Categoria: Interviste dal Web



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1998, Mollica incontra Giorgio Gaber in occasione dello spettacolo “Un’idiozia conquistata a fatica”

di Vincenzo Mollica

Trascrizione dell'intervista televisiva a cura di Vincenzo Mollica a Gaber per TV7 (Rai 1).
 

IL TITOLO DEL TUO SPETTACOLO È UN'IDIOZIA CONQUISTATA A FATICA…
Un titolo evidentemente ironico. Si parla di questa idiozia come di una meta che a poco a poco siamo riusciti a raggiungere, l'intelligenza ha lasciato spazio ad un prodotto che, il più delle volte, è scadente e non parlo solo dello spettacolo ma anche della vita di tutti i giorni. Mi sembra che questo titolo, inteso come estremizzazione di certi atteggiamenti, abbia un suo spirito.
Racconti il nostro tempo con molta lucidità e anche in maniera molto tagliente, non gli dai molte scusanti.
Vedo un mondo che negli anni si va deteriorando. In effetti mi è sembrato che la qualità della vita e delle persone a poco a poco sia peggiorata e mi sono preoccupato perché questo è un fatto molto pericoloso.
Quindi con questo spettacolo ho cercato di farmi delle domande e cercare delle risposte, che naturalmente non possono mai essere definitive, ma rappresentano uno sforzo di indagine.

L’INTELLIGENZA E IL BUON SENSO, IN QUESTO TEMPO, SEMBRANO QUALCHE COSA CHE ASSOMIGLIA ALLA SOLITUDINE…
Sì, direi che si fa più fatica a trovare persone con cui avere uno scambio reale. I rapporti sono molto inquinati dagli interessi dei singoli, per cui uno… si chiude un po', o ha solo rapporti di lavoro. Questo limita la nostra esistenza, viviamo in modo più arido e meno affettivo.

COSA VOLEVI RACCONTARE CON LA CANZONE IL CONFORMISTA?
Noi non abbiamo una percezione autonoma, perché siamo bombardati da una quantità d’informazioni più o meno attendibili, più o meno vere, ma sicuramente non sufficienti ad approfondire la nostra conoscenza. In genere ci arrivano questi segnali, noi ne prendiamo atto – stupiti, alcune volte addolorati – però poi non riusciamo poi a crearci delle idee precise.

IN TUTTO QUESTO PESSIMISMO, C’È UNA LUCE?
È una domanda importante. Io non trovo, in questo momento, una capacità collettiva di rispondere. Una delle frasi dello spettacolo è come se fosse “un grido in cerca di una bocca”, cioè ognuno ha da dire la sua, ma non ha la forza di riunirsi e in qualche modo di aggregarsi in senso autentico, sincero, veramente coinvolgente. Per cui nello spettacolo si insiste su questa forza dell’individuo e su questo desiderio di creare dentro di sé un proprio modo autonomo di pensare, che non deve essere fine a se stesso – perché lo so benissimo che un individuo da solo non ce la può fare – ma di creare una serie di individui con una propria autonomia di pensiero, che in questo momento, secondo me, è molto difficile da raggiungere.

LA FRASE DELLO SPETTACOLO CHE TI PIACE DI PIÙ RECITARE?
Questa è una domanda alla quale mi è troppo difficile rispondere…
Una che mi viene in mente è: “Cercare oggi di cambiare le condizioni del Paese, con qualsiasi tipo di politica, è come fare un po’ di pulizia a bordo del Titanic che sta affondando”.
Questa mi sembra una critica molto pesante a questi momenti aggregativi che non si occupano della degenerazione dell'individuo.

TU NON FAI SATIRA NEI TUOI SPETTACOLI, PERÒ IN QUESTO PERIODO SI SENTE DIRE CHE LA SATIRA È MORTA.
È vero, la satira non è il mio genere. Ma la satira si può definire sberleffo al potere, scherno, dileggio – più o meno crudele o violento – ed esisterà fintanto che esisterà il potere. Quindi è sbagliato dire che la satira è morta perché non è morto il potere. La satira finirà quando non ci sarà più il potere... Cioè forse mai.

MOLTI ANCORA RIVEDONO GLI SPETTACOLI IN CUI GIORGIO GABER FACEVA LA TELEVISIONE: ERANO GLI ANNI SETTANTA E IL SIGNOR G ERA IL TUO PRIMO SPETTACOLO, POI HAI SMESSO…
L’occasione è stata contemporanea: due anni di tournée con Mina. Io facevo il primo tempo e lei il secondo. Allora ho intravisto la possibilità di un mestiere diverso, perché la canzone da teatro è una canzone diversa da quella discografica.
Mi sono entusiasmato ed ho iniziato con Il Signor G.
In qualche modo lì ho interrotto i rapporti con la televisione – a parte qualche apparizione come ospite, forse una decina in ventotto anni.
La cosa curiosa è che allora i teatri non erano pieni, ma io ero molto più popolare di oggi. Quindi ho dovuto ripropormi in modo diverso e tu sai che i cambiamenti a vista sono sempre i più faticosi. Non ho rinnegato quello che facevo prima ma ho dovuto cambiare il mio modo di fare spettacolo. Sono sempre stato attratto dai grandi cantanti francesi – Jacques Brel, Georges Brassen… – che riuscivano a fare, con la canzone, uno spettacolo teatrale; questa cosa in Italia c’è stata pochissimo. Io avevo già fatto Non arrossire che aveva una vena romantica-dolce-amara, mentre dall’altra avevo La ballata del Cerruti e altre canzoni di racconto, più teatrali.
Quando ho scoperto che si poteva fare la canzone a teatro ho fatto la mia scelta.

CHE VALORE HA PER GIORGIO GABER UNA CANZONE?
Questa è la domanda chiave di questo mio lavoro. Senza dire qual è il migliore o il peggiore, ci sono diversi modi di scrivere canzoni: quelli dei grandi autori discografici, di spettacoli o di commedia musicale…
E ci sono poi canzoni, come quelle che scrivo io, che descrivono un arco emotivo, un racconto che si sviluppa nei quattro, cinque minuti di tempo della canzone. Questo è il modo che mi ha appassionato. Credo che la capacità, mia e di Luporini, sia quella di individuare all'interno della canzone questo percorso emotivo, una storia che si conclude e che deve essere buona al primo ascolto. Molte volte la prima volta che si ascolta una canzone non si riesce a capire bene com’è e si deve riascoltare per… abituarsi. A teatro non esiste questa possibilità (si dovrebbe tornare a vedere tutto lo spettacolo), quindi evidentemente la forza emotiva di questo tipo di canzone è una forza da primo ascolto.

VINILE:
Giorgio Gaber in “1999-2000”

LINK: (sito non ufficiale) Far finta di essere... Gaber


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