Categoria: Articoli '90



Il Messaggero - Spettacoli - pag. 20 - 13/11/1990


Uomini e topi: un giallo

di Rita Sala

Prosaprime. "Il Grigio" di e con Giorgio Gaber è in scena da ieri sera al teatro Eliseo.
 

Monologo in due tempi tra filosofia, critica e umorismo

L’autore-regista-attore racconta al microfono la storia della lotta ingaggiata con un animaletto peloso dall’intelligenza incredibile, emblema del dissidio fra la quiete utopica e il dubbio necessario

All’Eliseo, in sostituzione del previsto "M. Butterfly" con Ugo Tognazzi e Arturo Brachetti, che avrebbe dovuto occupare in questi giorni il palcoscenico di via Nazionale, è andato in scena ieri sera un fortunato spettacolo di Giorgio Gaber, "Il grigio", già visto a Roma la scorsa stagione al teatro Giulio Cesare.

Scritto in collaborazione con Sandro Luporini, "Il grigio" è, in sintesi, la storia del rapporto emblematico fra la quiete sognata e il dubbio necessario. Esprime alcune recenti acquiszioni dell’autore-attore, che Gaber tiene a mettere in evidenza: l’uomo come unità indifferenziata di normalità e coraggio; l’amore come concretezza; la banalità del quotidiano come possibile contenitore del pensiero anarchico e antimassificatorio. Ma quel che vien proposto allo spettatore, parola e gesto, non è una collezione di principi e sermoni, né si prefigge - come altre performances del Gaber teatrale - didascalie, indicazioni utili, ritratti d’epoca. Siamo di fronte, qui, a un "quasi giallo", un buon thrilling che, partendo dall’immensa solitudine del protagonista, s’allarga alla visione del mondo neo-antropocentrico caro all’autore. Gaber, in altri termini, riagguanta l’individuo al di fuori dei suoi involucri contemporanei e se ne occupa da vicino, gli mette una mano sulla spalla chiedendogli anche il permesso di fare un po’ d’autobiografia.
Grigio è il nome di un topo, topo simbolo che diventa alter ego insostituibile di un uomo stanco a caccia di se stesso. Non compare mai in pelo e coda. La sua massa breve, scattante e insidiosa è solo evocata, materializzata dalla parola e dall'azione dell’interprete unico. E Gaber, lassù in palcoscenico, recita senza troppa distanza dal personaggio, eppure brechtianamente. Racconta l’odissea di un povero Lui, spaesato, separato, padre di un figlio avuto dalla moglie e forse padre di una bambina avuta dall’amichetta, a propria volta coniugata. E via con l’avventura. Nel monolocale ampio e chiaro di una casa di campagna, dove il protagonista tenta di ovviare a una dolorosa perdita del senso, s’ingaggia una lotta immane fra l’uomo e il topo. Meraviglia e allarme: il Grigio risponde a ogni colpo con mostruosa intelligenza, sfuggendo a tutti i trabocchetti.

Da attore di cervello e di sentimenti, più che di accademia, l’artista milanese usa il microfono. Toni e timbri si assoggettano a qualche controllo della dizione, ma i regionalismi rimangono, mantengono verità e freschezza al monologo in due atti. Il Nord insomma - i suoi progressi, i suoi vizi e le sue lucentezze di pensiero - trovano rifugio nelle vocali irrimediabilmente aperte, negli intercalari metropolitani cari al Gaber delle canzoni e degli shows leggeri, nella solita gestualità da Jean-Louis Trintignant della via Manzoni. Ma la prerogativa principale dello spettacolo rimane l’osmosi fra testo, ambiente e interpretazione, un mélange equilibrato e aromatico che il pubblico comprende e segue, esorcizzando nel gradimento la densità dei contenuti. Anzi, proprio quando la storia assume i lineamenti sofisticati di una narrazione surreale e ipnotica, quando il Grigio percorre indisturbato, nottetempo, i tubi del termosifone, o scivola senza strepito sui vetri del lucernario, la platea elabora per proprio conto segni e sensi alla Garcia Màrquez, alla Cortazar, alla Borges (benché gli autori denuncino, invece, riferimenti a Pessoa, Botho Strauss, e Lautréamont). Persino la poesia minimale, i segni che solcano la schiena di una donna dopo l’amore fatto sul pavimento o l’elegia dedicata alle spalle del capofamiglia lavoratore, ebbene, questa poesia giunge chiara a chi guarda e ascolta. La gente si fa addirittura complice dei dialoghi che Gaber intrattiene con un Dio a cui consiglia, nei confronti dell’uomo, "consapevolezza e amore".

Le luci dello spettacolo le hanno firmate, all’origine, Franco Tengattini e Marco Benetti; il suono è di Valerio Savini, le musiche di Carlo Cialdo Capelli (tastiere) e Corrado Sezzi (batteria). Gaber, a fine spettacolo, non disdegna cantare canzoni "storiche" del suo repertorio: dipende dall’umore e dalle richieste della platea.