Categoria: Articoli '80



Il Manifesto - Musica - 23/01/1982


Gaber bravo e furioso prende per il bavero gli ultimi 15 anni.

di Roberto Caselli

"Anni affollati" a Milano
 

MILANO. Anni affollati è il nuovo spettacolo di Giorgio Gaber. L’altra sera al teatro Carcano di Milano è stata presentata la "prima" ufficiale tra una cornice di pubblico che ha fatto registrare il più che esaurito ed ha applaudito costantemente.
Pubblico giovane che, c’era da giurarlo, non aspettava altro che prendersela un po’ con tutti, assestare un colpo a destra, un altro a manca e magari uscire con le idee ancora più confuse. Se cosi voleva, effettivamente è stato accontentato. Gaber è bravo. Un copione ben articolato, rigidamente preordinato, una recitazione coinvolgente, un mimo misurato, il tutto su un palco completamente nudo di scenografia. Solo una sedia, modello vecchio (simbolo di decadenza?), poi lui, con la sua voce un po’ nasale i monologhi, le sue canzoni.
Inizia con il brano che dà il titolo allo spettacolo, "Anni affollati". Una sorta di carrellata attraverso dieci anni molto intensi, tra questo il ‘68 naturalmente: il preludio al primo monologo, il tema è il presente: "il presente non esiste perché è formato da un po’ di passato e un po’ di futuro". E allora è necessario smitizzare il passato per vivere meglio il futuro. "La cosa più intelligente è quella appunto di giocare astutamente con i segnali del tempo, ma attenzione: tra l’avere la sensazione che il mondo sia una cosa poco seria e muovercisi dentro (perfettamente) a proprio agio, c’è la stessa differenza (che c'è) tra (l'avere) il senso del comico e essere ridicoli".
Poi attacca con "L’ultimo uomo": l’argomento ormai un po’ scontato, si parla dei giovani visti da reazionari di mezza età con gli ovvi apprezzamenti che ne derivano. Si passa poi alla "Masturbazione", una simpatica analisi sulla noncuranza dell’altra persona e. si viene a uno dei pezzi più attesi quel "Io se fossi Dio" che tanto scandalo provocò al momento della sua uscita. Il brano è un po’ la sintesi di ciò che Gaber ci racconta da oltre 10 anni nei suoi spettacoli. Una prima incazzatura contro tutto e tutti, un livore anarcoide, probabilmente sincero, che rivela i limiti di un’analisi che non si capisce bene dove sia finalizzata se non nella liberazione che comporta inveire.
"Io se fossi Dio chiuderei la bocca a tanta gente, che siano untuosi democristiani o grigi compagni del Pci. Compagno radicale, la parola compagno non so chi te l’ha data, ma (in fondo) ti sta bene tanto ormai è squalificata". E ancora: "Compagni socialisti con la vostra schifosa ambiguità ringraziate la dilagante imbecillità". E' l’analisi spesso vera ma sterile di chi si pone al di fuori delle istituzioni comunque, con tutti i rischi che comporta l'individualismo. Nella seconda parte dello spettacolo Gaber continua con il medesimo stile: passa in rassegna la noia, la depressione (splendido a questo proposito il pezzo "Pressione bassa") e la misantropia che trova il suo acume nel monologo "L’anarchico". Poi prende corpo il frustato tentativo di dialogo con un porcellino d’india indifferente al bisogno di superare la solitudine e l’indifferenza; il tema di sviluppo e si proietta verso l’esistenziale e ha come epilogo la morte: ultima possibilità di contatto reale.
Si arriva così al futuro: "Purtroppo ho pochissimo da dirvi sul futuro. Davanti c’è solo uno spazio vuoto. L’importante è guardarlo attentamente, come se da un momento all’altro le cose potessero uscire dal silenzio e rivelarsi". I testi rispetto agli spettacoli precedenti sono meno geometrici, più ricercati, intellettuali. E talvolta è più difficile seguirlo, sempre però interpretati con una grande tensione emotiva. Gaber durante lo spettacolo non si è risparmiato, il pubblico ha apprezzato e lo ha richiamato per ben cinque bis.


(n.d.c.)