotto. Un salotto molto grande e luminoso dove alle pareti sono appese le sue opere pittoriche. Cerco di iniziare l’intervista, tiro fuori il mio piccolo registratore, ma lui mi blocca subito e mi chiede di non registrare la conversazione. Io mi chiedo come faccio a scrivere tutto quello che andremo a dire, lui gentilmente mi offre questa opportunità. Prendi appunti, quando sei a casa trascrivila e inviami il testo, in questo modo io posso controllarlo ed eventualmente correggerlo o integrarlo. Così è successo e il frutto di quell’incontro straordinario è quello che si leggerà di seguito.
Per comodità indicherò con S. il sottoscritto e L. per luporini.

S: La tua poetica pittorica in qualche modo, ha influito sul tuo modo di scrivere?

L: Direi poco. Per me la pittura è una ricerca puramente lirica. Da un quadro si può capire l’indole dell’autore e magari anche una sua visione globale del mondo, ma non certo un’atteggiamento politico più differenziato. Scrivere per me, anche se non mi sento uno scrittore ha compensato questo mio desiderio di intervento più immediato e diretto. L’affinità tra la mia pittura e il lavoro con Gaber si può forse trovare in alcune canzoni più liriche tipo: “Io e le cose”; “L’illogica allegria”; “Il Dilemma”. (Guarda caso sono due delle canzoni che Giorgio ha inserito nel suo ultimo lavoro “Io non mi sento italiano, n.d.c.)

S: L’individuo, nella vostra poetica, che ruolo ha?

L: Nei nostri testi affiora spesso il problema dell’individuo. Si potrebbe dire che è uno dei punti focali da cui nasce la nostra riflessione. In un periodo di sgretolamento del soggetto dovuta alle false “libertà obbligatorie”, dall’ideologizzazione, a tutto ciò che è sistema chiuso, ci sembra giusto di riaffermare l’importanza dell’individuo come possibilità di uscire dalla massificazione.

S: Quando pensate e scrivete i testi di un nuovo spettacolo, pensate contemporaneamente anche alla sua possibile messa in scena?

L: Ci capita spessissimo, nel momento in cui scriviamo sia le canzoni che i monologhi, di prefigurarci il modo in cui questi saranno portati in scena, quindi alla loro teatralità. Pensare a come si muoverà un attore in scena, a volte influenza anche la scrittura stessa.

S: Come decidete i temi da trattare negli spettacoli che progettate?

L: I temi che noi trattiamo sono il frutto di lunghe discussioni che facciamo quando ci troviamo insieme chiedendoci cosa ci sembra interessante dire in quel preciso momento. Individuato il tema, o il filo conduttore, attorno a questo nascono poi i testi delle canzoni e dei monologhi. Pur partendo da riflessioni individuali, credo che ci contraddistingua una certa tensione verso gli altri. Le cose che scriviamo riguardano perciò un po’ tutti, almeno si spera. Il momento di questa verifica lo abbiamo dal pubblico dei teatri e questa verifica è per noi molto importante.

S: Che rapporto esiste tra Gaber-Luporini e Louis Ferdinand Céline. Scrittore verso il quale siete molto debitori?

L: Noi abbiamo copiato molto da Céline, iniziando da un monologo presente in “Far Finta di essere sani” che si chiamava la “Dentiera”. Poi abbiamo preso molti spunti per altre canzoni e monologhi. Céline è stato molto importante per il suo modo di scrivere, per la sua immediatezza di linguaggio: un modo di esprimersi assai vicino a come si parla, quindi molto teatrale.

S: Nei vostri spettacoli si ride anche, che differenza esiste tra l’avere il senso del comico e l’essere ridicoli?

L: Questa associazione con “L’essere ridicoli” deve far parte di qualche spettacolo. Chi è ridicolo credo proprio lo sia suo malgrado. Mi interessa invece la differenza che c’è tra il comico e l’ironia. La comicità si avvale spesso di qualche battuta più o meno facile e volgare. È successo certo anche a noi di fare delle battutacce. Però sia io che Giorgio cerchiamo più che altro l’ironia che consiste nel ribaltare il piano, vedersi dal di fuori e ridere di noi anche nelle cose più semplici e quotidiane. Vedi una canzone come “Lo Shampo”.

S: Spesso negli spettacoli compare la parola “estetica”. Che cos’è l’estetica; ovvero un gesto esteticamente bello?

L: Quando parliamo di estetica non pensiamo alle varie teorie del bello o al bello esteriore. si potrebbe quasi dire: bello = buono. Come dicevano i greci. Per noi il concetto di esteticamente bello è legato alle azioni alle tensioni e alle spinte sincere dell’individuo. Quando in “Io se fossi Dio” diciamo che “i politici sono tutti brutti o finiscono così”, non è certo perché sono brutti esteticamente, anche se… Comunque la loro è una bruttezza che nasce dai loro atteggiamenti piatti, vuoti, conformistici, finti e speculativi.

S: Cosa pensa Luporini di Gaber come attore?

L: La cosa principale credo sia quell’energia vitale formidabile che lui ha. Questa dote, che è assolutamente necessaria per un attore, non è sufficiente se non ci si lavora sopra con intelligenza e sensibilità critica. E direi che Giorgio, dai primi spettacoli ad oggi, è cresciuto molto. Ha raffinato la sua presenza in palcoscenico diventando padrone incontrastato della scena. Inoltre, spettacolo dopo spettacolo, ha acquisito registri attorici nuovi: dall’ironia che gli era connaturata è passato al drammatico, all’epico, alla riflessione più interiore, al silenzio, alla sospensione, direi quasi magica. Questa maturazione di Giorgio ha reso possibile modificare il nostro modo di scrivere che si è fatto sempre più teatrale.

S: Come siete arrivati a pensare e scrivere spettacoli senza canzoni?

L: Dai primi spettacoli in cui i brani di prosa erano molto brevi e servivano da raccordo tra una canzone e l’altra, siamo passati, quasi istintivamente, a dargli maggiore spazio. Questo modo di scrivere ci è piaciuto sempre di più e ci siamo accostati all’idea di realizzare spettacoli tutti in prosa. E poi, come dicevo prima è la componente non secondaria delle grandi capacità interpretativa di Giorgio che ci ha portato da quella parte.

S: Il vostro pubblico nel corso di questi anni non è sempre rimasto il medesimo, a parte i fedelissimi, si è modificato, avete coinvolto generazioni diverse, nonostante Giorgio non si avvalga degli strumenti tradizionali per promuoversi, cosa ne pensi e come giudichi questo fenomeno?

L: Con quest’ultimo spettacolo, mi riferisco al “Teatro Canzone” che, a parte alcuni brani nuovi, è la riproposta di cose vecchie, all’inizio pensavo che il pubblico fosse più che altro composto di “ex”. Invece, con piacevole sorpresa, abbiamo constatato che vengono a vederlo molti che non avevano mai visto Gaber e soprattutto moltissimo giovani. Non riesco a giudicare il fenomeno. Riesco solo a gradirlo.

S: Forse uno dei motivi è legato a questo modo di fare teatro, così come voi lo avete costruito, che conserva ancora una grossa carica di vitalità e molti brani, ancora oggi, sono attuali e quindi in grado di trasmettere qualcosa a chi assiste allo spettacolo. Che cos’è il teatro per Luporini?

L:Una delle mie battute è quella di chiamarlo “un bel bastardone”. Nel senso che è piuttosto “spurio”. Si avvale infatti di linguaggi diversi come la letteratura, la musica, il visivo, la mimica ecc. Ma specialmente in un momento di crisi delle cosiddette arti di seria A, credo sia un mezzo di comunicazione formidabile.

S: Voi avete spesso usato la metafora del volo da “Libertà obbligatoria” a “Anche per oggi non si vola” a “Qualcuno era comunista” …. che significato ha per voi questa tensione verso il volo?

L: È semplice, senza una spinta utopistica la vita non ha senso.

S: Quale rapporto esiste tra voi e i mezzi di comunicazione e chi li gestisce?

L: Qualche anno fa, un po’ per scherzo abbiamo scritto un articolo intitolato “La cultura deve essere segreta” dove sostenevamo paradossalmente che i più informati erano i cretini. È un discorso che andrebbe chiarito. Prendilo solo come paradosso.

S: Che cosa significa essere diversi, non essere quindi parte della massa?

L: Significa semplicemente “pensare”. Riuscire a pensare in un momento in cui il nostro destino sembra solo quello di “opinare”.

S: Che cosa è il “teatro evocato”?

L: Abbiamo chiamato il nostro lavoro “Teatro di evocazione”, ma non credo che siamo stati noi ad inventare questa formula. Chiunque reciti da solo e voglia rappresentare una storia a più personaggi non mi pare abbia molte altre strade, non può certo narrare come se leggesse un libro. Per arrivare all’emozione del teatro un attore deve rivivere al presente personaggi e fatti che sono nella sua memoria. Questa tecnica rende vive le situazioni come se stessero accadendo e al tempo stesso lascia molto spazio alle riflessioni, cioè ai monologhi.

S: Come a livello di scrittura si arriva a realizzare il “Teatro Evocato”?

L: Dal punto di vista della scrittura non credo sia molto difficile. Oltretutto lascia una grande libertà. Bisogna però tenere conto del livello di finzione in cui stiamo lavorando. È una finzione doppia rispetto a quella del teatro tradizionale. Non esiste un luogo. Non ci sono stanze, porte, finestre né oggetti da usare se non in modo improprio. Bisogna sempre tenere presente che l’attore è nel vuoto e deve riempire questo vuoto, appunto, evocando il tutto.

S: Nei vostri spettacoli fate spesso riferimento a gesti o cose esteticamente brutti e vecchi. Cosa sono per voi i gesti e le cose esteticamente belle?

L: Credo siano i gesti e le cose che esprimono un’energia nuova unita a una forte tensione.

Qui verso le 17.30 termina la conversazione avuta con Sandro Luporini in un pomeriggio di tarda primavera in quel di Viareggio. Lo saluto e lo ringrazio per il tempo che così gentilmente ha voluto concedermi.


Un ringraziamento a Roberto Simoni per averci fornito l'intervista.