Categoria: Io non mi sento italiano



Il Venerdì - di Repubblica n.775 / Spettacoli - Fuori dal coro - 24/01/2003


L'ultima sfida di un uomo libero

di Michele Serra

"Io non mi sento italiano": ha un titolo urticante il disco registrato prima di morire e che esce oggi. Un testamento polemico? No, lo sforzo di sempre: sfuggire alle etichette, andare controcorrente. Anche a costo di ritrovarsi soli.
 

Arriva un disco di Gaber, l'ultimo. Esce postumo, ma nel mezzo di un lutto vivissimo e corale che nessuna sbavatura politica è riuscita a turbare (anche se qualche sgradevole tentativo c'è stato).
Il disco e molto gaberiano, calibrato bene per essere il sunto abbastanza preciso di trent'anni di ricognizioni artistiche tra gli umori contemporanei. Ha un titolo-manifesto, lo non mi sento italiano, preso in prestito dal brano che sicuramente animerà l'inevitabile discussione mediatica. La più facile – diciamolo subito – perché la canzone è di quelle che Gaber sapeva confezionare apposta per urticare, un piccolo manifesto sui luoghi dolenti e anche sui luoghi comuni dell'italianità e dell'antitalianità, sull'insincerità dell'amor patrio in un paese cinico.
Da vecchio gaberiano, metto subito i piedi nel piatto dicendo che la canzone è la più vistosa, ma non la più significativa né la più importante di un disco invece straordinario quando perlustra i rapporti tra l'individuo e la società di massa, tra il sé e gli altri. Vero tema e vero talento, questo, del Gaber più profondo e più ficcante.
Ascoltatevi "C'è un'aria", potentissima invettiva contro l'informazione televisiva e giornalistica, e ritroverete il Gaber di "Polli d'allevamento", l'accusatore implacabile delle manipolazioni mediatiche, del conformismo modaiolo, dell'opprimente fracasso che lede quotidianamente la faticosa ricerca di una verità individuale. "Lasciateci aprire le finestre / lasciateci alle cose veramente nostre / e fateci pregustare l'insolita letizia / di stare per almeno dieci anni senza una notizia". "Lasciatemi col gusto dell'assenza / lasciatemi da solo con la mia esistenza / che se mi raccontate la mia vita di ogni giorno / finisce che non credo neanche a ciò che ho intorno".

Questo Gaber (e questo Luporini, coautore di sempre) è quello più devastante e più autenticamente "politico", perché sposta il ragionamento e la polemica dalla scivolosa dialettica destra/sinistra alla questione davvero essenziale del nostro vivere sociale. Gaber aveva (anche nella vita) una visione quasi agonistica del conflitto tra individuo e massificazione. Il suo silenzio con i giornalisti, la sua vita privata orgogliosa e appartata, la sua stessa scelta artistica di fuggire dalla televisione e apparire in teatro nella più ostinata solitudine scenica, furono le forme ben visibili della sua estrema coerenza umana e professionale. L'io, il corpo solo, l'occhio di bue puntato sul viso, erano al tempo stesso strumento polemico e via di salvezza, indicazione di un solipsismo eroico ma mai narciso: abbiate pazienza, ma o le cose suonano e cantano in me, oppure non cantano e non suonano. È falso tutto ciò che passa intorno, che tange e che sfiora, ma senza penetrare la persona, senza animarla e turbarla: dunque falsa, nei suoi presupposti, è la società di massa, false la dittatura della folla e del mercato, false le parole che non escono direttamente dall'esperienza individuale.
A questa ribellione Gaber ha dedicato gran parte dei suoi spettacoli. È forse per un equivoco, forse per pigrizia dialettica, che la trentennale discussione su di lui ha speso la maggior parte delle energie nel cercare di qualificare "politicamente" il signor G., chiedendosi se fosse di sinistra o di destra o qualunquista o quant'altro, e cercando di imbalsamarlo in questo o quello schieramento. Ma il brivido che sortiva dai suoi palcoscenici, da quella voce fonda e elastica, da quel corpo che si piegava senza mai spezzarsi, era assai più privato e proprio per questo universale. Era il brivido della libertà (parola difficile da usare, ma almeno in questo caso ineludibile), era la continua misura dell'impossibilità di essere liberi in una società che ha trasformato l'uomo in cavia dei consumi e delle mode.

Se proprio ci è indispensabile affibbiargli un'etichetta, o più cautamente risalire a una sua qualche radice politica, diciamo che Gaber ha saputo dare voce al miglior Sessantotto, quello che indicò nella trinità "produci consuma crepa" il vero potere che ci opprime, quello dell'antipsichiatria (alla quale Gaber dedicò un intero spettacolo), dell'io imbragato nelle convenzioni sociali e familiari, dello spirito individuale compresso e incravattato dal conformismo, dalla falsa coscienza e dal sussiego perbenista.
Delle dieci canzoni di questo disco-testamento, la maggior parte nemmeno sfiora temi direttamente politici. A parte "Io non mi sento italiano" e (a tratti) "Se ci fosse un uomo", Gaber parla di psiche ("I mostri che abbiamo dentro", "La parola io"), di eros ("Il corrotto"), di morale ("Non insegnate ai bambini"), di solitudine ("L'illogica allegria", un capolavoro assoluto) e d'amore ("Il dilemma" la più bella canzone mai scritta sulla crisi della coppia). L'energia che ne sortisce – pura energia artistica – deriva dalla capacità di toccare (sempre!) gli strati meno ovvi della coscienza, di impedire a chi ascolta di indugiare in superficie. Non so se Gaber avesse praticato o frequentato la psicanalisi (certamente aveva letto, e molto, Laing e Cooper), ma so che il suo lavoro promuove sul campo il palcoscenico come eventuale surrogato del percorso analitico: quel tanto o poco (tanto) di doloroso, di inquietante, perfino di "malato" che trasuda dal suo canto, rivela l'urgenza di esprimere ciò che si annida nell'io a costo di metterne a nudo le verità sgradevoli, le pulsioni ingombranti, le fragilità inconfessabili.

Anche la dizione stremata – il disco è stato inciso al termine della sua lunga malattia – colpisce e commuove per la coraggiosa fatica di non tradire, fino all'ultimo, quella vocazione alla verità, all'indagine del sé, che ha fatto di Gaber un interprete unico per generosità artistica e partecipazione umana al suo proprio canto. Gaber era il suo strumento. La fragilità del suo corpo, ferito fin dall'infanzia, era miracolosamente volta in potenza e in seduzione, in agilità e in grazia. Nessun altro avrebbe potuto cantare le sue canzoni teatrali, perché quelle canzoni erano scritte da un corpo e per un corpo. La speculazione intellettuale, in Gaber, si fisicizzava, diventava metabolismo: "Se potessi mangiare un'idea avrei fatto la mia rivoluzione".
Sarebbe bello che il "dibattito politico" sul signor G, post-mortem, si concedesse una salutare vacanza. Centellinare le sue frasi per dimostrare l'indimostrabile tesi di una sua militanza o post-militanza non ha senso, e soprattutto fa torto alla sua scelta di vita. Polemiche non erano tanto le sue parole, quanto il suo corpo scenico, che si opponeva per natura, e per intuizione artistica, all'immane blob della società di massa. Era un corpo refrattario, irriducibile a uno stile o a un genere canoro, febbrile assaggiatore di tutto, voglioso di assimilare solo ciò che nutre, capace di vomitare in pubblico le parole indigeste, come "moda". Anche la cosiddetta accusa di "qualunquismo", in questo senso, andrebbe semmai rivoltata in un suo ipotetico contrario: era proprio il qualunque, il corrivo, il socialmente assodato a far scattare in Gaber la voglia di contrastarlo, di non crederci, di non mandarla giù.
Se ebbe un difetto, forse fu proprio questo puntutissimo orgoglio intellettuale: ogni idea circolante gli suscitava il desiderio di contraddirla, e la crescente difficoltà di schierarsi divenne, negli ultimi anni, un'impossibilità e forse un'impotenza. Credo che ne provasse – anche – dispiacere, perché non era una persona altezzosa, non aveva puzze sotto il naso, e avrebbe desiderato condividere percorsi e sentimenti pubblici. Gli altri lo interessavano, sugli altri sapeva interrogarsi. E agli altri si rivolgeva – sempre – anche per dire, come spesso faceva in teatro, che la condizione dell'uomo, la sua sola verità, è la solitudine.

"Aveva una visione quasi agonistica del conflitto tra individuo e società di massa. E i suoi spettacoli davano sempre un brivido"

"Nel disco c'è la più bella cosa mai scritta sulla crisi di coppia. E c'è la capacità di toccare gli strati meno ovvi della coscienza"