Categoria: Ultima ricorrenza...



Avvenire - - 02/01/2003


Gaber, l’estro di cantare il domani

di M. Bernardini, Calvini, La Rocca

Si è spento ieri il «signor G». Aveva 63 anni
 

Giorgio Gaber cantava, e recitava, d’anticipo. Lo capivi veramente, fino in fondo, solo anni dopo. A volte molti anni dopo. La relatività della politica, incapace di rispondere alle domande più radicali dell’uomo. La crisi della coppia aggredita dai reciproci egoismi. La capacità di pensare, di riflettere e di essere, soffocata dall’esaltazione del fare, dell’agire e del possedere. Temi alti e ridondanti, facili alla retorica. Lo salvava la felice vena autoironica, che gli consentiva di spiattellare sul naso dei grassi "farisei" assiepati in platea tutte le loro ipocrisie, denudandone l’anima; e facendosi applaudire. Come ricordarlo, dovendo scegliere solo poche delle tante, dolcissime, terribili sue note? Il dio bambino (1993), monologo sulla crisi di una coppia in bilico tra donazione ed egocentrismo, tra progetto e capriccio, tra noi e io, termina così: «Bisognerebbe proprio ricominciare ogni volta da capo. Abbandonare i nostri pensieri, fermi, sicuri, inamovibili. Abbandonare quell’egoismo ossessivo che ci accompagna da sempre. Abbandonare il nostro bisogno smisurato di affermazione. Abbandonare il desiderio di ricompensa per qualsiasi nostro atto. Abbandonare l’eroismo. Abbandonare persino il proprio io. Sì, abbandonare anche quell’aristocrazia intellettuale dell’individuo che consiste quasi sempre nel non sporcarsi con la vita. Abbandonare tutto questo per non rimanere eternamente bambini, bambini, bambini». La sua generazione ha davvero perso, come recita la sua ultima canzone? No. Ci aiuterà a farci vincere, se sapremo ascoltarla.