Categoria: Io non mi sento italiano



musicaitaliana.com  - LE ULTIMISSIME - 24/01/2003


Le provocazioni del "Signor G"

di Giuseppe Fidelibus

Esce domani il nuovo album di Giorgio Gaber
 

Alla vigilia di quello che sarebbe stato il sessantaquattresimo compleanno di Giorgio Gaber e in contemporanea con l'uscita di "Io non mi sento italiano" (CGD East West), Musicaitaliana.com rende omaggio al "Signor G" ospitando le riflessioni del filosofo Giuseppe Fidelibus, estimatore ma soprattutto grande amico dell'artista scomparso lo scorso primo gennaio. Un intervento "diverso dal solito", profondo, teso a scovare lo spessore umano e culturale del cantautore milanese. Provocazioni che penetrano nei testi di Giorgio Gaber, che nascono da un'amicizia in azione (quando insegnava Filosofia al Liceo, il Prof. Fidelibus era solito iniziare le sue lezioni facendo ascoltare e provocando i suoi alunni sulle canzoni di Gaber), convincimenti maturati in un rapporto ventennale dietro le quinte alla fine di uno spettacolo, in incontri con gli studenti all'indomani di un concerto, a cena in pizzeria o, addirittura, in camerino prima di salire sul palcoscenico. Un modo originale per dire "grazie" Signor G, forse proprio come piaceva a lui...
Chiedo scusa se parlo di Maria, ci son troppe cose che sembrano più importanti... Maria: la realtà

La morte di Giorgio Gaber – per chi scrive e dopo una ventennale amicizia – anziché "ammortizzare", acuisce l'urto di provocazione che queste sue parole arrecano alla vita di tutti i giorni. Se la realtà è testarda, certamente Giorgio ha dato voce (parola/gesto) a questa "testardaggine" con tutta la sua persona. Ideologie e riduzionismi (tutti gli ismi compresi, come i tanti che in questi giorni di dolore si sono letti sui giornali) hanno cercato di soffocarla tacciandola – manco a dirlo – di pessimismo. Ma il laico Giorgio ha già reso il pari ai grandi "tromboni" e sacerdoti della cultura ideologica odierna; sì, il suo pessimismo – se ce n’è uno – riguarda proprio l'ideologia e i suoi maestri: m'interesso di qualsiasi ideologia ma mi è difficile parlare di Maria... la realtà. Lui non ci sta. L'ideologia non ripaga quanto a realtà (l'illusione è la sua moneta) sebbene possa temporaneamente ripagare in termini di successo, potere, denaro. Il Giorgio, persona ed artista, con perfetto sincronismo di gesto e parola dismette questo "costume" troppo stretto nella vita non meno che sul palcoscenico: m’interesso di politica e sociologia per trovare gli strumenti e andare avanti... ma mi è difficile parlare di Maria... Maria: la realtà. Il Signor G ci laicizza da quel subdolo sacerdozio ideologico.
"La mia generazione ha perso" – l'album che ha segnato due anni fa il ritorno, dopo vent'anni, di Gaber nei circuiti tradizionali della distribuzione musicale – non è espressione di rassegnazione quietista, è invece il giudizio sul fallimento inesorabile e sciagurato dell'ideologia: quella che ha esigito le sue vittime lungo tutto il XX secolo. Un giudizio tanto più realistico – quello del Signor G – quanto più emesso insieme al dolore di uno che ne ha vissuto l'esperienza diretta (la grave malattia di questi ultimi anni). Ma, se non è di Gaber il pessimismo, non lo è – a maggior ragione – il vittimismo: Maria: la realtà è la sua riscossa di uomo, dunque di pensiero. Affetti, denaro, carriera, successo, dolore e malattia gridano in lui l'umana sete di realtà – realtà nella sua origine (Maria) – in un'epoca che, spensieratamente, queste cose affida ai "fumi" di cartomanti, maghi e astrologi (fregasoldi) senza neppure il gusto di quell'ironia che, però, solo una grandezza può instaurare. In fatto di ironia (ed autoironia) Giorgio è maestro... Forse è proprio questa la ferita che lui mi lascia (senza lasciarmi): non puoi voler bene ai genitori, alla tua donna, a colleghi o compagni di strada, alle cose che ti piacciono senza desiderare che tutto ciò sia sottratto al regno dell'apparenza e restituito alla sua identità, alla sua realtà originaria, soddisfacente: laddove sia strappato al dominio dell'illusorio fallimentare ("Far finta di essere sani"). Gaber ci ha riportati alla realtà restituendoci alla nostra sete di essere: vera soddisfazione; egli non conosce l'alternativa "o-tutto-o-niente" ma ne pone una più profondamente umana: "o-tutto-o-tutto" ("il nulla" non è interessante, è solo una tentazione che fa propendere alla finzione). Tutto, ogni cosa nell'aria e nella luce, sia restituito a Maria: la realtà nell'evidenza che debba essere felice... debba essere esistenza. Andiamo a riascoltare il monologo con canzone "La realtà è un uccello": organizzatori e managers, conduttori televisivi o politici, calcolatori e progettisti, chiunque – nella nostra epoca telematica a tutti i costi – può trovarvi il pungolo provocatorio a riconoscere la realtà se la si vuol trattare senza omologarla come un informe software. Il suo impressionante impeto estetico porta, dritto, all'affermazione dell'essere: capire che non basta capire; ma... non è ancora capire; ma non basta capire: bisognerebbe ESSERE ("L'insolito commiato del Sig. Augusto"). Come dire, non basta essere "gaberiani", bisognerebbe partecipare dell'essere cui Giorgio ha reso testimonianza: "Io, se fossi Gaber". Maria: la realtà: è la semplicità dell'impossibile!
Una seconda provocazione dalla sua arte e dalla sua persona catalizza ogni nostro coinvolgente interesse, in impegno e dedizione nel trattare la realtà. Un sentimento qualche cosa come un ricordo ormai lontano per difendere quel mistero che era l'uomo… MISTERO: niente ermetismi né esoterismi; nulla attingi con soddisfazione (la ragazza, il tempo, il lavoro o i soldi) se non affermando il Mistero che è la realtà, quella realtà. Giorgio, disseppellisce questa parola dalla coltre di muffa in cui la mentalità oggi dominante l'ha avvolta. L'esautoramento del Mistero dai rapporti con cose e persone erige il fenomeno del "qualunquismo" a legge di ignoranza su tutto: il nuovo qualunquista guarda anche lui il presente, un po' stupito di non aver capito niente. La realtà, in altre parole, non mi si rende presente se non dove è affermata la sua natura di Mistero; l'alternativa, perciò, non è la razionalità ma l'imbecillità, tipica solo degli "intellettuali" (vedi il monologo omonimo). Gaber appartiene a quella schiera dei semplici che, solo, esistenzialmente sanno andare spediti al cuore misterioso di ogni cosa: l'uomo capisce tutto, tranne le cose perfettamente semplici (monologo "Giotto da Bondone"). Senza l'affermazione dell'insondabile Mistero non c'è conoscenza, non si dà ragione e, in buona sostanza, non è concepibile l'esperienza dell'amore (si vedano: "Dopo l'amore", "Il dilemma"). Giorgio racconta delle cose e persone più care restituendole alla distanza di Mistero del loro stesso significato: non siamo invitati a privarcene ma a possederle veramente. Viene voglia di pensare così alla verginità: provate a riascoltare il brano "Buttare lì qualcosa"; c'è la nostalgia appassionata di un possesso di tutto con ultimo misterioso distacco dentro. Glielo dicevo, "è questa, in te, l'esperienza del senso religioso": un senso quieto e religioso in cui ti viene da pensare... ("L'attesa"). Il conformista – com'è nel brano omonimo – sorge proprio sull'abolizione (o censura) dell'esperienza del Mistero che ogni incontro arreca. Quella dell'anticonformista non ne è che lo scimmiottamento opposto ma speculare: la "moda" ("Quando è moda è moda", "Si può"). Provare per credere. Ciò che mi colpiva sempre vedendolo sul palcoscenico era il rispetto, fisicamente percettibile, del mistero che la nostra presenza in platea costituiva per lui: qualcosa di sacro dinanzi a cui fermarsi o entusiasmarsi – ricordate i suoi salti bizzarri durante gli applausi? Ma era così anche nei dialoghi a cena: un testimone dell'invadenza del Mistero nei rapporti. Forse lo sorprendo e lo intuisco solo ora. Il Signor G, un "signore" anche per questo: non il propugnatore paladino del dubbio a-tutti-i-costi ma l'artista e uomo della discrezione del Mistero in tutto e con ciascuno.
Da ultimo, "Io come persona". Realtà e Mistero trovano il loro massimo centro esplicativo in un punto: l'IO/PERSONA. "L'uomo che sto seguendo", "La massa", persino il buffo e ironico "Quello che perde i pezzi" ripropongono la centralità pluriforme dell'io come la suprema sfida al conformismo e all'anticonformismo; stessa omologazione. Lui, restìo alle facili aggregazioni, la sua stima, tenacemente positiva e drammaticamente vissuta, dell'IO/PERSONA resiste ad ogni riduzione univocamente sentimentalistica, volontaristica o razionalistica del mondo umano. L'attestazione più inequivocabile è ed è stata la SUA persona. In un'epoca che oscilla tra gli emozionalismi introspettivi in stile New Age, i razionalismi esasperati degli "esperti" e i volontarismi farisaici di tanto mondo generosamente impegnato nel volontariato sociale ("Il potere dei più buoni", "Il sociale", "Buttare lì qualcosa") egli si trova a riaffermare l'apertura di attesa dell'uomo all’Infinito e la nostalgia di un "noi" che, solo, può contrassegnare il cambiamento reale della persona: "Sarei certo di cambiare la mia vita se potessi cominciare a dire noi". Grazie Signor G e... arrivederci!
(Giuseppe Fidelibus)

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Un ringraziamento a Camilla Valori per la segnalazione dell'articolo riportato in questa pagina.