Categoria: Articoli '70



Musica Viva - (anno II N.9 - novembre 1978 - pag.36) - Novembre 1978


Non si può non ascoltarlo

di Mara Cantoni

Personaggio. Giorgio Gaber, compagno disagevole di una strada che si percorre insieme
 

Scrivere di Gaber: mi sembra di tradirlo. Come mi sembrerebbe di tradire il mio compagno PH se dovessi scrivere di lui. Dico PH per dire uno con cui mi è capitato di avere qualche pezzetto di vita in comune, quelle piccole grandi cose normali - come parlare mangiare ridere aver freddo - che nella vita di ciascuno possono sparire, incolori, oppure restare come attimi significanti. Il mio compagno PH ha mani e gesti e pensieri che meriterebbero d'essere raccontati. Ma lui ne sarebbe contento? Potrebbe chiedermi con che diritto io abbia descritto le sue mani o abbia esposto i suoi pensieri, traducendoli per di più in parole che non possono essere le stesse fuori dalla particolarità di quell'intonazione di voce, di quel luogo, di quel momento. Se rispondessi che ho cercato di 'dare un quadro' di lui so che mi detesterebbe, sentendosi defraudato e insieme non sopportando di vedersi definito. E Gaber, sarebbe contento se leggesse di come tiene la sigaretta con la punta delle dita, o di come ingarbuglia le gambe, o del modo in cui si muove sulla tastiera della chitarra quando suona una samba? E quanto servirebbe a 'spiegarlo' sapere sotto che segno zodiacale è nato e se gioca a bridge o a Master Mind? Pure, se è vero che "chi vuole sapere di me venga a vedere il mio spettacolo: sono tutto lì", è anche vero che quando si arriva a riempire i teatri come lui li ha riempiti non ci si può sottrarre a quella sorta di violenza che chiede interviste e fotografie e dichiarazioni. Si può finire in una rubrica intitolata 'Personaggio'.
Ma allora, più che far finta di svelare qualche dettaglio del suo essere privato - intendendo con questo tutto e soltanto quello che non rientra nel momento dello spettacolo, perché lui è sempre uguale a se stesso - è utile e importante scoprire cosa Gaber ci ha dato in tutti questi anni. Voglio dire, cosa ha dato non soltanto a noi-generazione uscita dal sessantotto, per usare una formula semplificante da inchiesta di terza pagina, ma a noi-persone che hanno vissuto la realtà in tutte le sue fasi e mai hanno smesso di interrogarsi. Ecco, riascoltare Gaber, i suoi cinque spettacoli così preziosi, è come ripercorrere la nostra storia.

Non posso dire molto del "Signor G". Non c'ero, in quell'anno 1970 che vedeva Gaber in una dimensione nuova, sbalzato dai circuiti della musica leggera al palcoscenico del Piccolo Teatro di Milano. Era come un preludio, Gaber rischiava: buttava lì delle verità senza sapere come sarebbero state prese ma sapendo che era ora di farlo. Per quanto fosse un racconto conseguente, era ancora un collage di canzoni più che uno spettacolo vero e proprio. Non recitava, ma rubava all'esperienza del cabaret l'attenzione a cogliere, e l'abilità a far recepire, l'ironia di certe situazioni. Rubava a Jacques Brel il modo di 'parlare' le canzoni, gli accenti, gli slanci, le malinconie. E fra quei due G, uno conservatore e uno rivoluzionario, lui era già la terza dimensione: col cervello sì, gliene importava della rivoluzione, ma dentro, proprio dentro, aveva voglia di prender su la famiglia e andarsene un po' in campagna, così, per stare bene in modo semplice.
E se l'anno dopo, nelle "Storie vecchie e nuove del Signor G", si faceva più aggressiva la polemica contro i borghesi, contro la Chiesa, contro la società dei consumi, più forte diventava anche l'esigenza di un gesto naturale, di un'autenticità senza difese. Toccava i punti giusti, e non si poteva non ascoltarlo.

Così, mi ricordo che al Teatro Lirico per il "Dialogo tra un impegnato e un non so" eravamo in tanti, anzi tantissimi, accalcati fin su in cima alla galleria, sui gradini. Eravamo usciti dai nostri gusci trascinandoci dietro come un senso di colpa per aver vissuto senza guardare più in là dei nostri salotti, per troppo tempo. Avevamo trasformato il senso di colpa in rabbia, e trovate nuove bandiere. Lui era d'accordo. Avevamo ragione a essere contro: contro lo Stato, la repressione, il condizionamento, la tecnocrazia, Nixon. Lui ci aiutava a dire che… più son lerci e più c'hanno i milioni, i borghesi son tutti … Si fermava e in più di mille rispondevamo: coglioni! Che liberazione. Vorrei dire che quella parola, una sola, provocata da un gioco di rima, gridata all'unisono, era più dell'Internazionale che cantavamo scendendo in piazza. Ma contemporaneamente ci chiedeva insistentemente "Chi sei?". Criticava l'operaismo, l'extraparlamentarismo a tutti i costi, i sedicenti intellettuali. Parlava dell'esistenza, delle debolezze, dei sentimenti, dell'amore. A qualcuno questa cosa non piaceva mica tanto: col suo presunto rigore ideologico, di fronte all'idea di arrivare alla politica 'attraverso di me', doveva muoversi con molta molta cautela, valutare con molta molta circospezione. Ma per lo più avvertivamo che era tutto vero. Forse per questo eravamo in tanti, anzi tantissimi.

E allora è venuto l'anno di grazia, "Far finta di essere sani", il '73. Anno di grazia perché le contraddizioni andavano scoprendosi sempre di più e Gaber non era più in anticipo ma in perfetta coincidenza con la crisi. A quel punto, a sentirsi dire che è più giusto parlare di Maria, si aveva proprio voglia di alzarsi in piedi, di chiamarlo per nome, di telefonargli, di scrivergli, che so, di dirgli insomma: io sono con te. Ci fu una prova di tutto questo, che lo terrorizzava e che tentò lo stesso: fare lo spettacolo nell'Aula Magna dell'Università Statale, luogo quasi sacro che aveva visto assemblee infuocate, occupazioni, lacrimogeni. Era straripante. Conobbi PH in quell'occasione. Certo, c'erano cose nello spettacolo che sarebbero senz'altro passate: la partecipazione, la lotta di classe, la comune, lo sforzo di trovare soluzioni alternative. Ma come avrebbero reagito tutte quelle facce arrabbiate, barricate dietro alle barbe, ai capelli, alle sciarpe rosse, a sentirsi accusare di schizofrenia, di falso impegno, di impotenza ad amare davvero? Ci fu infatti chi rimase sulle sue, io sono tutto d'un pezzo, io sono politicizzato, quindi ti fischio. Ma che fischio significativo, e quanto coperto di applausi…
C'era di più: questa volta Gaber ci dava emozione, ci faceva vibrare di dentro, portava a galla tutte quelle sensazioni e quelle tensioni che per un certo tempo ci eravamo proibiti di avere. La sua voce allora uscì forte e indimenticabile dai cinema, dai teatri-quartiere, dalle aule d'università per seguirci nelle nostre case, nelle nostre vite. Quante volte abbiamo usato le sue parole per dire una cosa che ci sembrava giusta e importante. Eravamo davvero tutti con lui, in una riscoperta collettiva di noi stessi. E a chi lo accusava di qualunquismo veniva da rispondere: fossero tutti qualunquisti come lui.

Era già tempo di riflusso: bisognava tornare, recuperare. Era tempo di autocritica: bisognava ritrovare, o trovare, la propria identità. Ci si ripiegava a cercare di capire, di analizzare. Si cominciava a perdere di vista il nemico politico, l'organizzazione dei gruppi studenteschi si sfaldava perché fine a se stessa. Diventava sempre più invadente il problema della coppia, e si finiva col teorizzare anche Maria. Chi stava peggio, chi soffriva di più era il vincente. Si faceva della psicoanalisi casalinga, gratuita, bisognava stare attenti a quello che si diceva, perché ogni parola poteva essere indizio di un problema più profondo e mai risolto. La ragnatela che si credeva di sciogliere si aggrovigliava sempre di più, e si credeva di fare tante e tante cose e invece la realtà era sempre più avanti, sfuggiva di mano prima che si riuscisse ad afferrarla. Che pesantezza. Tutto questo Gaber ci rinfacciava in "Anche per oggi non si vola" e ancora non si poteva dargli torto, e ancora riusciva a comunicare la voglia di qualcosa di nuovo, di più leggero. La voglia di rifiutare dei modelli, di respirare una boccata d'aria, di uscire per strada. Per capire che forse non c'era niente da capire.

Poi "Libertà obbligatoria", 1976. Si è tentato di tutto e tutto è fallito, rabbie, impegni, autocritiche, coppie. I reduci si sono accasati, hanno avuto dei figli, si sono già anche divisi. Hanno dovuto inserirsi, trovare un lavoro, pagare le tasse, procurarsi documenti. La crisi dell'identità dilaga. Difficile rifarsi una vita senza essere nati, dice Gaber. Si rischia l'appiattimento totale, l'assuefazione. Si rischia di trovarsi sulla faccia una smorfia definitiva, di recitare per sempre una parte che non ci appartiene. Ci lasciamo trascinare dalla moda, da quello che ci detta un Potere ormai invisibile, fatto di America, di mercatini e di omini intercambiabili. E lui si oppone: non si può rinunciare. Bisogna rompere con le convenzioni, essere più precisi nelle scelte, nei gusti, per non essere tutti uguali, che è non essere affatto. Bisogna bruciare tutto senza rimorsi, senza rimpianti, per costruire un uomo che non c'è. Bisogna ritrovare un rigore, reinventarlo, conquistare la libertà di non essere liberi, per non morire di troppa libertà. È urgente. Per non invecchiare, per non perdere definitivamente il gusto di vivere.

E adesso? Dove siamo adesso, noi? Siamo come a un grande BASTA. Perché intorno abbiamo assolutamente di tutto e non abbiamo nulla. Abbiamo perduto tutti i possibili punti di riferimento, validi o fittizi che fossero. L'ideologia è fatalmente annegata nella realtà, il dibattito politico è nauseante, i luoghi e i modi degli uomini politici sono come mummificati. La violenza spazia da quello che un tempo chiamavamo Sistema, e che ora non chiamiamo neanche più, all'individuo comune che per la strada, imprevedibilmente, può spararti addosso. I rapporti, sperimentati, sezionati, sofferti a volte con troppo compiacimento, si sono polverizzati lasciandosi alle spalle soltanto nuvole di delusioni e di diffidenze. La liberazione della donna sembra essere stata concepita e mai data alla luce, i nuovi genitori sono ombre confuse che crescono figli arroganti e privi del senso delle cose. E la generazione nuova, i ragazzi insomma, che fanno? Si muovono a passi disequilibrati fra l'apatia e l'eccitazione distruttiva, fra il suicidio e l'allegria frenetica, fra la morte e la febbre del sabato sera, che poi in fondo sono la stessa cosa.
Ne abbiamo detti tanti di 'basta' in questi anni e lui, Gaber, ci ha sempre dato le parole per dirlo meglio. Ma ogni volta aveva, e noi avevamo con lui, qualcosa da contrapporre, di specifico e più importante: la pelle alla testa, l'io intero all'io diviso, la leggerezza alla pallosità, la personalità alla massificazione. Questa volta è un 'basta' totale: c'è dentro proprio tutto. E forse, finalmente, a questo senso di immobilità, al 'grande squagliamento' non abbiamo da contrapporre nient'altro che un essere sano, vivo e intelligente. Energia pura, se volete, ma energia vitale. Questo, Gaber ci dà oggi e chi ha sempre camminato insieme a lui sapeva che è così che ci avrebbe parlato.
Solo che il suo parlare è fatto non solo di concetti ma di suoni, di movimenti, di luci: è spettacolo. Per questo Gaber è diverso da PH.

Ho visto due prove, e neanche delle ultime. Vuol dire che di "Polli di allevamento" ho seguito soltanto pochi momenti di quella fase preparatoria d'uno spettacolo in cui tutto è ancora in discussione. Ci sono problemi tecnici: microfoni da scegliere, fili attorcigliati, proiettori da aggiungere, basi registrate da modificare… Ci sono le luci da trovare: meglio questo colore o quest'altro, così è troppo buio, così non c'è stacco fra il monologo e la canzone… C'è la ricerca dei tempi teatrali, delle pause, e poi del gesto giusto, che non sia troppo ma neanche troppo poco, misurare gli accenti sulle parole… Neppure l'ordine dei pezzi è definitivo.
Eppure, a sentirlo dire un testo anche solo per prova di memoria, a vederlo muoversi su un piccolo palcoscenico non destinato a questo spettacolo, Gaber è già Gaber. E si può guardare più in là di questo lavoro di costruzione meticoloso ed estenuante e leggere attraverso le incertezze un risultato che sarà perfetto. Nulla di diverso nella struttura dello spettacolo - un discorso a parte meriterebbe la presenza di Battiato negli arrangiamenti musicali, che porta delle sonorità nuove e delle soluzioni ritmiche affascinanti - nulla di diverso, dunque: un controluce iniziale, la solita sedia, un pezzo alla chitarra (che torna al blues), monologhi e canzoni, canzoni e monologhi… Certo, "non so fare altro", dice lui. E invece c'è ogni anno qualcosa in più, di serrato, di teso, di fortemente emozionale. E non è solo una maggior violenza nel contenuto - perché ci sono momenti, qui, pacati e dolcissimi - ma un'intensità di espressione, una varietà di toni e di sfumature, un ritmo teatrale che Gaber fa sempre più suoi, impadronendosi di quelli già sperimentati e sperimentandone altri.
E Gaber è già Gaber anche perché ci sono i suoi temi, le sue immagini. Così ritroviamo il modo puntuale di osservare le cose, ritroviamo il corpo, l'istinto, la solitudine e l'aggregazione, con annesse paure e contraddizioni, e la nostra Italia, che prima giocava alle carte, e più avanti giocava a tennis e oggi finalmente gioca alla festa dell'idiozia mentre gli Intercambiabili si riposano con un tè. E poi quello che succede con lei prima di fare l'amore, i silenzi, l'imbarazzo, spogliarsi… E quello che succede dopo, i silenzi diversi, il diverso imbarazzo, rivestirsi… Il suicidio 'rimandato' in "Far finta di essere sani" si compie, se pure metaforicamente. La nave, varata in quello stesso anno, affonda con le sue classi.
Forse siamo davvero invecchiati, come sospetta quell'omino che all'inizio dello spettacolo dipana la sua voce come in un canto gregoriano. O forse soltanto siamo passati attraverso tante cose, cresciuti nella fatica di vivere senza perderci. E adesso siamo diversi, grazie a dio, o al caso, o a noi stessi. Così, Gaber è diverso e non 'certamente solo'. Perché anche adesso si ha voglia di dirgli: io sono con te.

Mara Cantoni





Grazie a Mara Cantoni per l'invio del suo articolo.