Categoria: Interviste 2000



Il Messaggero - Cultura & spettacoli pag. 19 - 30/03/2002


Gaber: "C'era una volta il bar. E il milanese"

di Paolo Mosca

Dialetti ieri, oggi e domani / Il cantautore parla della sua città e della lingua "più musicale d'Italia". Che negli anni 60 regnava in locali come il Santa Tecla, o tra amici, davanti a un biliardo. E ricorda quelle serate con Tenco, Celentano e Umberto Simonetta.
 

Montemagno (Lucca)
NASO lungo, orecchie da cocker, occhi sognanti. Da ragazzo, quando studiava ragioneria, al Liceo Cattaneo di Milano, inteneriva i suoi compagni meneghini: "Gaberscik, tu fai rima con artistich, romantich e nostalgich". Lui abbozzava sornione, e abbracciava più forte la sua chitarra: "Tanto lo sentivo che un giorno avrei sfidato il mondo col nome d’arte Gaber, e avrei conquistato qualcosa di più di quel diploma", dice oggi. Sessantadue anni, lo incontriamo nel suo rifugio toscano di Montemagno, dove con l’amico di sempre Sandro Luporini, dopo "La mia generazione ha perso", e "La razza in estinzione", sta scrivendo nuove canzoni e musiche controcorrente. Chiediamo a Giorgio Gaber che cosa è rimasto della milanesità, del dialetto meneghino: e soprattutto se nel 2002 è ancora possibile restare artistich, romantich e nostalgich.
"Certo che è possibile: ma ci vuole un coraggio da leoni rispetto agli anni ‘60. Allora, quando eri giù, t’infilavi in un bar, ti mischiavi a ladruncoli, professionisti sognatori e perdinotte, e sentivi “suonare” il dialetto milanese, il più musicale d’Italia. Quanta filosofia di vita ho imparato là dentro. Ecco, per noi amici, il bar era una specie di zona di passaggio tra la casa e il resto del mondo. Oggi, in una metropoli, chi va più la sera al bar a giocare a biliardo o a carte? Al massimo si va là dentro per vedere insieme la partita di calcio. E addio dialetto".

Posso chiamarla Cerutti Gino?
"Mi fa un regalo, perché mi torna in mente Umberto Simonetta. Dato che mio padre Gaberscik era triestino, a casa nostra, in via Londonio, si parlava una lingua poco poetica, ibrida. Ci voleva Umberto per ribattezzarmi il cuore tutto milanese: così sono nate il Riccardo e Trani a go go, perché è proprio vero che si passava la sera scolando barbera. Insomma, vogliamo paragonare un sano brindisi di buon rosso alle pastiglie di ecstasi dei nostri giorni?".

Ma per i ragazzi milanesi del terzo millennio, esistono ancora locali notturni suggestivi come il Santa Tecla?
"Quello era l’ombelico dei musicisti di Milano. Ufficialmente si suonava jazz, ci si esaltava parlando di Charlie Parker. Ma a notte alta, si scatenavano poeti come Jannacci e Celentano imitava Jerry Lewis cantando in dialetto milanese. Era una specie di cave parigina: ma quando all’alba uscivamo a respirare l’aria fredda, la nebbia ci ricordava che eravamo tutti figli della Madonnina".

Ma anche Jannacci è un milanese a metà. Suo padre era pugliese.
"Guardi, i milanesi veri e innamorati di Milano, sono tutti meticci. Diego Abatantuono lo diceva sempre: se volevi entrare nel giro di quelli del bar, dovevi parlare in dialetto stretto, a costo di far ridere tutti quanti. Del resto, lo sa chi era il coautore del mio primo successo 'Ciao ti dirò'? Un genovese, un certo Luigi Tenco".

Le ragazze di Milano si scioglievano di più con il dialetto?
"La chitarra e il milanese erano i miei cavalli vincenti. Il mio primo recital lo feci con Maria Monti, al teatro Gerolamo diretto da Carletto Colombo. 'Il Giorgio e la Maria'. Lei rappresentava migliaia di ragazze così così, che con la forza del dialetto riuscivano a sentirsi quasi belle. Sempre col milanese, ho conquistato negli anni ‘60 una studentessa della Statale di Milano che voleva fare del cinema e della televisione. Era genovese, si chiamava Ombretta Colli. Chissà, forse ha ceduto prima alle canzoni milanesi, e poi a me".

Vi siete ritrovati abbracciati lungo i Navigli?
"Certo. Le dedicai anche 'Porta Romana'. Quelle case di ringhiera di Milano sono uniche al mondo. Cantavo: 'In un cortile largo e fatto a sassi, io fischio e tu ti affacci alla ringhiera', ed è tutto vero. Poi: 'In giro per i prati fino a sera'. Quindi c’era ancora campagna intorno alle case. Insomma Milano è stata una ruffiana perfetta per farci innamorare alla follia".

Sul suo comodino, tiene le poesie di Carlo Porta?
"Non esageriamo. La filosofia di quel grande poeta meneghino sta tutta in un verso: 'Romantegh come sont, tutt quel che foo, sont condannaa a toeuIl foeura del me cco': romantico come sono, tutto quello che faccio, sono condannato a tirarlo fuori dalla mia testa. Uno slogan di vita impegnativo".

Le cito qualche altro artista milanese. Che cosa rappresentano per lei? Via. Piero Mozzarella.
"Un grande attore, per capirlo fino in fondo, tutta l’Italia dovrebbe imparare il milanese".

Giorgio Strehler.
"Un maestro irripetibile. Quando debuttai nel suo Piccolo Teatro di via Rovello con "Il signor G", mi sentivo orgoglioso di portare il suo stesso nome".

I Gufi.
"Quattro folletti che trasformavano la nebbia in una nuvola fantastica".

Jannacci.
"Un fratello generoso come Marcello, mio fratello di sangue".

Celentano.
"Un cugino, sicuramente di primo grado".

Poi spunta anche il dialetto toscano nella sua vita artistica.
"Davvero un guazzabuglio di dialetti. Già. Spunta Sandro Luporini. Negli anni ‘60, lui era un mio vicino di casa. Faceva il pittore. Volava con la testa più in alto di me. Quando guardavo i suoi quadri, mi sentivo davvero un ragioniere. La prima canzone scritta a quattro mani è stata 'Barbera e champagne', poi altre dieci, venti, cento, fino a 'Io se fossi Dio'. Ci siamo amati, odiati e scontrati sulle Brigate rosse: ma quasi sposati nell’umanità del dialetto milanese. Adesso siamo ufficialmente parenti. Mia figlia Dalia, infatti, ha sposato il nipote di Sandro. Così sono un meticcio lombardo-toscano. E poi ditemi che la vita non è imprevedibile".

È vero che lei ce l’ha a morte con gli architetti di Milano?
"Hanno infierito con il machete sull’armonia della città, inserendo stili differenti, case e monumenti gelidi da nord Europa in una città tenera, intimista".

Lei è nonno. Trasmette la milanesità ai suoi nipoti?
"Premetto che hanno soltanto sei e tre anni. Ma quando sono nervosi, cerco di tranquillizzarli con la chitarra, cantando 'Le strade di notte'. Sul serio, d’inverno è ancora struggente alzare il bavero del cappotto e buttarsi nel mistero della Milano notturna".

Milano, è più di destra o di sinistra?
"Guardi, sono tornato a votare nel maggio scorso. Non infilavo la scheda nell’urna dal 1974. Comunque, ho votato Ombretta soltanto per amore, non certo per convinzione politica. Io canto che il culatello è di destra e la mortadella di sinistra, o che la cioccolata svizzera è di destra e la nuteIIa è ancora di sinistra. Mentre non so, tra capitalismo e consumismo, chi mi ha deluso di più. Credo però che i milanesi, non essendo stupidi, cambino idea in continuazione. Se è furbo, il politico deve farli votare al momento giusto, prenderli al volo".

Perché, secondo lei, i milanesi dovrebbero parlare ancora il loro dialetto?
"Non sono d’accordo con Adorno. Lui diceva che il dialetto era un modo di mangiare le parole quando la gente aveva fame. No, io non voglio mitizzare il dialetto meneghino, ma credo che conservare le radici, o perlomeno ricordarle, sia importante per affrontare presente e futuro".

Quante chitarre ha?
"Quattro. Due qui in Toscana, una a casa di Luporini, ma quella più vecchia, che adoro, è nella mia casa di Milano".

Un augurio alla sua città del cuore?
"Ritrovarci una sera tutti quanti al bar, ma con il televisore spento. E cantare insieme. Come ai vecchi tempi: tra ladruncoli stonati, professionisti romantici e perdinotte".