Categoria: Articoli '80



INEDITO - - Settembre 1980


Parliamo di: GABER

di Mara Cantoni


 

Una notte, con un amico, si fece un bel discorso. Venne fuori da chissà che percorsi mentali, per rapide associazioni e riferimenti sottintesi, probabile schermo d'altri disagi. Fosse banale o molto importante non saprei dirlo, e non ricordo se ci tenemmo sulle generali o ci spingemmo in dettagli, credo però che ci piacque. Si parlo di 'unicità'. Valore di singola esperienza, non essere paragonati, non paragonare. Essere specifico, incidenza. Mille cose.
Qui e ora, mentre tutti si arrabattano a render conto di un'estate troppo carica, traversata in lungo e in largo da festival e rassegne e sedicenti laboratori, mi piace parlare di uno che non ci ha niente a che fare, che nel paese inflazionato dello spettacolo è un po' esule, da anni esemplare unico e non catalogabile, voglio dire Gaber. Esule per scelta, certo. Esemplare unico per talento, altrettanto certo. Scelta critica, precisa, politica a dispetto delle accuse, di non regalarsi a circuiti diseducanti ma, al contrario, di 'parlare aperto', e chi troverà interesse nell'ascoltarmi sarà con me in filo diretto: ai fatali innamoramenti come alle inevitabili stilettate risponderò di persona. Talento multiforme ma per niente dispersivo, naturale ma cresciuto nel lavoro, osare per verificare, verificare per capire, capire per cambiare, cambiare per poter osare di nuovo. Nella vita sempre, come uomo e come artista.
Se nel mese di maggio, su un palcoscenico milanese, si è 'esposto' agli occhi delle telecamere, non è stato un cedimento. Lo ha fatto nella maniera più coerente, mischiando quegli occhi artificiali agli occhi veri e partecipanti del suo pubblico. In due spettacoli il consuntivo di un decennio: ancora una volta eravamo lì, a guardarci intorno e dentro e soprattutto a guardare indietro, e c'era aria di nostalgia, come sempre succede nel ritrovare un tempo perduto, non necessariamente felice ma che è stato nostro. C'era anche affetto per il suo ritorno, perché stando a lui era proprio l'ultima volta, giusto per 'fermare' quel che aveva fatto. E intanto che ripeteva i monologhi e le canzoni di sempre, emozionato suo malgrado, dava tutto se stesso, autore e attore e cantante.

L'autore.
È passato tutto nei suoi testi. Dall'immediato post-sessantotto carico di spinte fino alla negatività del nostro presente, gli umori e le rabbie, le speranze e le crisi, ogni aspetto della realtà e dell'esistenza è stato puntualmente registrato dal Signor G. Si andava ad ascoltarlo ed era un momento collettivo. Una canzone, una frase, una parola erano bandiere sotto le quali incontrarsi in un canto corale. Ma ascoltarlo era anche sentirsi spogliare. Altre frasi e parole e canzoni erano gli specchi dei nostri desideri nascosti, di manìe nevrotiche e mascherate debolezze. E se oggi per alcuni non sono più veri i testi che per altri lo sono ancora, è soltanto perché nel diverso vivere ciascuno ha superato un diverso problema.
Erano contenuti importanti, tanto da far passare in secondo piano la forma che li rivestiva. Forse solo adesso — poiché quei contenuti li conosciamo a memoria — siamo in grado di cogliere l'originalità del linguaggio: diretto e alla portata di tutti eppure pensato e ricercato parola per parola, scorrevole come una semplice prosa eppure perfettamente calibrato come una partitura musicale. E ricco, concreto e immaginifico insieme, sorretto da una comicità particolare che mescola le invenzioni con la quotidianità, l'assurdo con il grottesco. Gaber ha sempre fatto ridere, anche in tempi in cui non si rideva per niente. E questo conta molto.

L'attore.
Le stesse cose, dette da un altro, forse avrebbero fatto ridere meno. La comicità di Gaber è legata alla sua mimica, all'uso che fa del proprio corpo. Ed è una faccia anche quando non intende far ridere, una faccia che va guardata, seguita nelle espressioni, nel modo di parlare a quelli che gli stanno davanti, nelle dolcezze e nelle violenze. Non è scuola, la sua. Sperimenta le possibili intonazioni di voce, dice 'esperienza' con la 'e' aperta, conformandosi a una dizione corretta, ma poi gli scappa un 'me' apertissimo, tutto milanese. È sempre stato regista di se stesso, studiandosi nei gesti, valutando pause e tempi, stabilendo sincronie tra brani musicali e parlati ed effetti di luce, costruendo meticolosamente la dinamica dello spettacolo. Il risultato è unitario e le due ore corrono via, in una sequenza sapientemente calcolata che non genera mai noia: l'impegnativo monologo sfocia subito in una canzone.

Il cantante.
Scrivere e cantare canzoni: da quanti anni Gaber fa questo mestiere? Lo si sente nell'abilità di scandire metricamente, di scoprire assonanze, di strutturare un 'pezzo' facendovi confluire vari stili musicali. Lo si sente dalla sicurezza del canto, coscienza dell'estensione della propria voce, distribuzione dei fiati, agilità. L'avventura delle balere, dei locali, del cabaret, di Sanremo, di chitarra e microfoni di fronte a gente magari distratta è cosa che lascia il segno. E su tutto questo, l'intelligenza dell'interpretazione, il credere fino in fondo a ciò che dice, il rapporto mobile e dialettico con le persone che lo ascoltano.

'L'unicità' di Gaber è difficile spiegarla. Basterà che lo guardiate, se pure nel piccolo riquadro del televisore, per capirla almeno un po'. E penserete che forse non è l'ultima volta, perché lontano da un palcoscenico non può stare, e sopra un palcoscenico difficilmente può stare con altri.

*Le due Retrospettive saranno teletrasmesse in quattro puntate dalla Rete Uno. Dopo averle viste, molti si rammaricheranno di non aver seguito Gaber in questi anni e di essersi lasciati sfuggire i suoi spettacoli. Agli amatori postumi ricordiamo l'esistenza dei dischi:

Il Signor G (1970, dal vivo)
I Borghesi (1971)
Dialogo tra un impegnato e un non so (1972, dal vivo)
Far finta di essere sani (1973)
Anche per oggi non si vola (1974, dal vivo)
Libertà obbligatoria (1976, dal vivo)
Polli di allevamento (1978, dal vivo)
Tutti incisi per la Carosello Records.



Grazie a Mara Cantoni per l'invio del suo articolo. (Questo articolo era pronto per andare in stampa su LA LETTURA - anno 47 - settembre 1980 - ma la pausa estiva si tramutò in chiusura della testata e non se ne fece più niente).