Categoria: Io non mi sento italiano



Il Manifesto - - 14/02/2003


Le ultime provocazioni di Gaber

di Andrea Scanzi

"Io non mi sento italiano", il cd postumo del cantautore milanese, già in testa alle classifiche
 

L'ultimo capolavoro di Giorgio Gaber risiede nel coraggio. Il coraggio di riproporre, con un vestito tutto nuovo, quella canzone vecchia di vent'anni e più, "L'illogica allegria". Lui che se ne andava, lui che lo sapeva, l'ha ricantata ancora. E l'ha cantata con quella che Serra ha chiamato "dizione stremata", quella voce ultima che, nell'atto quasi di non farcela, si sforzava ancora di scandire ogni sillaba. Ogni parola. Ogni idea. "Lo so, del mondo e anche del resto / lo so che tutto va in rovina / ma di mattina / quando la gente dorme / col suo normale malumore / mi può bastare un niente / forse un piccolo bagliore / un'aria già vissuta / un paesaggio, che ne so". E allora, sì, "io sto bene come uno che si sogna / non lo so se mi conviene / ma sto bene, che vergogna". Anche questo star bene, e questo doversene vergognare (perché troppo gravoso era il Pubblico dinnanzi al Privato), Gaber ha voluto cantarlo ancora. Fino alla fine.
Io non mi sento italiano è disco straziante e bellissimo. Più compiuto de "La mia generazione ha perso". Sarebbe stato bello vederlo a teatro. Specie i brani nuovi. Quelli "leggeri" e quelli duri. Il corrotto, che ha tempi de "L'odore" e ritmo de "Lo shampoo", avrebbe esaltato la verve comica – tutta una questione cartesiana di smorfie indelebili, gambe esili e occhi buoni. E "La parola io", come "I mostri che abbiamo dentro", avrebbe certo scosso il pubblico: "La parola io / questo dolce monosillabo innocente / è fatale che diventi dilagante / nella logica del mondo occidentale / forse è l'ultimo peccato originale".
Il Gaber de "Io non mi sento italiano" è quello di sempre. Quello che insinua il dubbio laddove scova soltanto vuote certezze; quello che su tutto si interroga, ma che mai dà risposte. Quello che – proprio lui, il "qualunquista" – è proprio il qualunque, l'assodato, che deve scardinare. Quello che, tra destra e sinistra, è la mancanza di morale a far maggiormente paura. Ed è per questo che, in "Non insegnate ai bambini", invita i padri a non contaminare i loro figli: "Non insegnate ai bambini / non insegnate la vostra morale / è così stanca e malata / potrebbe far male / forse è una grave imprudenza / lasciarli in balia di una falsa coscienza".
Il Gaber di sempre, sì. Anche quello che, volutamente, si divertiva con Luporini a scrivere brani provocatori. Il brano che dà il titolo al disco, non certo l'atto migliore del disco, è soprattutto questo: una provocazione. Un modo di dire, ancora, che a rattristarlo era soprattutto la mancanza di pensiero. L'indignarsi per cose stupide, come il dover cantare l'inno nazionale, quando in realtà "Mi scusi Presidente / se arrivo all'impudenza / di dire che non sento / alcuna appartenenza / [...] Ho in mente il fanatismo / delle camicie nere / al tempo del fascismo. / Da cui un bel giorno nacque / questa democrazia / che a farle i complimenti / ci vuole fantasia / Io non mi sento italiano / ma purtroppo o per fortuna lo sono".
Il miglior Gaber inedito è quello del brano iniziale, in cui si sente anche la sensibilità ispirata di Beppe Quirici. "Il tutto è falso", nata dallo spaesamento seguito ai fatti di Genova, è la nuova esigenza di saper scindere il falso dal vero, più ancora che il giusto dallo sbagliato, in un mondo che, "se tolgo ciò che è falso / non resta più niente".
Ci sono poi altre due riletture dal passato, "Il dilemma" (1980) e "C'è un'aria" (1994). La prima è uno dei capolavori assoluti del repertorio Gaber-Luporini. Gli autori sentirono il bisogno di scriverla quasi per "far media" con la sfera pubblica cantata (e resa momentaneamente prioritaria) in "C'è solo la strada": "Il loro amore moriva / come quello di tutti / come una cosa normale e ricorrente / perché morire e far morire / è un’antica usanza / che suole aver la gente". "C'è un'aria" è invece il j'accuse più ispirato di Gaber sulla bassezza della televisione: "I servizi aggiornati testimoniano gli eventi / con audaci filmati / e inquadrature emozionanti / di persone malate / che non possono guarire / di bambini denutriti / così ben fotografati / messi in posa per morire / C'è un'aria, un'aria, ma un'aria…che manca l'aria".
Il brano conclusivo, "Se ci fosse un uomo", è la canzone-monologo che chiudeva l'ultima stagione teatrale. Fa parte di quella galleria di "chiusure aperte", votate nonostante tutto alla speranza: "Io come persona", "Una nuova coscienza". La salvezza, in "Se ci fosse un uomo", risiede nella rinascita, nella riscoperta, nella rifondazione dell'Uomo: "Un uomo affascinato da uno spazio vuoto / che va ancora popolato / [...] Popolato da chi odia il potere / e i suoi eccessi / ma che apprezza / un potere esercitato su se stessi / [...] Popolato da un uomo / cui non basta il crocefisso / ma che cerca di trovare / un dio dentro se stesso".
Gaber spera ancora. Crede, come sempre, nel dubbio e nell'utopia. Vive, fino alla fine. E si fa, egli stesso, Appartenenza.