Categoria: Ultima ricorrenza...



Il Messaggero - - 02/01/2003


Eravamo ragazzi pieni di sogni

di Gino Paoli


 

Giorgio era uno di noi. Non avevamo neppure vent'anni e ci incontravamo per cantare e parlare di musica. A Genova, dico. Anche se Gaber veniva da Milano. Suonava con Luigi e spesso era nella nostra città, non ricordo se a quel tempo facesse il militare. Insomma, era parte del nostro gruppo: Tenco, Lauzi e io. Una banda di ragazzi pieni di sogni e di voglia di svegliarsi dal torpore generale.
A darci la carica, lo ricordo ancora come fosse oggi, fu un film americano, "Il seme della violenza". Ricordo il cinema, lo schermo nero e la musica che cominciava a battere il suo ritmo inesorabile: era "Rock around the clock" cantata da BilI Haley. Seduti tutti nelle prime file della platea, ci riconoscemmo subito in quel pezzo, in quel linguaggio, in quello stile, in quel modo di vedere le cose. Diventammo rock: Giorgio, Luigi, Bruno, Jannacci e io. Non il rock di cui si parla oggi, quello di Ligabue per fare un esempio. Il rock è una sveglia, un pugno che ti scuote dalla sonnolenza intellettuale e ti fa uscire dal buco delle consuetudini e diventare qualcosa d’altro.
In questo senso siamo stati tutti rock, come era rock "Ciao ti dirò", la canzone scritta da Luigi e Giorgio. Ma il rock non è fatto per essere commemorato o celebrato. È il modo per passare ad altro, per crescere. E siamo cresciuti assieme.
Del nostro gruppo di pionieri, fu proprio Gaber a tracciare la strada per il nostro cammino. Fu lui il primo ad andare alla Ricordi, prima di Luigi e prima di me. Il suo percorso, però, rispetto al nostro è stato in qualche modo strambo. Giorgio scriveva solo la musica, l’autore dei testi delle sue canzoni era Umberto Simonetta, era lui a scrivere quelle storie alla sinistra populista della periferia milanese come la "Ballata del Cerutti". Poi, a un certo punto, ha scoperto la fisicità, la possibilità di affiancarla alla canzone, naturalmente attraverso Jacques Brel, e quindi la forza del teatro. Da lì è venuto il resto, passando prima anche per un successo televisivo. Ricordo quando Mina lo prese come supporter in un suo tour. Finì con un trionfo di Giorgio. Così lo chiamarono alla Rai. Condusse anche un paio di spettacoli con eleganza e misura (qualità che oggi sono considerate un difetto). Quando mi chiamava, ci andavo. Poi, seppe tirarsi indietro, per ragioni di coerenza. E anche perché Gaber usa la dimensione dell’eleganza e della dolcezza, mentre la tv ti obbliga a urlare.
Ho avuto simpatia per Gaber da subito, gli ho voluto sempre molto bene. E, questo, fa sentire ancora di più la solitudine: del nostro gruppo, ormai, siamo rimasti solo io e Lauzi. Negli ultimi anni non ci siamo sentiti molto: lavoravamo tutti e due come matti. Mi è piaciuta la sua onestà, la totale mancanza di ipocrisia, qualità che, invece, abbonda nel mondo di oggi.
È la stessa onestà per la quale è stato critico senza preconcetti. Era di sinistra, ma ha saputo riconoscerne i torti, anche rischiando di essere accusato o di essere passato dall’altra parte o di essere diventato un qualunquista. Forse, se la sinistra avesse accettato parte delle sue critiche, oggi sarebbe più avanti.