Categoria: Interviste 2000



Re Nudo - - Marzo 2001
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Gaber & Sofri (seconda parte)

di Antonio Priolo


 

(segue dalla prima parte)

Adriano: Ma guarda che io non ne dubito affatto, anzi sono convinto che quella che chiamiamo la "gente" sia come noi; questo che tu dici bisogno di senso, piacere nel trovare un senso alla propria vita e al rapporto con gli altri, sia la cosa che anima le persone, comprese le stronzate. Guarda, io che sono un moderato disfatto…

Giorgio: Un moderato disfatto?

Adriano: Sì, in via di disfacimento; che ci fossero delle cose che facessero simpatia anche nel "Grande Fratello", dei meccanismi che nonostante la formula, che era veramente tesa a far dare alle persone il peggio di sé, e questo lo si vede praticamente quando le persone escono e nelle orrende trasmissioni televisive cui partecipano sono già migliori di se stessi dentro la casa. Quello è il meccanismo della cosa, un esperimento sadico che altrove solo gli psicologi hanno fatto chiudendo le persone in laboratorio, e che ora diventa la cosa cui aspirano tutti i ragazzi. Per esempio in galera, che è un posto così abominevole che qualunque attenuazione del rifiuto di questo posto, del disprezzo assoluto, dell'odio assoluto per questo posto, qualunque uso metaforico della galera vanno combattuti. Io sono qui dentro da quattro anni, con una pausa di qualche mese durante il quale ho vissuto il processo che è ancora peggio che stare qui, perché aspettavo sempre una tappa invece adesso ho chiuso: nei rapporti interni ad un posto come questo, tutti da quelli con i carcerieri, a quelli naturalmente con i carcerati, con questa popolazione che è una specie di deposito di feccia finale del bicchiere, i malati gravi, i ragazzi italiani tossicomani, i cosiddetti extracomunitari, giovani, poveri, senza nessuno, senza avvocati, c'è una specie di dimostrazione in negativo di che cosa potrebbe essere la vita delle persone in situazioni in cui la vita sembra pregiudicata, senza scampo. In tutti gli ultimi anni della mia vita ho fatto, un po' per scelta e un po' per costrizione, comunella con persone che si trovavano in questa situazione: ho passato tre anni a Sarajevo, un lungo periodo in Cecenia, poi sono stato in posti meno tragici ma simili. Dunque con persone la cui vita era destituita di ogni dignità proprio dalle radici minime, materiali, alimentari, sanitarie, igieniche, la cui incolumità personale era messa a repentaglio momento dietro momento; anche qui dentro. E contemporaneamente persone nei cui comportamenti, nei cui pensieri e nella cui condizione c'è l'eventualità che la vita sia altra, che una specie di chiarezza maggiore su come potrebbe essere la vita emerge fortissima, che è la ragione per cui uno ci va volentieri, tranne la galera ovviamente. Il mio era un privilegio, io andavo in questi posti con un biglietto di ritorno in tasca, mentre qui c'è solo l'entrata.

Giorgio: Per questa gente è normale che ci sia la ricerca di un senso, però anche quelli che hanno goduto al "Grande Fratello" hanno bisogno di dare un senso alle cose, e sentono che il "Grande Fratello" non ha senso.

Adriano: Non so se lo sentono. Il mondo in cui noi siamo accontenta le persone persino imponendo dei desideri di cui poi si accontentano, desideri deviati, fessi, ottusi; però appena arriva una minaccia seria allora torna una specie di superstizione. Io a volte considero superstiziosi anche loro, questi nostri amici: questa specie di combinazione squadernata delle ultime pagine della rivista "Re Nudo", questo mercatino di tutte le cose collegate tra loro per rappresentare una vita alternativa, delle abitudini alternative, una cultura alternativa; anche questa a volte mi sembra "superstiziosa". Certo la più benevola nei confronti del proprio prossimo, quindi la meno incriminabile. Gli animali umani sono sempre, come diceva il tragico greco, meravigliosi e orribili. La vera differenza sta nel fatto che noi ad un certo punto abbiamo pensato che si potesse scegliere un corno del dilemma e darsi da fare perché le cose fossero meravigliose, rifiutandone l'orribilità. Dopodiché, forse per ragioni di pura fisiologia, come sostiene qualcuno, forse per ragioni molto più ragionevoli, come io penso, purtroppo abbiamo dovuto accorgerci che bisogna scegliere aggettivi meno estremi, misure più premurose, più affabili, persino che limitassero il danno piuttosto che cercarne il massimo. Il punto mi pare è che quando si rinuncia alla rivoluzione, come io ho fatto avendovi molto investito e contando veramente di farla, avrei dato la vita, come si dice (e in un certo senso l'ho data ma con una scadenza sbagliata!)…

Giorgio: Ma tu hai pensato veramente che si facesse la rivoluzione?

Adriano: È difficile dire; c'è una cosa che scrivevo l'altro giorno a Guido Viale. A quell'epoca noi non avremmo potuto discutere una domanda come quella che stai ponendo adesso tu, era una specie di tabù perché non l'avremmo discussa tra noi e noi, cioè avremmo represso dentro di noi il dubbio che non si dovesse fare la rivoluzione. Questa era la premessa, dopo di cui veniva il decalogo dei comandamenti. Ciascuno, ancora di più noi che eravamo i cosiddetti leader, io poi ero uno di una sicurezza straordinaria, ero l'incarnazione fisica e simbolica della rassicurazione data ad altri ma naturalmente dentro di me sentivo fortissimo questo peso ottundente della responsabilità e naturalmente del dubbio, cercava di essere all'altezza del ruolo, ma anche che la cosa fosse all'altezza di se stessa. Dicevo che Guido Viale mi ha mandato una cosa da leggere, lui è sempre molto intelligente, uno dei più bravi e poi gli voglio molto bene, una sorta di memoria di tutta la sua vita, bella: mi è tornato in mente che una delle rarissime volte, ma anche con Mauro Rostagno una volta successe (erano poche le persone con cui poteva succedere allora), che una notte alla fine di chissà quale impegno di questi che ci tenevano a fare gli straordinari (la nostra vita era un unico straordinario), eravamo rimasti, non so perché se per qualche macchina che ci aveva dimenticati o benzina che non c'era, seduti sul bordo di un marciapiede sfiniti, io e lui. Un po' prima dell'alba, in una città vuota, mi ricordo che, non so per iniziativa di chi, credo mia, quella volta esplicitamente noi ci siamo detti: ma può succedere veramente questa cosa? Dopo non siamo andati molto avanti, però la cosa era stata detta, il seme della dissoluzione era stato non gettato ma era caduto lì.

Giorgio: Io ho sempre avuto un'idea diversa, io non ho mai pensato alla rivoluzione, ho sempre pensato ad una rivoluzione culturale, questo mi aveva affascinato di voi, essendo un po' più grande, io mi ero accostato e voi eravate già partiti. La cosa che più mi aveva affascinato era l'atteggiamento mentale diverso rispetto al resto e quindi pensavo che questo avrebbe cambiato le cose.

Majid: Però scusa, questo c'è stato: adesso è finito, però ha influenzato e modificato una generazione.

Adriano: Sì, però modificato non vuol dire la rivoluzione; la rivoluzione a cui noi pensavamo era accontentarci, postumamente, dei cambiamenti che ci sono stati e che spesso sono avvenuti nonostante noi. Per esempio i cambiamenti nella vita sessuale, nelle libertà: noi eravamo contemporaneamente molto più liberi della società in cui ci muovevamo, ma molto più pieni di pregiudizi di qualunque persona venuta da altre esperienze o arrivata dopo. Io sono contrario ad abbellire le cose, per esempio per quel che riguarda me, che ero pieno di pregiudizi, ma la cosa principale è che noi veramente pensavamo alla rivoluzione come ad una radicale conversione: quando noi diciamo l'"Uomo Nuovo", come diceva peraltro mezzo socialismo internazionale usando un linguaggio tipicamente cristiano di rinascita, di rinnovamento, di conversione, cioè un mutamento radicale di sé, era una cosa in cui credevamo fortissimamente. Noi pensavamo davvero che il mondo, e noi stessi con lui, potessero essere rifatti da capo a fondo; e questa è una cosa tipica delle esperienze rivoluzionarie e di rinnovamento radicale che ciclicamente si sono presentate. Quando tu scopri che questa cosa non solo non succede ma rischia di provocare dei guai disastrosi, cioè che un'utopia così forte rischia di tramutarsi in una cosa violenta, totalitaria, in una sopraffazione, in una perdita di sé, il rischio è che tu tramuti in buon senso questa specie di ragionevolezza anti chirurgica che ti prende ad un certo punto, omeopatica, cauta, circospetta, perché sei un convalescente. Il rischio è che questa convalescenza, assolutamente salutare, necessaria, si tramuti a sua volta in un eccesso, in troppa grazia; e cioè che ci faccia accettare l'assurdità del mondo così com'è. Il mondo così com'è è assolutamente intollerabile, se tu ci pensi per due ore di seguito diventi matto, devi interrompere ogni cinque minuti, la fame nel mondo, i bambini, l'Africa, l'aids, le guerre: puoi prenderne solo un pezzetto e amministrarlo nella tua vita normale in questa parte del mondo perché altrimenti puoi solo darti fuoco oppure correre nudo con la dinamite intorno alla pancia contro un sottosegretario. Io temo che in questa convalescenza molti abbiano lasciato le penne, in un certo senso anch'io forse in una certa misura.

Giorgio: Siamo guariti insomma…

Adriano: Siamo guariti a tal punto da diventare rassegnati apologeti; io voglio bene anche a quelli di bocca buona e i più facili, quelli più amaramente rassegnati a questo, persone così spaventate della chirurgia da non accettare di operarsi nemmeno quando non riescono più a muoversi. Quando tu descrivi il mondo, come hai cominciato a fare quasi per scherzo adesso qui, e lo descrivi facendo due passi di lato e vedendo a quale punto di assurdità, di iniquità, di violenza, di sofferenza è arrivata la macchina che nessuno più guida (perché tu puoi dire le multinazionali, puoi dire Clinton, puoi dire Bush, ma non la guida nessuno), una macchina la cui inerzia è superiore a qualunque capacità non solo di controllo ma anche di comprensione, e contemporaneamente sai che se affronti questo problema, se dichiari in tutta la sua portata la malvagità e la perversione del mondo così come va, ti privi della possibilità di mettere un po' di riparo alle cose che hai di fronte. Cioè sei rimesso di fronte all'eventualità della rivoluzione avendo scoperto che non funziona, che non ce la fa, perché questa forza d'inerzia della macchina che fa sì che altri allegramente trascinati verso l'abisso proprio ma soprattutto altrui, è una forza d'inerzia superiore alla tua stessa capacità di guidarla da un'altra parte. Dunque una generazione come la nostra, la generazione dei viventi di oggi in questa misura spropositata, superiore, dicono, all'esistenza di tutte le generazioni precedenti (quando si fa il giudizio universale i vivi sono più di tutti i morti che sono venuti prima) non può porsi nei confronti del destino della terra, di se stessa, degli altri animali se non il fine della riparazione. Cioè non può immaginarsi né soluzioni dei problemi, né ricreazioni, né rivoluzioni, mentre questo mondo, questa macchina, nel suo percorso centrale ha trovato la propria parola d'ordine invincibile e trionfale nella "rottamazione". La rottamazione è esattamente il contrario, tu pigli e butti via, aumenti la discarica che si sta ingrandendo e mangiando quella parte che non è di discarica, a scapito della riparazione. Io sono uno, alla mia età, che ha memoria e immediatamente nostalgia per il calzolaio che risuola le scarpe, della vecchia automobile (io non ho mai avuto la patente) scassata e riparata con i pezzi di ricambio trovati dallo sfasciacarrozze. Leggevo oggi sul "Sole 24 ore" (non perdo niente qua dentro, non ho più la cultura ma ho una quantità di notizie vertiginosa, chiuso in quella cella) le notizie sulle vendite di automobili in Italia, che ha superato tutti i record nell'anno trascorso; è abbastanza impressionante ma il mercato dell'usato è ormai ridotto al lumicino e tutti quanti comprano auto nuove: e c'è una crescita di cilindrata, di velocità, poi tutti fermi per 130 chilometri. Io con le auto non ho avuto bisogno di pentimenti perché non ho mai cominciato la carriera, ero felicissimo quando noi bloccavamo la carriera. Questa è la cosa: un mondo assolutamente pieno dalla nostra parte; noi abbiamo la caduta demografica ma quello è un criterio assolutamente sbagliato per valutare il rapporto fra esseri e spazi a loro destinati. Noi abbiamo un incremento di automobili che è la vera natura della nostra longevità e caduta di natalità; abbiamo due automobili a testa, ferme, che occupano spazio, e contemporaneamente cessiamo di riparare l'automobile precedente anche se è ancora nuova e può andare per altri 300.000 chilometri, troviamo tutti gli argomenti, gli sconti favorevoli alla rottamazione e all'acquisto di nuove auto.

Giorgio: Quindi la "rottamazione" in contrapposizione alla "riparazione".

Adriano: Secondo me sono i due criteri opposti della vita di ciascuno di noi; naturalmente si applica anche a noi, che possiamo personalmente essere rottamati (come succede ad una grandissima parte della popolazione umana mondiale) cioè buttati via, calpestati, ridotti ad un pacchettino perché non ingombri e sostituito da un altro. Per esempio la tecnica dei trapianti: è promettente, non me la sento di prendermela con gli studi sul genoma che permetteranno di superare le malattie genetiche (ho delle persone care che potrebbero essere curate con queste cose qui; il papa se gli dicono che con le cellule embrionali del nostro fratello surgelato si potrebbe risolvere il Parkinson pensi che non ci penserebbe? Io ci penso per lui). Dunque la rottamazione è il criterio vincente di una società che sa benissimo che moltiplicare per il numero dei cinesi l'esistenza di automobili, ferme in parcheggio o ferme in coda, significa immediatamente la fine del mondo. In Cina, che forse sono un miliardo e trecento milioni, ma forse di più, come dicono altri, perché non si fa il censimento da tempo e perché da tempo è del tutto occultata la presenza di neonati per via di questa tassa anti crescita demografica, da una decina di anni a questa parte hanno cominciato ad essere applicati nei centri metropolitani i divieti alla circolazione delle biciclette perché intralciano il traffico automobilistico. Questo per dire che questa assurdità o la guardi in faccia e allora puoi solo ritirarti, impazzire, morire, diventare santo, qualunque cosa, fare come te un concerto dei tuoi, sostanzialmente diventare matto, oppure non la guardi in faccia e fai il tuo pezzo di cosa, ripari il tuo pezzetto di cosa.

Giorgio: Ti aggiusti.

Adriano: Ti aggiusti, salvi la vita di quello, adotti quell'altro, disinfetti le ferite. Secondo me il problema della rivoluzione era questo. Per questo io penso che siamo stati l'ultima generazione, tra l'altro attardata, che ha potuto desiderare la rivoluzione, e immaginarsi il cambiamento in forma di rivoluzione.

Giorgio: Scusa se torno su questo argomento, ma tu non ha la sensazione che il Movimento parta non legato alla rivoluzione marxista, ma parta abbastanza spontaneamente antiautoritaristico, anticonsumistico e poi diventi decisamente di sinistra?

Adriano: Essere di sinistra allora era abbastanza automatico, ma è ovvio che non eri marxista.

Giorgio: Ma il tuo comunismo da dove viene?

Adriano: Qui le storie erano diverse. Il mio comunismo non era male. Ero anti-stalinista dall'infanzia per una specie di merito familiare.

Giorgio: Non intendevo chiederti questo. Tu sei in quell'epoca del rifiuto. Questo rifiuto è immediatamente politico oppure passa attraverso un rifiuto più generico che poi diventa politico?

Adriano: Sicuramente. La politicizzazione nel senso in cui parli tu è stata una cosa progressivamente imposta a questo Movimento che ha finito per soffocarlo. Siamo stati stupidi, abbiamo accettato di irrigidire sempre di più questa cosa con una dinamica abbastanza usuale che non ci faceva migliori di altri. Accettando come inevitabili i condizionamenti esterni, cioè che il nemico, invece di essere semplicemente un nemico con cui poter confrontare modelli diversi dell'esistenza umana e di organizzazione sociale, ammazzava la gente, e quindi bisognava essere in grado di contrastare un nemico che metteva una bomba a Piazza Fontana. E però era un alibi anche questo, solo che noi non lo sapevamo; eravamo stupidi, limitati.

Giorgio: Vietnam, Piazza Fontana, queste cose hanno portato verso quella parte. Io stavo pensando se questo Movimento non avesse ricevuto un condizionamento di tipo vecchio. Nasce con l'idea di un rifiuto.

Adriano: A differenza che oggi, per i più interessanti ragazzi di oggi, nasce da una voglia di rivolgimento, di rifiuto dell'ingiustizia, di rifiuto della mancanza di libertà. Secondo me erano due le cose: la fame nel mondo, l'intollerabilità di questo dolore, e la voglia di libertà. C'era questa volontà d'identificazione con il molto distante, con gli antipodi, e anche questo aveva i suoi pregi, ma alla lunga il suo grande difetto, la perdita di vicinanza, di carità per il prossimo, per quello vicino a te. A me pare che i ragazzi più interessanti di oggi abbiano invece fin dall'inizio questa specie di delimitazione del loro orizzonte verso il prossimo, che è quello del sapere di chi ti stai prendendo cura, e chi si sta prendendo cura di te.

Majid: C'è una cosa che non mi torna nella liquidazione del fenomeno culturale del Sessantotto, che non è fenomeno politico. Per quanto riguarda il fenomeno politico io in parte concordo con il paradosso di Mauro (Rostagno) che diceva "per fortuna che abbiamo perso", mentre dal punto di vista della modificazione della cultura, intesa dal punto di vista esistenziale, della ricerca, del mettersi in gioco, io credo che un segno forte ci sia stato, che ha modificato una generazione in modo preciso. È vero che adesso tutto è sfumato. Io con i "papa-boys" non sento nessun collegamento, anche se è vero che in molti di loro ci sono le istanze ed i bisogni che giustamente gli attribuivi. Però come comportamento di massa, di individui tutti insieme, io sento l'assonanza al pubblico dello stadio, sento l'assonanza al "Cantagiro", al fan, al meccanismo d'identificazione con la grande regia dello stadio, la grande regia vaticana, che ha mixato la politica con lo spettacolo, ed ha creato questa gigantesca macchina di consenso. Non ci sento assonanza con quella energia che pervadeva le piazze, gli stadi ed i palalido dell'epoca, anche se accompagnati dal nostro delirio ideologico. Ci sento la grande diversità tra chi facendo errori era comunque protagonista e ricercatore di qualcosa, pur nel suo essere massa, e chi è spettatore.

Adriano: Secondo me siete troppo unilaterali e temo che questo dipenda dal fatto che noi siamo troppo disillusi, troppo ingenerosi; questi ragazzi, proprio quei due milioni li, ai miei occhi somigliano molto di più a "Re Nudo" di Parco Lambro che ai raduni di fedeli nell'altro anno santo che io mi ricordo, portati dalla Federconsorzi, da Bonomi, capisci? Quei ragazzi, che sicuramente hanno una regia… ma sono dei ragazzi che stanno nei sacchi a pelo, che cantano, e tutto questo veniva strumentalizzato, eterodiretto, tutto quello che vuoi, ma quella notte lì, mi hanno detto che hanno scopato in numerosissimi nei sacchi a pelo…

Giorgio: Questa è una delle poche buone notizie.

Adriano: Buonissima; moltissimi di loro erano arrivati a Tor Vergata non in comitive organizzate ma come persone che fanno insieme delle cose con una forte identificazione. C'è un aspetto prevalente che è quello che dici tu ma c'è anche un altro aspetto, e uno deve vederlo, altrimenti rischia di considerare avvenuta una mutazione antropologica tale che stai avendo a che fare con un altro genere vivente. E secondo me non è così. Questa storia del gregarismo e delle masse fa veramente impressione: guarda gli stadi oggi. Il fascismo e le guerre in Europa hanno oggi come incubatrici gli stadi di calcio. Nella ex Jugoslavia, che io conosco molto bene, è così che si sono organizzati; ancora oggi le cose più importanti lì avvengono, negli stadi di calcio ed in subordine in quelli di pallacanestro. Questa impressione allarmante che fanno i musulmani, cioè gli appartenenti a Paesi musulmani, non i musulmani di religione, è in parte giustificata secondo me: dev'essere trattata senza posizioni di principio, ma è al tempo stesso spaventosamente maltrattata da questa specie di semirazzismo invalso, alla Biffi. Però, ad esempio, l'influenza dell'immagine della preghiera musulmana è impressionante: queste schiene che si piegano e questi piedi, la scomparsa delle facce in un unico genuflettersi; io andai in Iran al tempo della cosiddetta rivoluzione e vidi lo spettacolo dei milioni di persone, maschi, che si genuflettevano così; è una rappresentazione come mai si è avuta nella storia del mondo di questo gregarismo e di questa massificazione di cui parlavamo. Stalin, la Piazza Rossa, persino Tien An Men non sono niente di fronte a questo spettacolo che tiene insieme un mondo in cui la grande maggioranza della popolazione ha meno di quindici anni, questa specie di spettro demografico con questi comportamenti. Questo punto è assolutamente essenziale nel misurare il fantasma che oggi è, come si diceva, "uno spettro si aggira oggi per l'Europa". Sulla regia volevo dire questo, una cosa che mi ha fatto molto piacere pensare all'indomani di Tor Vergata: in questa cosa da fans, che non è assolutamente dissimulata ma quasi scontata, col papa che fa l'uomo dello show più importante del mondo, anche lì con una certa ambivalenza, si paga un certo prezzo. Questo papa ha potuto fare questo non perché ogni papa può fare questo o perché ogni regia accorta può fare questo: l'ha fatto nonostante l'imbecillità dei suoi manager. Quando questo papa morirà, cosa che forse non succederà mai, e bisognerà sostituirlo, la Chiesa cattolica, cioè questa grande Istituzione della potenza terrena, sarà messa di fronte a questo dilemma, cioè lo Spirito Santo dovrà risolvere questo problema: o nominare un papa che segni la riappropriazione completa, che sta avvenendo già in questo periodo, della Curia, della gerarchia e degli apparati messi in difficoltà dal personalismo travolgente e carismatico di questo papa (e fare questa cosa significa sicuramente perdere gli spettatori, cioè al prossimo spettacolo non si vendono i biglietti), oppure sceglierne uno che possa far sperare che possa portare due milioni di ragazzi, o come a Manila tre milioni, si dice il più grosso raduno mai avvenuto, cioè l'incubo più grosso. Per fare questo devi sceglierne uno che sia così, in una storia diversa ma che abbia caratteristiche tali che possa far ballare due milioni di persone.

Majid: C'è la congiuntura che questo papa s'è sostituito alla mancanza di politica verso il Sud del mondo da parte della Sinistra.

Adriano: Ma perché dici una mancanza di politica verso i Paesi poveri? Lui s'è sostituito a tutto! S'è sostituito all'inefficienza dell'anticomunismo, dando una bella botta al fortunatissimo crollo del Comunismo; s'è sostituito alla critica del Capitalismo e del Consumismo diventando il capofila di Rifondazione; s'è sostituito a quello che dicevi tu.

Majid: E poi ha rilanciato sul piano della conservazione, sulla morale, coprendo anche a Destra, ha raccolto dappertutto, creando il totale appiattimento (quello che io chiamo il partito papista, il 90% della politica italiana, per non parlare poi del mondo), per cui non può uscire niente se non dal grande vecchio e isolato intellettuale che può dire quello che vuole, e c'è un'omertà, una banalità spaventosa. Vasco Rossi era stato invitato anche lui a fare un concerto per il papa, e lui ha detto di no, che non ci pensava nemmeno. Era una notizia giornalistica, ma non è uscita da nessuna parte!

Giorgio: Hai fatto prima un parallelismo tra questo raduno di Tor Vergata e i raduni di "Re Nudo"…

Adriano: Ho detto che, se tu li confronti, questi due milioni da una parte con il massimo che a lui [Majid, n.d.r.] sta a cuore, perché io a Parco Lambro li avrei fatti bastonare (scherzo ovviamente), anche se ovviamente allora ero, come dire, reazionario, non dei più ma abbastanza: scherzo però allora avevamo una formazione ed una cultura mostruosa per esempio sulle cose sessuali, lasciamo perdere… Io non ho nessuna colpa per le incriminazioni per cui sono oggi in galera, però poi le vere colpe le ho in quel campo lì; alcuni di noi erano veramente nemici di "Re Nudo", scandalizzati, indignati, altri di noi erano più protettivi, tra cui io, anche perché io ero molto più amico, di loro, di Mauro. Quando qualcuno se la prendeva con quest'ala allora intervenivo, ma io ero un bischero che faceva il segretario.

Giorgio: Io a quell'epoca feci anche qualche concerto per Lotta Continua, diedi qualche soldo, mi ricordo di Gigi Noia…

Adriano: Gigi Noia è l'assassino di Calabresi. Quasi tutti quelli di Lotta Continua sono assassini di Calabresi ma Gigi Noia sarebbe in galera con me oggi, perché era imputato dell'omicidio Calabresi, se non avesse avuto un colpo di fortuna spaventoso, e cioè delle fotografie con data, di quelle che si facevano con la Kodak e che sono state ritrovate, che hanno fatto da alibi perché Marino aveva detto che era lui il basista dell'omicidio Calabresi, descrivendolo glabro, mentre lui aveva queste fotografie con un barbone come ha sempre avuto e con la data. Capisci?


Ci ringraziamo tutti e ci abbracciamo, infilando i cappotti. Giorgio chiede ad Adriano se lui ha piacere di un'altra visita eventuale. Adriano annuisce, "se siete voi che venite a trovarmi, ma ho intenzione di dimettermi presto dalla condizione di detenuto. Farò qualcosa ad oltranza". E si va via con il gelo nel cuore. Ma come rispondergli con qualcosa che avesse un senso!


Un ringraziamento a Re Nudo per averci inviato il testo riportato in questa pagina