Categoria: Interviste '80



Ciao 2001 - - 1983


Quel malinconico signor Gaber - confessioni di un autore

di Mietta Albertini

Intervista esclusiva - “... Mi trovo nella situazione di aver fatto già più di quello che mi aspettavo, adesso ho ancora davanti del tempo, andrà a finire che dovrò fare altre cose”. Gaber rompe il silenzio-stampa e ci rilascia questa lunga intervista che consente di mettere a fuoco alcuni aspetti della sua personalità di artista poliedrico. Gli impegni, il lavoro, l’amore, la coppia, piccole verità di questi anni affollati.
 

A Milano, al teatro Carcano, Giorgio Gaber fa il "tutto esaurito" come sempre.
Ma c'è qualche cosa di diverso questa volta: in scena non è solo e non canta. "Il caso di Alessandro e Maria" è il titolo dello spettacolo, e Gaber è in scena con Mariangela Melato e tre musicisti, Johannes Trio, che eseguono musiche non sue.

È la prima volta che fai uno spettacolo non da solo, che abbandoni la formula del recital che ti accompagna ormai dal 1970, fino allo scorso anno con "Anni Affollati ". Come mai questo cambiamento, uno spettacolo recitato e non da solo?
— Forse lo stimolo di affrontare un teatro di prosa che parlasse dell’oggi. Secondo me la prosa delega quasi sempre il cinema a parlare di cose che avvengono oggi. E quindi, io e Luporini abbiamo detto "secondo noi oggi si può fare un teatro che parli, riferisca e rappresenti la nostra poesia in Italia". Questo è un aspetto. Un altro può essere quello di dire "usciamo da una esperienza in cui sentiamo sempre una campana, il parere di un personaggio solo". Qui ce ne sono due e la realtà comincia ad avere una dubbia sfaccettatura. Un altro elemento è che la Melato ha detto che avrebbe fatto volentieri uno spettacolo di prosa con me, e questo ci ha anche stimolato. Poi anche il fatto di vedere se un certo tipo di linguaggio teatrale trovava una rispondenza nel pubblico. Se c’era una possibilità di comunicazione anche su quel piano lì. C’è un complesso di ragioni che mi hanno portato a questa scelta.

Ma l’idea di uno spettacolo recitato maturava già da alcuni anni, vero?
— Sì, addirittura questa idea dei due che si sbranano, piangono, ridono...è una idea per la quale si parlava di un film già tanti anni fa. Volevamo fare un film, poi non l’abbiamo mai fatto.

Tra l’altro, Il pubblico come si trova, sono già tutti informati del fatto che nello spettacolo non ci sono canzoni?
— Sì, lo sanno già tutti, assolutamente, e mi pare che abbiano sin dall’inizio un atteggiamento diverso, ammesso che sia lo stesso pubblico. Però secondo me non è vero che è lo stesso pubblico quello dei recital e quello dello spettacolo di prosa, c’è una leggera differenza. Vedo delle facce che non ho mai visto, c’è un pubblico che non mi ha mai visto nei recital.

Ti sei anche recentemente concesso ad interviste televisive, cosa che non facevi da moltissimi anni, a parte la ripresa televisiva di un tuo spettacolo di retrospettive. Anche in questo c’e il segno di qualche cambiamento?
— No, mi pare che non ho mai tatto queste cose, un po' perché non mi diverto ad andarci, quindi non ci vado. Diciamo che la ragione è quella, tanto più che i teatri sono pieni, e anche andare a fare la pubblicità ad un teatro pieno, non ha molto senso, perché tanto la gente viene lo stesso. Fai conto però che questo spettacolo è un po’ meno privato, mio, perché non sono più da solo; lo stesso Luporini, oltre a Mariangela, c’è effettivamente una specie di impegno di più persone. Mi pareva che un piccolo sforzo andasse fatto per riferire quanto avviene, il fatto che faccia da dodici anni gli spettacoli con i teatri esauriti, non è che lo sanno tutti, lo sanno quelli che vengono e non trovano il posto. Adesso che non sono solo trovo giusto che si sappia.

Da molte cose che dici nei tuoi spettacoli sembra che tu e Luporini conosciate abbastanza bene la psicologia femminile. Avete qualche collaborazione da parte dell’altro sesso o questi testi sono il risultato di un accorto spionaggio?
— Non credo che conosciamo moltissimo le donne. Diciamo che evidentemente esiste da parte nostra una particolare attenzione. D’altronde non credo che, parlo di scrittori importanti, per scrivere dei personaggi devono essere stati tutti i personaggi che hanno scritto. Evidentemente hanno una sensibilità loro. Mi fai un complimento a dire questo tipo di cose, che ci sono momenti di riconoscibilità da parte delle donne.
Questo spettacolo in particolare riguarda i rapporti di coppia...
— Perché mi pare che non siano una cosa superata, esistono ancora, perché non parlarne. Poteva essere stato scritto anche 100 anni fa. È un tentativo di indagine e di approfondimento ancora in quel senso.

C’è un punto nello spettacolo in cui dici "Ma non capisci che è una fatica innamorarsi nel solito modo... Tutte le cose che devi fare, tutto il percorso...". Questo è un discorso che in verità ho già sentito spifferare nelle conversazioni tra amici. È questa l’aria che tira? Siamo davvero arrivati al punto che innamorarsi e una fatica? Forse hanno preso il sopravvento altri valori?
— Non credo, per noi questo serviva molto ai personaggio, conoscendo i percorsi che si fanno in quei casi e la ripetitività, devo dire che chiunque la pensi così a freddo, chiunque abbia un po’ vissuto questo tipo di storie, conosce già buona parte dei percorsi, le frasi che ci si dicono, e quindi in effetti può ironizzare su questa ripetizione quasi fastidiosa. E poi la storia d’amore continua, e uno continua a ripetere le stesse cose, e rimane tutto uguale, non è che poi cambi tantissimo.

Un tempo nei tuoi spettacoli esaltavi la città, l’asfalto, ridicolizzavi quelle quattro querce rimaste a Milano. Poi hai teorizzato il trasferimento in campagna. Come sta la campagna, come e stato questo trasferimento?
— Mah, io continuo ad essere diffidente, non ho una grande confidenza, poi tu sai che, quando sono lì in campagna, io vivo come a Milano, non è che la mia vita cambi, è un problema di maggior isolamento, che per altro spesso non avviene perché c’è tanta gente, però lavoro bene, mi piace la casa, ma non è il tuffo nella natura. Non si tratta certo di quello.

Vince la città?
— Vince la città anche se la ritengo un po’ meno interessante. Per anni quando andavi via sentivi il fatto di perdere qualche cosa, avvenivano delle cose che tu sentivi di perdere. Adesso un po’ meno. Anche se stai via due o tre mesi e poi ritorni, non è successo un cazzo.

Tu fai parte della Associazione degli Autori, me ne parli?
— Sono stato nominato presidente della Associazione Autori, autori di testi letterari e musicali. Nasce questa associazione perché il diritto d’autore sulla musica leggera, che è sicuramente quello più considerevole ai fini dell’entrata S.l.A.E., secondo quello che pensiamo noi, non è assolutamente tutelato, e quindi ci siamo riuniti per vedere di difenderlo un attimo. Sicuramente il contrasto è causato credo soprattutto da una specie di nuova situazione che si è venuta a creare proprio con la diffusione della musica da parte di radio e televisioni private, il diritto d’autore invece è ancora legato a canoni molto antichi. Quindi l’intervento è anche per tentare di capire un po' questi bollettini che arrivano, i rendiconti che arrivano a tutti quelli che fanno il mestiere dell’autore, sono delle carte illeggibili. Tentiamo di fare un minimo di chiarezza su questo argomento. La situazione si è modificata.

Da quando hai cominciato a fare gli spettacoli con la formula del "recitaI", i tuoi dischi sono sempre stati legati allo spettacolo che facevi. Questa quindi è senz’altro una visione piuttosto particolare della canzone, del mercato e della distribuzione dei dischi, le tue non sono canzoni da Hit-Parade...
— Sì, non è che io abbia preso delle decisioni particolari, mi sono sembrati più belli i dischi che facevo dal vivo che quelli che facevo in sala d’incisione. Non mi diverto molto in sala d’incisione, non sono un appassionato di suoni, mi avvilisce riferire le mie soddisfazioni per quello che faccio alla vendita di un disco. Quindi ho preferito fare dei dischi che testimoniassero i miei spettacoli. I dischi più belli che ho fatto sono quelli degli spettacoli, evidentemente non sono capace di fare gli altri. La sala di incisione è un luogo che mi intristisce. Voglio dirti che ogni volta che sento la riproduzione di uno spettacolo, mi sembra di essere lì, vivo la cosa, mi sembra vera, mi sembra possa risultare più bello anche per chi ascolta. In effetti poi, a parte che me lo dicono, quando mi capita di fare ancora delle incisioni, perché magari non c’è lo spettacolo e lo spettacolo viene dopo, lo sento anch’io, mi annoio ad ascoltarli, non hanno lo stesso senso, anch'io canto peggio, mi sembra proprio di cantare peggio, con minore entusiasmo, una roba un po’ più asettica, il mio prodotto discografico è spesso asettico, non mi piace.

Il pubblico dei tuoi dischi è sempre quello degli spettacoli?
— Sì, il pubblico mio dei dischi è un po’ quello che segue questo discorso che faccio da anni, poi magari non ha visto lo spettacolo e compra il disco lo stesso, però in generale c’è più il rapporto artigianale tra quello che fa lo spettacolo e quello che compra il disco per riascoltare lo spettacolo.

In questo momento, qual è il futuro dei tuoi dischi e delle tue canzoni?
— Alla fine di questo spettacolo voglio scrivere un po’ di canzoni, quindi mi fermerò per scrivere un po’ di canzoni con Sandro (Luporini) proprio perché abbiamo voglia di provare. Dopo una pausa di un paio d’anni, ci vien voglia di scrivere un po' di canzoni.

Per fare dischi o spettacoli?
— Par fare delle canzoni che ci piacciono, poi l’uso lo si deciderà, non ho proprio idea. Anche perché quando faccio una cosa non so mai cosa faccio dopo. Devo fermarmi a pensare. Non faccio grandi progetti a lunga scadenza.

Cosa ti ritieni adesso, un cantante, un attore, un regista, visto che l’anno scorso hai fatto l’esperIenza di regista senza essere in scena, con lo spettacolo "I viaggi di Gulliver"?
— Direi che la cosa diventa sempre più complicata, perché una volta avevo meno possibilità di essere in dubbio su quello che facevo. Cantavo, quindi... avrei dovuto definirmi autore... Oggi poi diventa un casino perché in effetti ho fatto tanto cose, quindi definirsi diventa sempre più difficile, ma io credo sia il destino di tutti noi, per chiunque credo sia difficile definirsi, se lo chiedo a te credo saresti nella stessa difficoltà.

Quindi vuoi tornare a fare canzoni...
— Ma non perché voglio tornare, mi pare di divertirmi, ho la chitarra qui in camerino, provo un attimo, trovo delle cose che mi piacciono, andrà a finire che faremo un po’ di canzoni. Però non è che ho già in mente che cosa farò dopo marzo o la stagione prossima... non ne ho la minima idea. Mi capita proprio sempre, direi che in genere i lavori sono un godimento ma anche una fatica, quindi si ha la sensazione che la cessazione di un lavoro sia quasi un bisogno fisiologico, è solo quando hai questa rilassatezza e la mente libera che possono nascere delle urgenze. altrimenti quando stai lavorando quello che tu pensi di poter fare è spesso velleitario, è difficile stabilire quello che ci urge fare, non lo puoi decidere mentre fai un’altra cosa, se no sei confuso e fai casino.

Sei soddisfatto di te?
— Direi che se guardo indietro, ho fatto anche di più di quello che pensavo, non è che avessi progetti particolarmente ambiziosi. Adesso ho ancora un po’ di tempo perché non sono vecchissimo, questo mi preoccupa un po'...

Cosa? Ti preoccupa il fatto di essere ancora troppo giovane? Sei l’unico con una preoccupazione del genere...
— Sono preoccupato perché andrà a finire che dovrò fare altre cose. E sì, perché quando uno dice "Va bè, quello che ho fatto ho fatto" è contento, "ho fatto questo e quest’altro, va bè, mica male...". Invece io che mi trovo nella situazione di aver fatto già più di quello che mi aspettavo, adesso ho ancora davanti del tempo, andrà a finire che dovrò fare altre cose.

Tu tra l’altro hai anche partecipato ad un film, "Il minestrone" che presto andrà in televisione...
— Ecco, io quello so di non esserlo, un attore del cinema non lo sono, l’unica cosa che so di non essere.

Ma hai avuto altre proposto di lavoro in questo senso?
— Sì, in questi anni il cinema ogni tanto batte alle porte, ma il cinema Italiano è molto scadente, quindi è difficile trattare a livelli di dignità. Offerte squallide già in partenza, poi dato che non sono un attore, anzi forse non lo sono proprio mai un attore, che non sono sicuro delle mie capacità, e che le offerte sono scadenti, allora a quel punto lì non lo faccio, ringrazio del pensiero ma pazienza, c’è anche gente più brava di me. Il cinema è tutta un’altra bestia. Come anche il teatro. Con l’esperienza di quest’anno ti vien voglia di dire "bè, già che siamo qui approfondiamo" in tutte le esperienze si ricomincia sempre da capo anche se ho fatto tanti anni di teatro, poi mi rendo conto che in ogni cosa che fai ci sono tantissime cose che hai dato per scontato, e che invece si imparano via via facendo. L’attore lo imparo a fare ogni sera. Direi che sono un debuttante come attore. Gli attori imparano una cosa e continuano a farla, io cambio tutte le sere, perché sto cercando, sto imparando. Spero di migliorare. I risultati so che sono discreti, ma penso si possa fare di meglio.

Hai ricevuto proposte di lavoro anche in teatro?
— Sì, qualcosina anche in teatro, però sai, in teatro è abbastanza difficile, perché in effetti sono un po' autonomo. Devo dire poi che non amo neanche essere un attore, credo che il lavoro dell’attore, fatto proprio così come l’interprete di un personaggio e basta, non mi piacerebbe mica tanto, e quindi penso che anche questo tipo di offerte, di entrare nel personaggio, Stanislavskij... non me ne frega. Insomma mi sembra che il lavoro più interessante che abbia fatto in tanti anni, e anche in questo spettacolo, cosa che nessuno, anche della critica ha detto, che poi i critici si sa non capiscono nulla, non capiscono neanche quello che fai, sbagliano a dire, non perché scrivano male, che poi magari scrivono anche bene delle volte, ma anche quando scrivono bene non capiscono quello che dici... Mi sembra che una cosa sia interessante dello spettacolo, ed anche dei recital: non è il fatto che io canti bene piuttosto che i testi siano importanti o che le luci siano giuste, o che l'attrice che lavora con me sia la più brava che c’è in giro, è il "fatto" che è interessante, il fatto che avviene quella sera lì e le altre sere, e che riguarda il piccola contributo che possiamo dare noi nel dare la testimonianza di quello che è la vita di oggi. Quindi mi sembra che sia questa la cosa che si avvicina di più a quello che mi piacerebbe essere, cioè uno che racconta quello che ci succede tutti i giorni, anche nella banalità di un fatto come questo, il rapporto tra un uomo e una donna, e che tenta di approfondire per riuscire a trovare delle piccole verità in più da restituire a chi te le ha suggerite.


Ciao 2001 autunno-inverno 1983 Pag. 8-11