Categoria: Ultima ricorrenza...



Avvenire - - 02/01/2003


«Mi manchi, grande cercatore»

di Massimo Bernardini

«Non hai trovato Dio ma hai visto la deriva insignificante del presente»
 

Mi manchi, Giorgio. Avevo ancora tanto da parlarti, da incuriosirti sul mio mondo, da ringraziarti. Ricordo quel che ci accadde come in un lampo: il primo incontro, paradossale, più di vent'anni fa, sul terreno minato di Io se fossi Dio. Che ci faceva un giovanissimo cronista né laico né di sinistra (ma nemmeno di destra) alle prese con l'invettiva di un artista che si sentiva tradito e se la prendeva con tutti, abbattendo sacro e profano di quegli anni di piombo? E perché poi aprirgli, tu, le porte delle tue prove, i segreti della tua bottega, persino quelle della tua casa e della tua famiglia?
Dio, che serate! Che parole appassionate fino all'alba, che emozioni, che entusiasmo, che meraviglia. E poi che privilegio veder nascere un nuovo spettacolo, una nuova canzone, un nuovo pensiero. Che passione, fra te e Luporini, che tandem di genio e rigore; ma anche che bellezza vederti in palcoscenico, che meraviglia le tue battute corrosive, la tua mimica geniale, la tua grande, grandissima voce. Te lo ripetevo: sei un cantante fantastico, un «rockettaro» segnato per sempre, anche se reciti Beckett o dirigi un teatro. Tu sorridevi, ma in fondo non mi davi torto.
E poi cantavi l'uomo e la donna, indagavi il nostro cuore. Niente di appiccicaticcio s'intende, a te non s'addiceva. L'uomo e la donna per te erano il mistero della vita che sta al cuore di tutto. Non c'è niente di certo a questo mondo, sostenevi, ma questo incontro difficile e bellissimo, che non basta una vita a capire, è l'unica esperienza vera, tangibile, del nostro destino. Per questo «Il dilemma», la più grande canzone coniugale mai scritta, l'avete scritta tu e Sandro. E per questo l'hai voluta ricantare un'altra volta, nell'ultimo disco che ci lasci in eredità.
Dicevano, i fessi: Gaber si è fatto qualunquista, individualista, pensa ai fatti suoi. Stupidaggini: se ti avessero seguito avrebbero capito che la tua voglia di interrogarti sul mondo non è mai finita. Hai sempre sperato ci fosse un posto dove l'umano, fra consapevolezza e tenerezza, ricominciasse a fiorire.
Delle tue canzoni, poi, è colma la memoria. La mia famiglia ci è un po' cresciuta attorno, fai parte del nostro paesaggio per sempre. I miei figli ti hanno visto in teatro e hanno imparato a cantarti: dalle loro stanze risuonano canzoni difficili, forti, forse inadatte. Però che effetto mi fa, la sera, aprire la porta di casa e sentirli intonare «Si può» o «Quando è moda è moda»!
Dio l'hai cercato, e hai capito che se c'era doveva voler dire appartenenza, far parte di un popolo che da qualche parte doveva pur esserci (don Giussani te ne ringraziò pubblicamente). Non l'hai trovata, questa «tua» gente, ma noi che ti abbiamo voluto bene non ti abbiamo più mollato. Come chi ha occhio e cuore attento, sentivi la deriva insignificante del nostro presente: per questo le tue ultime canzoni sono così amare. Eppure hai voluto riaffiancarci «L'illogica allegria» («È come se improvvisamente/ mi fossi preso il diritto di vivere il presente/ Io sto bene, proprio ora, proprio qui/ non è mica colpa mia se mi capita così»), come se il nero non potesse essere comunque il tuo ultimo colore.
Ci manchi Giorgio, ci manchi tanto. E non sai come sentiamo sorelle Dalia, tua figlia, e Ombretta, la tua sposa. Vorremmo dire loro che le abbiamo viste, in questi anni, compagne fantastiche della tua vita di artista. E che ce ne hai sempre parlato con stima ed orgoglio: erano loro innanzitutto il tuo popolo, la tua tribù. Loro sanno che anche quest'ultimo tratto di cammino duro, doloroso, difficile, è finito in pace. D'altronde l'avevi già scritto tu, qualche anno fa: «Io non so niente/ ma mi sembra che ogni cosa/ nell'aria e nella luce/ debba essere felice». Ciao Giorgio, grande Gaber.